Israele: Netanyahu in testa, ma potrebbe non bastare

Il 2 marzo si è tenuta in Israele la terza tornata elettorale dell’ultimo anno, dopo i continui fallimenti nella formazione di un nuovo governo. Ne esce bene il premier Benjamin Netanyahu, in crescita la Lista Comune degli arabo-israeliani, che comprende anche i comunisti.

Dalle elezioni dell’aprile 2019, Israele sta conoscendo il più lungo periodo di crisi politica della sua storia. La carica di premier resta al momento nelle mani di Benjamin Netanyahu, che continua a migliorare il suo primato di longevità come capo del governo di Tel Aviv, ma in realtà il Paese è praticamente privo di una guida politica.

Le ultime due elezioni si erano risolte in un sostanziale pareggio tra i due principali partiti: i nazionalisti liberali del Likud (“consolidamento”), la formazione di Netanyahu, e Blu e Bianco (Kahol Lavan), partito del centro liberale guidato da Benny Gantz, considerato come il grande antagonista del premier in carica.

La terza tornata elettorale consecutiva ha consegnato un leggero vantaggio al Likud, che ha ottenuto il 29.24% delle preferenze, con circa tre punti percentuali di vantaggio nei confronti di Blu e Bianco, giunto al 26.36%. Questa situazione si riflette anche nella distribuzione dei seggi della Knesset, il parlamento israeliano, visto che il Likud ha eletto 36 deputati contro i 32 del partito di Gantz.

Tuttavia, nessua delle due formazioni sembrerebbe in grado di raggiungere la maggioranza assoluta, anche attraverso eventuali coalizioni, sul totale di 120 scranni. Dalla parte di Netanyahu dovrebbero schierarsi gli ebrei ultraortodossi di Shas (7.74%, dieci seggi), che già fanno parte della squadra di governo, ed il partito degli ebrei haredim aschenaziti, Giudaismo Unito nella Torah (Yahadut HaTora HaMeuhedet), che dispone di sette seggi (6.15%)

Con i due partiti alleati, la coalizione a sostegno di “Bibi” Netanyahu raggiungerebbe i 53 seggi, ma a suo favore dovrebbero arrivare anche i voti della nuova formazione di destra Yamina, un cartello composto da tre partiti conservatori con tedenza estremiste. Pur perdendo un seggio rispetto alle ultime elezioni, Yamina ha conquistato sei scranni (5.02%), portando l’eventuale coalizione a sostegno dell’attuale premier a quota 59, con soli due seggi mancanti per raggiungere la maggioranza assoluta.

Situazione simile anche per Benny Gantz, che sicuramente dovrebbe incassare il sostegno della coalizione di centro sinistra guidata dal Partito Laburista Israeliano (Miflèghet Ha-‘Avoda Ha-Yisraelit), e formata anche dai partiti Gesher (“ponte”) e Meretz (“vigore”). I tre partiti hanno ottenuto insieme il 5.72% delle preferenze, eleggendo sette deputati.

L’altra lista che dovrebbe schierarsi con Gantz è Yisra’el Beiteinu, letteralmente “Israele, casa nostra”, ovvero la lista dei sionisti revisionisti di Avigdor Lieberman. Dopo aver occupato numerosi ruoli ministeriali sotto Netanyahu, Lieberman ha rassegnato le proprie dimissioni nel novembre 2018, causando la crisi di governo e diventando uno dei principali oppositori alla politica di Netanyahu. I sette deputati del suo partito, che ha ottenuto il 5.89% delle preferenze, dovrebbero dunque votare in favore di Gantz, portando lo sfidante a quota 46 seggi.

A mantenere la situazione in stallo è la continua crescita della Lista Comune (HaReshima HaMeshutefet in ebraico, al-Qa’imah al-Mushtarakah in arabo), composta dai partiti che rappresentano gli interessi degli arabi-israeliani. Lanciata nel 2015, questa comprende anche i comunisti di Hadash (haHazit haDemokratit leSHalom veleShivyon, ovvero il Fronte Democratico per la Pace e l’Uguaglianza), partito nel quale militano insieme sia ebrei che arabi. Già rivelazione delle precedenti elezioni, la Lista Comune è divenuta saldamente la terza forza politica israeliana, con il 13.10% delle preferenze e dieci deputati eletti.

Solamente un’apertura da parte di Gantz nei confronti della Lista Comune, rompendo il tabù che esclude gli arabi di Israele dalle cariche politiche, potrebbe essere in grado di portare alla formazione di una maggioranza di governo. Questo significherebbe anche un sostanziale cambiamento della politica israeliana nei confronti degli arabi-israeliani e dello stato palestinese, e proprio per questo temiamo che tale soluzione non verrà praticata.

L’altra soluzione sarebbe invece quella predicata dal presidente israeliano Reuven Rivlin, che già nei mesi scorsi aveva chiesto a Netanyahu e Gantz di mettere da parte la propria rivalità per promuovere la formazione di un governo di unità nazionale. A questo punto, però, crediamo che probabilmente assisteremo ad altri mesi di inutili contrattazioni, per poi giungere ad una quarta tornata elettorale consecutiva.

Quello che possiamo affermare con certezza, è che la situazione di stallo permetterà a Netanyahu di mantenere quanto meno per qualche mese la sua carica di primo ministro, la cui immunità lo sta per ora proteggendo dai procedimenti giudiziari per corruzione aperti dalla magistratura contro il premier più longevo della storia israeliana.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora.

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