Stati Uniti: il Partito Comunista contro “l’accordo del secolo” di Donald Trump

Il Partito Comunista degli Stati Uniti ha denunciato duramente “l’accordo del secolo” lanciato da Donald Trump con l’assenso del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, e che invece è stato respinto al mittente dai palestinesi.

Un accordo impresentabile ed inaccettabile per qualsiasi leadership palestinese, anche la più moderata. “L’accordo del secolo” lanciato da Donald Trump e salutato con entusiasmo dal primo ministro Benjamin Netanyahu è ben riassunto in questa formula. Il Partito Comunista degli Stati Uniti (Communist Party of the United States of America, abbreviato in CPUSA) ha pubblicato un comunicato per denunciare la folle soluzione proposta dall’inquilino della Casa Bianca.

Il Partito Comunista degli USA esprime il suo fermo rifiuto del cosiddetto accordo del secolo annunciato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump e dal Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu questa settimana. Lungi dall’essere, come afferma Trump, una situazione “win-win” per tutte le parti coinvolte nel conflitto Israele-Palestina, è profondamente ingiusto per il popolo palestinese e rappresenta una formula per il continuo conflitto violento in Medio Oriente.

Il contesto politico vede quest’anno l’avvicinarsi delle elezioni negli Stati Uniti e in Israele. Trump è stato messo sotto accusa e Netanyahu è stato incriminato per corruzione. Ciò ha indotto molti osservatori a sospettare che la demagogia elettorale sia parte delle motivazioni che stanno spingendo entrambi questi leader; cioè, stanno proponendo una soluzione estrema e inattuabile al conflitto di lunga data tra Israele e Palestina in modo da stimolare le loro basi elettorali estremiste e rafforzare le loro possibilità di rielezione.

Comunque sia, il piano proposto, elaborato dagli Stati Uniti e dal governo israeliano senza alcuna partecipazione palestinese, è un grande passo indietro:

  • Non farebbe nulla di significativo riguardo alla proliferazione completamente illegale di insediamenti ebraici sulla terra necessaria per l’eventuale creazione di uno Stato palestinese indipendente. Invece, gli insediamenti esistenti sarebbero sotto la sovranità israeliana, così come la Cisgiordania ad ovest del fiume Giordano.
  • Il cosiddetto stato palestinese previsto nel piano non assomiglia a null’altro se non al sistema malfamato di “homeland” o “bantustan” che il regime razzista di apartheid ha istituito in Sudafrica. Questo consisterebbe in frammenti di territorio non contigui che non sarebbero economicamente sostenibili e non avrebbe il controllo su molte funzioni che sono una caratteristica intrinseca di tutti i veri Stati sovrani, come la politica estera e la sicurezza.
  • Israele avrebbe assunto il controllo completo, non congiunto, dei siti sacri per il popolo musulmano, vale a dire la Cupola della Roccia e la Moschea Al-Aqsa in cima all’Haram esh-Sharif (Monte del Tempio) a Gerusalemme, sebbene ai musulmani sarebbe stato permesso di pregare lì con il permesso israeliano. Non dovremmo dimenticare che ci sono elementi estremisti in Israele che hanno creato provocazioni in quei luoghi e hanno persino chiesto la demolizione di quei due edifici.
  • La richiesta palestinese di lunga data che Gerusalemme Est sia la capitale del nuovo Stato palestinese è respinta con l’idea di dare ai palestinesi un pezzo di terra al di fuori della città.
  • Il piano prevede che i palestinesi riconoscano Israele come uno Stato ebraico, con l’implicazione che musulmani, cristiani e altri che vivono lì non sarebbero in qualche modo cittadini di prima classe. Data l’attuale discriminazione nei confronti degli arabi in Israele, non si tratta solo di una questione di parole.
  • La questione del diritto al ritorno delle famiglie palestinesi esiliate dall’indipendenza di Israele nel 1948, alcune delle quali vivono ancora in squallidi campi profughi, è completamente abbandonata.
  • Gli investimenti di 50 miliardi di dollari offerti per la Palestina non sarebbero stati dati direttamente al governo palestinese e nemmeno alle imprese del settore privato. Invece, sarebbe collocati in un fondo presso un istituto finanziario incaricato di generare rendimenti per gli investitori. Gli esborsi sarebbero subordinati all’adozione da parte dello Stato palestinese del classico quadro neoliberista di diritti di proprietà privata rafforzati, tasse basse, deregolamentazione e un sistema giudiziario favorevole agli investitori stranieri.

Non c’è da stupirsi che tutti i settori della leadership palestinese abbiano rifiutato con indignazione questo piano distruttivo. È gratificante che così tanti leader e organizzazioni mondiali lo abbiano già denunciato. Notiamo che, negli Stati Uniti, organizzazioni ebraiche come J Street, gruppi per i diritti civili come l’American Civil Liberties Union e numerosi leader politici tra cui diversi candidati presidenziali sono stati enfatici e schietti nel denunciare questo “accordo”.

Il Partito Comunista degli USA invita tutti i nostri membri e alleati a lavorare attivamente per bloccare il piano Trump-Netanyahu esprimendosi contro di esso in incontri pubblici, sui social media o in lettere agli editori; contattando i rappresentanti eletti per chiedere che si oppongano; e assicurandosi che Trump e i suoi alleati estremisti siano sconfitti nelle nostre elezioni di novembre.

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