Olimpiadi: l’Europa è la tradizione, ma l’Asia è il futuro

Con le sole candidature di Pechino ed Almaty in lista il fatto poteva già essere considerato acquisito, ma è diventato ufficiale con la scelta della candidatura cinese per l’organizzazione delle Olimpiadi invernali del 2022: l’Asia ospiterà tre edizioni consecutive della rassegna a cinque cerchi, considerando anche quelle di Pyeongchang 2018 e Tokyo 2020. Un trittico che ha già fatto storcere il naso a molti, ma che in realtà non fa altro che rappresentare lo spostamento del baricentro economico-politico del mondo dall’Oceano Atlantico, con le sue sponde nordamericana ed europea, all’Oceano Pacifico, tra Stati Uniti ed Asia orientale.

L’attribuzione dell’organizzazione dei Giochi Olimpici, del resto, è stata molto spesso determinata dagli scenari geopolitici ed economici dell’epoca. In occasione delle prime edizioni, l’Europa giocava ancora un ruolo centralenelle gerarchie globali: Francia e Regno Unito avevano ancora i loro imperi coloniali e la stessa fondazione delle Olimpiadi moderne derivava da una logica eurocentrica. Così, dopo l’ossequio alla tradizione con la primissima edizione di Atene 1986, furono proprio le potenze dell’epoca – Francia, Stati Uniti e Regno Unito – ad ospitare i Giochi.

I regimi dittatoriali fascisti capirono molto presto l’importanza di questa manifestazione per glorificarsi agli occhi del proprio popolo e del mondo, così Adolf Hitler ottenne l’organizzazione delle Olimpiadi del 1936 (quelle estive a Berlino e quelle invernali a Garmisch-Partenkirchen), divenendo il grande protagonista, per tanti versi, dell’edizione berlinese. Anche l’Italia di Benito Mussolini si fece avanti ed ottenne i Giochi invernali del 1944 con Cortina d’Ampezzo, edizione che poi saltò per via della guerra, così come non si svolsero le Olimpiadi giapponesi del 1940 (previste a Tokyo e Sapporo nelle due versioni estive ed invernali).

Di fatto, dal 1896 al 1952, tutte le edizioni olimpiche si svolsero in Europa, con l’eccezione delle tre organizzate dagli Stati Uniti. La svolta avvenne nel 1956, con i Giochi australiani di Melbourne, e soprattutto nel 1964, quando il Giappone organizzò la rassegna a cinque cerchi nella propria capitale, Tokyo. Un modo per restituire al Paese del Sol Levante quei Giochi mai svoltisi nel 1940, ma anche l’occasione giusta per riammettere il Giappone a pieno titolo nella comunità internazionale dopo la disfatta della Seconda Guerra Mondiale e l’occupazione statunitense.

Nel 1980 le Olimpiadi scavalcarono la barriera della “cortina di ferro” cara a Winston Churchill per andare a Mosca, nella famosa edizione boicottata dal mondo occidentale che poi causò la risposta del boicottaggio dei Paesi comunisti a Los Angeles 1984. Nello scenario della Guerra Fredda anche l’organizzazione dei Giochi doveva vedere protagoniste entrambe le superpotenze dell’epoca, e i sottili equilibri di questo periodo portarono il sacro fuoco di Olimpia anche in un Paese che, pur comunista, era non allineato, come la Jugoslavia, con i Giochi invernali di Sarajevo 1984.

Il 1988 segnò un primo vero sdoganamento della competizione olimpica, visto che entrambe le edizioni si svolsero lontane dai centri tradizionali dello sport a cinque cerchi: quell’anno si andò a Seoul in estate e nella canadese Calgary in inverno. Si giunge così agli anni ’90 e 2000, dove il panorama del post Guerra Fredda impone una rotazione fra i continenti, salvo poi rendersi conto dell’inattuabilità del metodo quando nessun Paese africano si dimostra in grado di sobbarcarsi un simile onere.

Il nuovo mondo multipolare vede l’emergere dei cosiddetti BRICS, con tre di questi che si accaparrano i Giochi: da Pechino 2008 alla prossima Rio 2016, passando per Sochi 2014. La vecchia Europa comincia invece a vacillare, soprattutto alla luce degli effetti devastanti sull’economia nazionale greca dell’organizzazione di Atene 2004. In un periodo di grave crisi, l’opinione pubblica si schiera contro le grandi rassegne sportive, ed a proporsi sono solamente Paesi dove la libertà di espressione è limitata e/o dove la crisi si sente meno e ci sono importanti mezzi economici a disposizione. Arriva così il momento dell’Asia, il continente più esteso e popolato della terra, il continente emergente che rappresenterà il centro globale del futuro. Niente di strano, dunque, nel vedere le tre economie asiatiche più importanti organizzare tre edizioni consecutive dei Giochi, proprio come in passato facevano le potenze europee.

Articolo pubblicato su http://www.oasport.it

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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