Guatemala: Alejandro Giammattei contro il piano antimigranti di Trump

Vincitore delle elezioni presidenziali in Guatemala, Alejandro Giammattei si è subito schierato contro il piano antimigranti di Donald Trump e del presidente uscente Jimmy Morales.

Dopo tre sconfitte elettorali consecutive, Alejandro Giammattei ha trionfato al secondo turno delle elezioni presidenziali del Guatemala, lo scorso 11 agosto. Il sessantatreenne fondatore e leader della lista Vamos por una Guatemala Diferente (generalmente abbreviata in Vamos) prenderà le redini del Paese solamente il prossimo 14 gennaio, ma nel frattempo ha già fatto diverse dichiarazioni sui suoi piani futuri per il Paese.

In particolare, il futuro presidente di chiare origini italiane si è pronunciato contro l’accordo che Donald Trump aveva di fatto imposto all’attuale presidente guatemalteco, Jimmy Morales, al fine di trasformare la piccola repubblica centroamericana in un filtro per i flussi migratori provenienti dalla regione. Donald Trump, infatti, ha messo in campo tutti i mezzi a sua disposizione per convincere il governo di Guatemala City a riconoscere il proprio statuto di “Paese terzo sicuro”, fatto che permetterà agli Stati Uniti di ricacciare in Guatemala i migranti che siano precedentemente transitati in questo territorio, passaggio più o meno obbligato per tutti coloro che provengono da Honduras, El Salvador e Nicaragua. In questo modo, tutti i migranti che transiteranno per il Guatemala saranno costretti a fare domanda d’asilo in quel Paese, e gli Stati Uniti potranno invece respingerne le richieste e rispedire i soggetti in questione in Guatemala, similmente a quanto avviene in Unione Europea con il regolamento di Dublino.

Contro la definizione del Guatemala come “Paese terzo sicuro” si sono schierati in molti, ad iniziare da Edgar Gutiérrez, ex ministro degli Affari Esteri del Guatemala (2002-2004), il quale ha affermato che l’accordo farà del Guatemala “il più grande campo di concentramento della storia“. “Attualmente – ha continuato Gutiérrez nella sua intervista al quotidiano El Periodico – transitano in Guatemala 360.000 migranti all’anno. In dieci anni rischiamo di averne milioni“.

Dello stesso avviso il presidente eletto Giammattei, che all’agenzia stampa AP ha dichiarato: “Per essere considerato Paese sicuro, uno Stato deve essere certificato come tale da un organismo internazionale, e non penso che il Guatemala risponda ai requisiti per essere un Paese terzo sicuro. Questa definizione non ci appartiene“. Il prossimo capo di Stato ha poi lanciato un’ulteriore frecciata al suo omologo Donald Trump: “Non penso che barriere fisiche o barriere armate possano fermare le migrazioni. Penso invece che per fermare le migrazioni servano opportunità“.

Solamente nell’ultimo anno, il Guatemala ha subito l’emigrazione di 200.000 cittadini, ai quali si aggiungono le tante persone provenienti da altri Paesi per le quali il Guatemala rappresenta un punto di transito. Giammattei, nel corso della campagna elettorale, ha promesso una maggiore crescita economica ed una diminuzione della disoccupazione, obiettivi che però difficilmente verranno raggiunti se le sue politiche seguiranno le solite ricette neoliberiste che hanno fino ad ora causato solamente dolori alla popolazione guatemalteca.

Quanto meno, in contrasto con il quadriennio di Jimmy Morales, Giammattei ha dato un primo segnale di timido discostamento dalla genuflessione senza condizioni nei confronti degli Stati Uniti. Diciamo timido perché, a dirla tutta, la dichiarazione di Giammattei rappresenta più una testimonianza di buonsenso che di determinazione politica. La stessa UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees), l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha fatto sapere che il Guatemala non risponde ai criteri necessari per essere definito “Paese sicuro”, come dichiarato da Giovanni Bassu, responsabile regionale per l’America Centrale, per il quale il Guatemala “non è in grado di fronteggiare un numero importante di rifugiati e richiedenti asilo“. Dello stesso parere sono molti attivisti delle ONG che si occupano dei migranti in transito nel Paese.

Detto questo, il governo di Alejandro Giammattei deve ancora avere inizio e non abbiamo molti motivi per essere fiduciosi. Il futuro presidente ha infatti ottenuto la sua vittoria elettorale grazie al sostegno dell’estrema destra, degli estremisti religiosi evangelici e di molti ex militari, in pratica gli stessi gruppi che permisero l’elezione di Morales quattro anni fa, prima di abbandonarlo in seguito agli scandali di corruzione che lo hanno visto coinvolto. Lo stesso Giammattei, tra l’altro, ha le mani in pasta con la vecchia intellgence militare responsabile della guerra civile e dei massacri che hanno insaguinato il Paese negli anni ’90. In conclusione, abbiamo tutte le ragioni per restare scettici circa il futuro del Guatemala, nonostante le dichiarazioni di buoni intenti del prossimo presidente.

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