Una posizione chiara e coerente sull’Iran

L’Iran è il Paese più dibattuto delle ultime settimane, da quando sono salite le tensioni tra il governo della Repubblica Islamica e gli Stati Uniti. Per avere una posizione coerente sull’Iran è tuttavia necessario discernere l’aspetto della politica internazionale da quello della politica interna.

La Repubblica Islamica dell’Iran nacque con il successo della rivoluzione nel 1979, che pose fine al regime filo-occidentale degli scià. Nel suo trentennio di esistenza, il governo islamico iraniano si è caratterizzato per numerose fasi di tensione con il mondo occidentale, in particolare con gli Stati Uniti: la ruggine tra i due Paesi ha infatti le sue radici nella crisi degli ostaggi, quando 52 membri dell’ambasciata statunitense a Tehrān restarono prigionieri tra il novembre 1979 ed il gennaio 1981. La crisi, tra l’altro, costò la rielezione al presidente Jimmy Carter.

La guerra con l’Iraq di Saddam Hussein, allora sostenuto da Washington, e poi l’inserimento dell’Iran all’interno del cosiddetto “asse del male” da parte di George W. Bush sono solamente altri due episodi che ricordano come le tensioni tra questi due Paesi siano state continue, seppur con fasi meno acute di quella attuale.

L’Iran degli ayatollah si è dunque rivelato uno dei principali rivali dell’imperialismo statunitense nella regione mediorientale, svolgendo un importante ruolo di argine all’espansione della propria sfera d’influenza da parte di Washington. Tale funzione va certamente intesa positivamente, in quanto è stato uno dei fattori che ha evitato l’affermarsi di un mondo unipolare a guida statunitense. Anche nello scacchiere geopolitico attuale, ad esempio nelle vicende siriane o yemenite, Tehrān sta svolgendo un ruolo importante per constrastare l’asse che vede protagonisti gli Stati Uniti ed i principali alleati di Washington nella regione, ovvero Israele e l’Arabia Saudita.

Questa funzione di stopper svolta dall’Iran ha portato il governo islamico a stringere alleanze più o meno strette con altri Paesi che hanno interesse a formare una coalizione anti-statunitense, ovvero la Russia e la Cina. Forse non è un caso che l’attentato orchestrato da Donald Trump contro Qasem Suleimani sia arrivato poco tempo dopo lo svolgimento di alcune esercitazioni militari congiunte tra iraniani, russi e cinesi, proprio sul territorio dell’antica Persia.

Nonostante il ruolo svolto dall’Iran in funzione antimperialista, è importante non sottovalutare le criticità di un regime teocratico, portandoci dunque alla necessità di discernere le questioni di politica internazionale da quelle di politica interna. Sebbene l’Iran si opponga all’egemonia statunitense ed al primato del capitalismo a livello globale, un governo teocratico non può che nascere su di un fondamento reazionario. Anche l’opposizione all’iperliberismo da parte dell’Iran avviene in funzione conservatrice e reazionaria, e non con un orizzonte progressista e di emancipazione. Non è un caso che, sin dal suo insediamento al potere, il governo islamico abbia osteggiato e perseguitato i comunisti iraniani, imprigionando e condannando a morte migliaia di militanti.

Per questi motivi, hanno ragione i comunisti del partito iraniano del Tūdeh quando si oppongono strenuamente al regime teocratico di Tehrān, pur osteggiando allo stesso tempo l’espansionismo dell’imperialismo statunitense nella regione mediorientale. Un regime teocratico, del resto, oltre ad attestarsi su posizioni reazionarie, non può che perorare la pace sociale e negare il conflitto di classe, rafforzando di fatto la posizione della classe dominante iraniana a discapito della classe lavoratrice.

Tornando al contesto internazionale, tali considerazioni sull’Iran non devono tuttavia far dimenticare come le responsabilità delle recenti tensioni siano da attribuire alle scriteriate decisioni di Donald Trump, che ha prima ritirato unilaterlamente gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano, per poi organizzare il già citato attentato contro Qasem Soleimani. Nonostante la reazione di Tehrān sia arrivata poco dopo con un attacco missilistico sulle basi statunitensi in Iraq, i leader della Repubblica Islamica si sono mostrati più lungimiranti, evitando lo scontro aperto tra le due potenze. Se l’attacco sferrato contro Soleimani fosse avvenuto a parti invertite, oggi ci troveremmo già nel bel mezzo di una guerra sanguinaria al grido di “pace, libertà e democrazia”.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora.

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