Ucraina: una nuova tornata elettorale senza il Partito Comunista

Il 21 luglio, i cittadini ucraini saranno chiamati alle urne per le elezioni legislative anticipate. Come alle recenti presidenziali, però, il Partito Comunista non potrà prendere parte alla competizione elettorale.

Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, il Partito Comunista d’Ucraina (Комуністична партія України, Komunistychna Partiya Ukrayiny, KPU) è stato rifondato nel 1993, partecipando a tutte le tornate elettorale successive. I comunisti ucraini ottennero il miglior risultato dell’era multipartitica nel nel 1998, quando ottennero il 25.4% delle preferenze alle elezioni legislative, ottenendo ben 121 seggi sui 450 che compongono la Verkhovna Rada (Верхо́вна Ра́да, letteralmente Consiglio Supremo), ovvero il parlamento unicamerale del Paese. Dopo un progressivo calo, i comunisti avevano ottenuto nuovamente un risultato significativo alle legislative del 2012, dove il 13.2% degli elettori aveva deciso di mettere la croce sul simbolo che rappresenta falce e martello.

Come noto, però, nel 2014 sopraggiunse la destituzione del presidente Viktor Janukovyč, e del governo sostenuto dall’esterno anche dai comunisti, portando all’inizio della presidenza di destra del nazionalista Petro Oleksijovyč Porošenko. I nazionalisti, parallelamente alla repressione delle minoranze russofone, incominciarono una campagna di denigrazione ed oppressione del Partito Comunista, accusato di essere filorusso e di appoggiare le rivolte del Donbass. In quel periodo, diverse testate di sinistra riportarono la notizia della messa al bando del Partito Comunista: il governo ucraino, tuttavia, si giustificò affermando che i comunisti avrebbero comunque potuto svolgere la propria attività politica.

Per chiarificare la situazione, il Partito Comunista ufficialmente non è stato messo al bando, ma sono stati incarcerati diversi dei suoi leader e l’attività politica ne è stata limitata fortemente. La repressione aveva avuto inizio già nel maggio 2014, sotto la presidenza ad interim di Oleksandr Turčynov, che avrebbe poi lasciato il testimone a Porošenko. Il ministro della Giustizia Pavlo Petrenko fu incaricato di controllare l’attività politica dei comunisti, e di verificare gli eventuali legami di sostegno nei confronti dei movimenti filorussi nel sud-est del Paese (per intenderci, Donbass e Crimea).

Il 14 giugno 2014, solamente una settimana dopo l’ascesa al potere di Porošenko, Valentyn Nalyvaičenko, capo dei Servizi di Sicurezza, ed il ministro Pavlo Petrenko presentarono i primi documenti finalizzati a bandire l’attività del Partito Comunista, accusato di sostenere i separatisti delle Repubbliche Popolari di Lugansk e di Doneck. L’8 luglio, Petrenko presentò la proposta di dissoluzione del Partito Comunista, che a fine mese fu sottoposta al voto favorevole della Verkhovna Rada. Turčynov, che nel frattempo era diventato il presidente della Verkhovna Rada, si rivolse così ai suoi colleghi: “Questo è un evento storico. Spero che non ci saranno mai più comunisti nel parlamento ucraino“.

Nonostante la forte campagna mediatica contraria ed i provvedimenti del governo, il Partito Comunista si presentò comunque alle elezioni legislative di settembre, ottenendo però solamente il 3.88% dei consensi. Essendo la soglia si sbarramento fissata al 5%, per la prima volta i comunisti non riuscirono ad eleggere rappresentanti nel parlamento nazionale.

Il provvedimento di dissoluzione, nel frattempo, era stato infatti sottoposto all’attenzione della Corte Amministrativa del Distretto di Kiev, e dunque era stato messo in sospeso. Il 5 novembre, lo stesso organo giudiziario accettò di considerare il ricorso del Partito Comunista. Nel frattempo, però, il governo continuò una forte campagna anticomunista, promuovendo il parallelo tra il comunismo ed il nazismo al fine di condannare entrambi allo stesso modo, e mascherando così il filonazismo di alcune fazioni che sostenevano il presidente Porošenko. Il 9 aprile 2015, la Verkhovna Rada adottò la legge “sulla condanna dei regimi totalitari comunisti e nazional-socialisti (nazisti)“, che il 15 maggio entrò in vigore con la firma del capo di Stato.

Nel frattempo, il ricordo del Partito Comunista era passato per i diversi gradi di giudizio, raggiungendo la Suprema Corte Amministrativa, che, il 25 gennaio 2016, sospese tutti i provvedimenti contro il Partito Comunista, in attesa del parere di costituzionalità da parte della Corte Costituzionale – parere che, ad oggi, ancora non è stato reso noto.

Fatte queste considerazioni, ad oggi il Partito Comunista d’Ucraina non può essere considerato come illegale. Il partito ha diritto di condurre le proprie attività politiche, ma di fatto è sottoposto ad una pesante censura (il sito internet, ad esempio, ha subito diverse chiusure provvisorie con l’accusa di aver ricordato la memoria di Vladimir Vasil’evič Ščerbickij, segretario del partito ai tempi dell’Unione Sovietica). In teoria, potrebbe anche prendere parte alle elezioni, ma la partecipazione del Partito Comunista può essere vietata in qualsiasi momento da parte del ministro della Giustizia. Inoltre, la censura e la repressione non permettono al partito di svolgere la propria attività politica in una situazione di normalità, e dunque di partecipare all’agone elettorale su di un piede di parità nei confronti delle altre forze in campo. Infine, la legge sulla condanna del comunismo ha obbligato il partito ad eliminare falce e martello dal proprio simbolo, sostituiti dalla sola stella a cinque punte, ed il nome del partito può essere presentato solamente in forma abbreviata (KPU), in quanto il termine “comunista” non può essere utilizzato.

In conclusione, il Partito Comunista d’Ucraina è formalmente legale ma de facto non può condurre normalmente le proprie attività politiche nel Paese, dunque non lo vedremo prendere parte alle elezioni legislative che avranno luogo tra pochi giorni. Crediamo che il nuovo presidente, Volodymyr Zelens’kyj, che certamente alle presidenziali ha ricevuto i voti di molti comunisti in funzione anti-Porošenko, dovrebbe prendere provvedimenti per permettere nuovamente al KPU di portare avanti la propria attività politica e di prendere parte alle elezioni.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora.

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