Regno Unito: get Brexit done!

La vittoria di Boris Johnson alle elezioni britanniche conferma la scelta della Brexit, che dovrebbe andare in porto entro fine gennaio. Pesante sconfitta per la linea titubante del leader laburista Jeremy Corbyn.

Le elezioni generali del 12 dicembre nel Regno Unito rappresentavano, più che una sfida tra partiti e leader, l’ultima opportunità, per gli elettori, di dire la propria sulla questione della Brexit. Il rapporto tra Londra e Bruxelles è stato infatti il tema sul quale è stata incentrata tutta la campagna elettorale, soprattutto da parte del premier in carica. Non è sorprendente, dunque, che a vincere sia stato proprio Boris Johnson con il suo Conservative Party.

Il primo ministro aveva promesso la Brexit entro la fine di ottobre, ma, a causa dell’ostruzionismo di un parlamento senza una maggioranza definita, ha dovuto desistere. Da questo punto di vista, Johnson ha mostrato una grande coerenza: avendo fallito nel proprio obiettivo, ha ridato la parola agli elettori, che lo hanno premiato con una vittoria schiacciante: i Tories hanno conquistato il 43.6% dei consensi su scala nazionale, ottenendo la maggioranza assoluta dei seggi grazie al sistema elettorale britannico del first-past-the-post. Sui 650 scranni della House of Commons, i conservatori ne controllano ora 365, 48 in più rispetto alla precedente legislatura.

Alla linea decisa di Boris Johnson, ha fatto da contraltare un leader laburista che non ha saputo fare una scelta in materia di Brexit: Jeremy Corbyn ha dovuto fare i conti con la spaccatura interna al Labour Party, diviso tra Leavers e Remainers, così ha deciso di non prendere una posizione netta, limitandosi ad invocare un possibile secondo referendum sull’uscita dall’Unione Europea. Certamente con Corbyn i laburisti hanno presentato un programma molto radicale, come non si vedeva da tempo, ma lo storico partito della sinistra britannica ha perso seggi proprio nelle aree dove storicamente dominava, il cosiddetto Red Wall. La scelta di non scegliere, che avevamo già criticato ben prima della scadenza elettorale, ha portato i laburisti ad un crollo dal 40% al 32.1%, con l’elezione di 202 parlamentari, sessanta in meno dell’ultimo confronto elettorale.

A questo punto ci preme fare un inciso: la stampa borghese ed europeista si è scagliata, nelle proprie analisi, contro il programma radicale di Corbyn, che, invocando nazionalizzazioni ed altri provvedimenti in favore delle classi meno abbienti, avrebbe spaventato l’elettorato. La realtà, però, ci dice che la sconfitta dei laburisti è stata dettata proprio dalla mancanza di una linea definita sulla questione della Brexit: tanti laburisti hanno preferito turarsi il naso e votare Johnson pur di vedere applicata la decisione presa dal popolo britannico in occasione del referendum del giugno 2016. A dimostrazione di ciò, i laburisti hanno perso oltre dieci punti percentuali nelle aree dove il Leave aveva vinto nel referendum.

A questo punto, con la maggioranza assoluta in tasca, i conservatori di Johnson non avranno più scuse per rimandare l’appuntamento con la Brexit, che dovrebbe avere luogo nel prossimo mese e mezzo. Tale provvedimento potrebbe però portare ad altre conseguenze, in particolare riguardanti lo status della Scozia. Se, su scala nazionale, il terzo partito è quello dei Liberal Democrats di Jo Swinson (11.6%, 11 seggi), impressiona il risultato ottenuto ad Edimburgo e dintorni dallo Scottish National Party (SNP) di Nicola Sturgeon. Sui 59 seggi in palio in Scozia, lo SNP ne ha conquistati per 48, rafforzando la linea indipendentista della leader. Dopo la sconfitta di misura nel referendum del settembre 2014, Sturgeon vorrebbe rilanciare un nuovo referendum per l’indipendenza dopo la Brexit, proponendo poi l’ingresso della Scozia nell’UE come Stato indipendente. Visto il risultato delle elezioni, un successo della linea indipendentista sarebbe tutt’altro che utopistica.

Mentre resta fuori dal parlamento il Brexit Party di Nigel Farage, il cui estremismo di destra risulta oramai inutile vista la linea dei Tories, l’Irlanda del Nord si spacca in due. Il Democratic Unionist Party (DUP), favorevole alla permanenza nel Regno Unito, resta la forza più votata ed elegge otto rappresentanti, ma perde due seggi rispetto alla precedente legislatura. I seggi del DUP sono però superati dal totale di quello di due partiti nazionalisti irlandesi, che vorrebbero invece la riunificazione con la Repubblica d’Irlanda: Sinn Féin ha ottenuto infatti sette scranni, da sommare ai due del Social Democratic and Labour Party (SDLP), mentre resta su posizioni neutrali l’Alliance Party of Northern Ireland (APNI), che elegge un rappresentante.

In Galles, infine, conferma i propri quattro seggi i nazionalisti di Plaid Cymru, mentre in Inghilterra viene confermato l’unico seggio degli ecologisti del Green Party of England and Wales (GPEW).

I risultati di queste elezioni britanniche potrebbero dunque avere molte ripercussioni: la prima questione da affrontare sarà quella della Brexit, promessa entro il 31 gennaio; a questa potrebbero fare seguito un probabile referendum sull’indipendenza della Scozia ed anche un eventuale referendum sullo status dell’Irlanda del Nord.

Per quanto riguarda l’operato del nuovo governo, molto dipenderà dalla riuscita o meno della Brexit. In caso di successo, probabilmente Johnson avrà la forza per restare al timone di comando assai a lungo. A questo punto non mancheremo di criticare le sue politiche iperliberiste, ma allo stesso tempo non potremo tacere sul suo merito di aver assestato un colpo decisivo all’Unione Europea, che per la prima volta dalla sua creazione sembra destinata a perdere uno Stato membro.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora.

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