Il coronavirus e la demolizione dell’Unione Europea

L’emergenza coronavirus sta mettendo sempre più in evidenza le contraddizioni dell’Unione Europea, un apparato superfluo e inutile non in grado di rispondere ai bisogni dei cittadini, mentre gli stati membri si dimostrano incapaci di collaborare e smentiscono nei fatti la retorica europeista.

In principio fu la Germania ed il suo divieto di esportazione di dispositivi di protezione medica che costrinse molti Paesi europei a ricorrere al sostegno della Cina. In queste settimane, il coronavirus ha messo a nudo le contraddizioni della finta collaborazione europea e dell’altrettanto fasullo costrutto dell’alleanza atlantica, con il governo statunitense che a sua volta ha deciso di applicare politiche a detrimento dei propri partner.

Il caso tedesco è particolarmente lampante, in quanto la Germania si considera da sempre il Paese faro d’Europa, quello con le maggiori risorse economiche, e dunque quello con le più grandi possibilità di venire in soccorso degli altri stati membri. Questa, almeno, sarebbe la logica se l’Unione Europea fosse basata su un sano principio di cooperazione tra i Paesi, mentre in realtà altro non è che uno strumento di dominio imposto da Berlino sul continente. La libera circolazione di merci e persone è accettabile solamente quando questa avviene a proprio beneficio, ma viene immediatamente interrotta quando non viene ritenuta utile.

Già nel 1845, Friedrich Engels aveva individuato le ragioni che avevano portato l’Inghilterra ad imporre il libero scambio come dottrina economica in tutto il mondo. Ne La condizione della classe operaia in Inghilterra, il filosofo tedesco spiega che un sistema di libero scambio è conveniente alla potenza dominante quando questa ha un saldo controllo dell’economia internazionale, me viene abbandonato quando questa situazione cessa di esistere: “La teoria del libero mercato si basava su un assunto: che l’Inghilterra fosse l’unico grande centro manifatturiero di un mondo agricolo”.

Similmente, la Germania ha costruito attorno a sé la sovrastruttura europea con il fine di promuovere il libero scambio in un’area nella quale Berlino risultava l’economia dominante, soprattutto dal punto di vista industriale, aggiungendo a questo elemento anche il dominio della moneta unica. Tuttavia, tale dottrina, in altri tempi considerata come verità assoluta ed innegabile, viene disattesa nel momento in cui il contesto cambia. Il libero mercato è infatti un sistema le cui dottrine “vanno bene per gli uffici economici e per gli editoriali sui giornali, ma nell’ambiente degli affari o nel governo nessuno le prende sul serio”, come scriveva Noam Chomsky nel 1992 (What Uncle Sam Really Wants?).

In seguito ai provvedimenti del governo tedesco, Janez Lenarčič, commissario europeo per gli aiuti umanitari e la protezione dalle crisi, ha esortato Berlino a revocare immediatamente il divieto di esportazione. Il ministro tedesco della sanità Jens Spahn ha invece risposto che tutti i Paesi dell’Unione Europea dovrebbero attuare politiche simili. In pratica, la fine dell’utopia liberista europea della libera circolazione delle merci e dei mezzi di produzione.

Sebbene sia successivamente tornata sui propri passi, il 12 marzo il presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, ha liquidato la crisi sanitaria italiana con l’affermazione che non era compito della sua istituzione ridurre lo spread, provocando danni ingenti alla borsa italiana ed alle altre borse europee.

Non è un caso, dunque, che la Cina stia guadagnando punti importanti nell’opinione pubblica italiana ed europea, visto che, mentre Germania e Stati Uniti si limitano a perseguire i propri obiettivi a discapito dei propri presunti partner, quello di Pechino è uno dei pochi governi che sta dimostrando di avere a cuore le sorti della comunità internazionale. Nel tentativo di arginare le perdite una volta capito l’errore, il governo federale tedesco ha modificato il divieto di esportazione, prevedendo alcune eccezioni. Ma, allo stesso tempo, l’UE ha soddisfatto la richiesta avanzata dal ministro della sanità Spahn, emettendo un divieto di esportazione per tutti i materiali necessari a combattere l’epidemia verso i Paesi non comunitari, obbligando gli altri governi a seguire il modello tedesco.

La politica dell’Unione Europea ha portato il presidente serbo Aleksandar Vučić a richiedere l’aiuto della Cina. La Serbia, Paese europeo ma non membro dell’UE, ha espresso risentimento per le politiche decise a Berlino e Bruxelles, ed il presidente ha affermato che “il divieto è stato imposto dalle persone che ci hanno insegnato a non comprare beni cinesi”. I Paesi dell’Europa occidentale, infatti, utilizzano quelli dell’Europa orientale e sudorientale solamente solo come siti di produzione economici, trascurandoli politicamente ed economicamente. Ciò ha permesso alla Cina di creare un’importante rete di cooperazione nella regione, inserita all’interno della Belt and Road Initiative, ovvero la cosiddetta “nuova via della seta”.

Anche gli Stati Uniti, come abbiamo avuto modo di dire altrove, stanno dimostrando di avere a cuore l’alleanza atlantica solamente quando fa comodo. Abbiamo già detto in un altro articolo del tentativo del governo statunitense di acquisire dall’azienda tedesca Curevac di Tubinga i brevetti dell’eventuale nuovo vaccino contro il virus. Il direttore della compagnia, Daniel Menichella, aveva partecipato a una riunione alla Casa Bianca il 3 marzo, durante la quale il presidente Donald Trump aveva parlato con i dirigenti dell’industria farmaceutica della produzione di un tale vaccino, offrendo un miliardo di dollari affinché il vaccino fosse reso disponibile solamente negli Stati Uniti. Tuttavia, in questo caso il governo tedesco è intervenuto nella questione, e Menichella è stato sollevato dal proprio incarico.

Questa situazione di tensione tra i Paesi occidentali potrebbe portare ad una più grave crisi delle istituzioni sovranazionali europee. La crisi sanitaria va infatti ad aggiungersi a quella economica che oramai prosegue da oltre dieci anni, e che da molti cittadini è oramai considerata come legata alla natura stessa dell’Unione Europea. Oltretutto, i Paesi più colpiti dalle misure di austerità e dalle politiche neoliberiste sembrano essere gli stessi che stanno subendo maggiormente l’epidemia, come l’Italia e la Spagna, rafforzando nei cittadini l’opinione negativa circa le istituzioni europee.

L’interruzione degli accordi di Schengen, che garantiscono la libera circolazione all’interno dell’area Paesi membri, è un altro segnale importante, visto che questa libertà è spesso citata dagli europeisti come uno dei maggiori vantaggi dell’UE. La chiusura unilaterale delle frontiere tedesche ha infatti generato non pochi risentimenti, soprattutto in Francia, quando Tobias Hans, capo del governo del Land tedesco della Saarland, ha invitato i pendolari francesi a non continuare a lavorare in Germania. Le autorità francesi, per bocca del ministro degli interni Christophe Castaner, hanno confessato di non essere state consultate in anticipo, denunciando la mossa unilaterale tedesca, che di fatto rappresenta una violazione degli accordi di Schengen.

La violazione degli accordi di Schengen, però, è stata scandalosamente ammessa dalle istituzioni europee. La commissione di Ursula von der Leyen, tedesca e politicamente vicina alla cancelliera Angela Merkel, ha affermato che le chiusure delle frontiere sono consentite in una “situazione straordinariamente critica”, fatto che tuttavia non era mai stato affermato in precedenza. Ma le istituzioni di Bruxelles si sono ricoperte ancor più di ridicolo quando hanno considerato legittime le misure di chiusura delle frontiere prese dalla Germania, definendo invece “dubbie” le stesse misure prese da Danimarca e Repubblica Ceca, ed addirittura illegittime quelle di Ungheria, Polonia e Lituania.

Siamo dunque pienamente concordi con lo studioso Dalibor Rohac, dell’American Enterprise Institute di Washington, secondo il quale l’emergenza coronavirus e la crescente percezione dell’inutilità delle istituzioni europee potrebbero “svilupparsi in una potente forza centrifuga”, fino alla possibile uscita di alcuni Paesi dall’Unione Europea. Dopo la crisi economica, le politiche di austerità, la cessione della sovranità nazionale in materia di politiche economiche e monetarie, la situazione sanitaria attuale sta mettendo definitivamente a nudo la natura leviatanica di un’Unione Europea liberista e reazionaria, incapace di rispondere ai bisogni dei popoli ma solamente legata agli interessi delle classi dominanti dei Paesi dominanti.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora.

There is one comment

  1. Enrico Cappelletto

    Questa epidemia senza precedenti ha creato delle risposte nazionali alla mancanza di una regia europea che non c’è stata, per mancanza di competenze, leggi, deleghe, e strumenti di “governo europeo”. Bisognava agire in fretta e l’unico modo era farlo a livello nazionale: tutelando la vita dei cittadini di ogni singola nazione, non certo gli interessi europei. L’epidemia ha messo in luce i limiti dell’UE come istituzione, come governo. Capisco che la Serbia si aspettasse un aiuto… ma su quale base? per vicinanza? Sicuramente l’UE è l’interlocutore più grande e vicino… richiesta legittima ma un po’ difficile da attuare. Superata questa emergenza mi auguro ci sarà una volontà di riformarla… Non può continuare ad essere un’unione economica.

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