La vera crisi migratoria è quella degli italiani

Mentre l’attenzione mediatica è concentrata sull’immigrazione verso il nostro Paese, la vera crisi migratoria riguarda il numero sempre maggiore di italiani che decidono di lasciare la penisola.

Quando si sente parlare di “crisi migratoria”, il pensiero della maggioranza delle persone corre immediatamente alle persone che lasciano i Paesi più poveri per spostarsi verso quelli più ricchi, ed in particolare verso l’Italia. Come se la nostra penisola avesse un potere attrattivo tale da calamitare milioni di persone. La realtà, al di là della propaganda politica, dice però che l’Italia è il centro di una crisi migratoria in senso opposto, quella delle migliaia di giovani italiani, spesso possessori di un titolo di studio medio-alto, che decidono di lasciare lo Stivale.

Secondo i dati ISTAT, solamente nel 2018 hanno deciso di abbandonare la penisola quasi 157.000 italiani, con un incremento di duemila unità rispetto all’anno precedente. Secondo le statistiche internazionali, invece, l’Italia si colloca all’ottavo posto tra i Paesi con la più forte emigrazione. Insomma, comme nella prima parte del novecento, gli italiani stanno riprendendo ad emigrare in maniera massiccia verso altri Paesi europei (Germania, Regno Unito, Francia, Svizzera, Belgio) o extraeuropei (Stati Uniti, Canada, Australia).

Come se non bastasse, sono sempre meno gli italiani che decidono di rientrare in patria dopo aver preso la via dell’emigrazione in passato, dunque la forbice tra espatri e rimpatri continua ad aumentare, contribuendo al fatidico calo della popolazione italiana che oramai si registra di diversi anni. Tra il 2018 ed il 2017, sempre secondo l’ISTAT, la nostra penisola avrebbe perso 124.000 persone, e questo nonostante l’apporto demografico degli immigrati. Tra il 2015 ed il 2018, invece, l’Italia ha perso addirittura 400.000 abitanti, come se fosse scomparsa in appena tre anni una città delle dimensioni di Bologna.

Il fatto che l’Italia, come un secolo fa, sia tornata ad essere un Paese dal tasso migratorio negativo (dove, cioè, il numero di emigrati supera quello degli immigrati), va ad aggiungersi alla forte crisi demografica esistente oramai da quasi trent’anni. Ad essere negativa, infatti, è anche la differenza tra nascite e decessi per anno, un trend che va avanti addirittura dal 1993. Dal 1993 al 2018, infatti, solamente due anni (il 2004 ed il 2006) hanno fatto registrare un numero di nascite maggiore dei decessi. Il trend, invece, parla di un numero sempre calante di nuovi nati, con una differenza di -193.386 per l’anno 2018, cifre che non si vedevano dal biennio 1917-1918, ovvero gli anni culminanti della Grande Guerra.

Se, fino a qualche anno fa, l’immigrazione verso l’Italia andava a colmare il gap creato dallo scarso tasso di natalità, oggi la continua diminuzione delle nascita ed il costante aumento dell’emigrazione italiana ci sta conducendo verso una situazione di profonda crisi demografica, che si constata con la diminuzione della popolazione residente ed il progressivo aumento della popolazione anziana rispetto a quella giovane, primato negativo che l’Italia condivide nel mondo con Regno Unito e Giappone.

Tutto ciò dovrebbe condurci a capire che le migrazioni creano sempre molti più problemi ai Paesi di origine rispetto a quelli di arrivo. Sono i Paesi di origine, infatti, a subire danni permanenti, come quello di perdere la propria forza lavoro, spesso anche specializzata e con titoli di studio, elemento fondamentale per perseguire la strada dello sviluppo economico. Questo è vero tanto per l’Italia quanto per i Paesi più poveri come quelli dell’Africa subsahariana, che vedono intere generazioni di giovani lasciare quelle terre per approdare in Europa.

Queste considerazioni vanno dunque verso un riorientamento gestaltico dell’analisi del fenomeno migratorio e delle possibili soluzioni per lo stesso. Utilizzare alcuni malcapitati individui per la propria propaganda politica non rappresenta di certo una soluzione, che invece va ricercata nella modifica delle condizioni di vita materiale nei vari Paesi di emigrazione, tanto nell’Africa subsahariana quanto in Italia. Per farla breve, costruire un ambiente sociale, economico e lavorativo favorevole in Italia, è l’unica soluzione per mettere un freno all’emigrazione italiana, così come farlo in Africa avrebbe gli stessi effetti sui giovani di quei Paesi.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora.

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