I virus dei pregiudizi ideologici e razziali sono molto peggio del coronavirus

L’epidemia di coronavirus che continua a mietere vittime in Cina ha messo in evidenza i veri virus che attanagliano il nostro tempo: quelli dei pregiudizi ideologici e razziali nei confronti di un intero Paese e del suo popolo.

Come abbiamo già sottolineato in precedenti occasioni, la nuova epidemia di coronavirus, nata in Cina sul finire del 2019, anziché rafforzare i legami internazionali nel nome della ricerca e degli sforzi comuni per arginare l’emergenza, è stata utilizzata da media e politici occidentali per attaccare la Cina ed il suo popolo. Il governo cinese, la cui colpa principale è quella di proporre un modello economico e politico alternativo a quello dominante, è divenuto l’oggetto di attacchi indiscriminanti, mentre cittadini cinesi e di altri Paesi asiatici hanno subito casi di sinofobia e razzismo in tutto il mondo.

Il virus del pregiudizio ideologico che affligge i politici occidentali, soprattutto statunitensi, dimostra una mentalità da guerra fredda, che ha portato alla sostituzione del nemico principale del mondo occidentale egemonizzato da Washington, un tempo rappresentato dall’Unione Sovietica, ed oggi divenuto la Cina.

Alcuni politici europei e nordamericani hanno varcato le soglie della decenza, dimostrando, con i loro commenti anticinesi, gioia e soddisfazione per gli eventi che stanno colpendo il gigante asiatico, sostenendo apertamente che le perdite economiche subite dalla Cina a causa dell’epidemia potrebbero trasformarsi in vantaggi per gli Stati Uniti e per gli altri concorrenti economici del dragone.

Indubbiamente, l’atteggiamento di questi politici, alcuni con cariche di alto rango nel governo di Washington, dimostra una grande paura del progresso economico e sociale della Cina, della ricchezza del popolo cinese e della prosperità di quel Paese. I successi della Cina sotto la guida del Partito Comunista vengono infatti considerati come una minaccia per la prosecuzione dell’egemonia economica, commerciale, militare e culturale degli Stati Uniti su gran parte del pianeta. La realtà ci dice invece che oltre 800 milioni di cinesi sono usciti dalla povertà sotto il governo del Partito Comunista, e che lo sviluppo cinese ha portato grandi vantaggi anche a molti altri Paesi, compresi quelli occidentali.

Nel momento in cui la lotta all’epidemia di coronavirus è in cima all’agenda delle priorità della comunità internazionale, i cantori ditirambici della propaganda anticinese non hanno trovato nulla di meglio da fare se non perorare la diffusione di un virus molto più pericoloso, quello del pregiudizio ideologico nei confronti della Cina. Al contrario di quello che speravano costoro, la pronta risposta delle autorità cinesi all’emergenza ed i risultati ottenuti hanno dimostrato al mondo che l’economia cinese ha una capacità di tenuta sufficiente per far fronte alle incertezze, e che i fondamentali economici che sostengono il progressoe conomico della Cina sono assai saldi.

Per garantire liquidità sufficiente nei mercati finanziari del paese, la Banca Popolare di Cina ha iniettato un totale di 1,7 trilioni di Yuan nel sistema finanziario il 3 e 4 febbraio, inviando un segnale di rafforzamento delle misure di aggiustamento anticicliche per stabilizzare le aspettative del mercato. Inoltre, le città di tutto il Paese si stanno mobilitando e organizzando la ripresa della produzione per le imprese chiave. Quello che i propagandisti anticinesi non comprendono è l’importanza di adottare una prospettiva a lungo termine per valutare l’economia cinese, poiché la tendenza delle prospettive di crescita a lungo termine della Cina non cambierà. L’epidemia, al contrario, è temporanea, ed altrettanto di breve durata sarà il suo impatto, inserendosi nel normale alternarsi di fasi di alti e bassi in un’economia nazionale.

Il PIL cinese è oggi vicino ai 100 trilioni di Yuan e il suo PIL pro capite ha superato i 10.000 dollari. Per fare un confronto, il PIL cinese era di appena 14 miliardi di Yuan nel 2003, all’inizio dell’epidemia di Sars, che non ha impedito i successi economici degli anni seguenti. Il Paese ha inoltre un mercato di 1,4 miliardi di persone e una forza lavoro di 900 milioni di individui, di cui 170 milioni hanno ricevuto un’istruzione superiore o una formazione professionale. Inoltre, vanta oltre 400 milioni di persone con reddito medio. È ovvio che questi elementi alla base dei fondamenti dell’economia cinese non saranno assolutamente influenzati in maniera sostanziale dal virus.

Alla campagna mediatica orchestrata dai propagandisti anticinesi si aggiunge poi l’ignoranza di alcuni individui, che ha portato a casi di gravi discriminazioni razziali nei confronti dei cinesi o di altri cittadini asiatici. Casi di questo tipo sono stati riportati dalla stampa di numerosi Paesi, Italia compresa, e non sembrano arrestarsi. Una ondata di razzismo e sinofobia dovuta anche all’associazione forzata tra la Cina ed il virus, spesso denominato “coronavirus cinese”, come se un virus avesse una nazionalità o fosse interessato ai confini che vigono tra gli Stati.

In passato abbiamo assistito ad altri tipi di epidemie provenienti da diverse parti del mondo, compresa l’influenza suina H1N1 proveniente da Messico e Stati Uniti, o ancora la “mucca pazza” (encefalopatia spongiforme bovina) originatasi in Inghilterra, ma mai si era raggiunto il livello di isteria che si sta verificando in queste settimane contro turisti e comunità cinesi e asiatiche in tutto il mondo. Probabilmente i propagandisti anticinesi dovrebbero mettersi una mano sulla coscienza e riconoscere le proprie responsabilità, ma nutriamo forti dubbi che ne abbiano le capacità.

Tra le tante testimonianze riportiamo quella di Sam Phan, cittadino britannico di origine cinese, studente presso l’Università di Manchester, le cui dichiarazioni sono state riportate da The Guardian: “Questa settimana, la mia appartenenza etnica mi ha fatto sentire parte di una massa minacciosa e malata. Vedermi come qualcuno che porta il virus solo a causa della mia etnia è, beh, solo razzista. In quanto orientale non posso fare a meno di sentirmi sempre più a disagio“, ha aggiunto Phan. “Sull’autobus per andare a lavorare la scorsa settimana, mentre mi sedevo, l’uomo accanto a me si è affrettato immediatamente a prendere le sue cose e si è alzato in piedi per evitare di sedersi accanto a me”.

È importante considerarci in tutta la nostra diversità, come singoli esseri umani, e sfidare gli stereotipi. Il coronavirus è una tragedia umana, quindi non permettiamo alla paura di generare odio, intolleranza e razzismo”, ha concluso Phan.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora.

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