Argentina: Mauricio Macri ha i giorni contati

I risultati delle primarie e tutti in sondaggi effettuati vedono il presidente argentino in carica, Mauricio Macri, in netto svantaggio rispetto allo sfidante Alberto Fernández. Le elezioni presidenziali sono previste per il prossimo 27 ottobre.

Il disastroso ritorno dell’Argentina al liberismo, iniziato nel dicembre di quattro anni fa, potrebbe presto raggiungere la sua fine, assieme al mandato presidenziale di Mauricio Macri. Il sessantenne capo di Stato del Paese sudamericano, infatti, sembra destinato ad una pesante sconfitta in vista delle elezioni del prossimo 27 ottobre, quando i cittadini argentini saranno chiamati alle urne per le elezioni presidenziali e legislative.

Nonostante la campagna mediatica e giudiziaria messa in atto contro i passati (e futuri) governi progressisti, le primarie – alle quali partecipazione in Argentina è obbligatoria – hanno consegnato un successo schiacciante allo sfidante Alberto Fernández, del Partido Justicialista (PJ), la cui candidatura conta sull’importante partecipazione di Cristina Fernández de Kirchner, in corsa come vicepresidente. La coppia della coalizione di sinistra Todos, che comprende anche il Partido Comunista de la Argentina (PC) ed il Partido Comunista Revolucionario (PCR), ha conquistato il 47.7% delle preferenze, una cifra che permetterebbe il successo di Fernández al primo turno (in Argentina basta superare il 45% al primo turno, o superare il 40% con almeno dieci punti di vantaggio sul primo degli inseguitori).

Al contrario, assai deludente è stato il riscontro della coalizione della destra liberista Juntos por el Cambio, guidata dal presidente in carica Mauricio Macri e dal suo partito Propuesta Republicana (PRO), con la candidatura alla vicepresidenza del senatore Miguel Ángel Pichetto, oramai fuoriuscito dal PJ. Macri ha ottenuto solamente il 32.1% dei voti, una cifra assai bassa per un presidente in carica, che oltretutto ha impegnato gran parte del proprio tempo a screditare gli avversari.

Tra gli altri candidati, l’ex ministro dell’Economia dal 2002 al 2005, Roberto Lavagna, ha raggiunto l’8.2% delle preferenze, seguito dal deputato Nicolás del Caño (2.9%), da Juan José Gómez Centurión (2.6%), ex vicepresidente del Banco de la Nación Argentina, e da José Luis Espert (2.2%), economista della scuola monetarista. Tutte le strade sembrano dunque portare ad un ritorno del kirchnerismo alla guida dell’Argentina, anche perché, in caso di ballottaggio, Alberto Fernández, ex capo di gabinetto dal 2003 al 2008, potrebbe ottenere l’appoggio di Lavagna, anche lui proveniente dal PJ e suo compagno di governo per due anni, e da del Caño, esponente del Partido de los Trabajadores Socialistas (PTS), formazione di ispirazione trotskista.

Tali risultati assumono un’importanza di primario ordine, in quanto sanciscono il fallimento dell’attacco mediatico e giudiziario ai danni dei precedenti governi progressisti argentini, guidati dal defunto Néstor Kirchner (2003-2007) e da sua moglie, Cristina Fernández de Kirchner (2007-2015). L’ultraliberismo messo in pratica da Macri, con politiche economiche al servizio degli industriali argentini e delle multinazionali statunitensi, ha palesato i propri fallimenti attraverso la crisi economica e finanziaria che – ancora una volta – sta colpendo l’Argentina, e che il presidente in carica ha pensato di risolvere con la solita vecchia ricetta del ricorso al Fondo Monetario internazionale (FMI). L’attacco giudiziario ai danni dell’ex capo di Stato, invece, ha costretto Cristina Kirchner a difendersi candidandosi come vicepresidente, ruolo che le permetterebbe di avere l’immunità, non prevista, invece, per il presidente.

Nel frattempo, anche il governo in carica ha cominciato a perdere pezzi, con le dimissioni del ministro del Tesoro, Nicolás Dujovne, proprio il responsabile della richiesta di prestito al FMI per il valore di 50 miliardi di dollari. Al suo posto, Macri ha scelto Hernán Lacunza, ex direttore generale della Banca centrale e fino a poco fa ministro dell’Economia della provincia di Buenos Aires. Lacunza si trova dunque a dover fronteggiare una situazione assai difficile per l’economia argentina, con la svalutazione del Peso, il crollo della borsa di Buenos Aires (-31%) ed il declassamento del rating del debito sovrano al livello di Paesi africani considerati “spazzatura” finanziaria.

In ultimo, l’eventuale successo dei peronisti di sinistra alle prossime elezioni presidenziali argentine potrebbe rappresentare un nuovo sussulto della ripresa del fronte progressista in America Latina, dopo la vittoria di Andrés Manuel López Obrador in Messico. Questo significherebbe anche un arresto dell’avanzata degli Stati Uniti nella regione, che sotto la guida di Donald Trump hanno tentato di ridurre il continente all status di giardino di casa. Ottobre, dunque, potrebbe essere un mese cruciale per le sorti politiche dell’America Meridionale, visto che oltre alle presidenziali argentine si terranno anche quelle in Bolivia (20 ottobre), con Evo Morales favorito per l’ennesima riconferma, ed Uruguay (27 ottobre).

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