Gli Stati Uniti e la retorica dei diritti umani

Da decenni gli Stati Uniti si arrogano il diritto di giudicare l’operato dei governi degli altri Paesi, utilizzando la retorica della democrazia e dei diritti umani come pretesto per imporre sanzioni o giustificare invasioni militari. Ma cosa accade se un altro Paese decide di denunciare le violazioni dei diritti umani negli USA?

Siamo abituati da decenni ai rapporti umani pubblicati da enti statunitensi o comunque vicini al governo di Washington, coperti da un velo di presunta indipendenza. Per lungo tempo, questi rapporti sono stati quasi inappellabili, considerati come la verità rivelata, ed utilizzati allo scopo di infangare l’operato di altri governi, la cui unica colpa reale era quella di non piegarsi all’ordine mondiale imposto dagli Stati Uniti.

E così, tali rapporti hanno sempre avuto un occhio di riguardo per le violazioni dei diritti umani riguardanti Paesi come Cina, Cuba, Corea del Nord, Vietnam, Venezuela, Russia, Iran, Iraq, Siria, Libia… mentre dimenticavano puntualmente di quanto accade in Arabia Saudita o, peggio ancora, in Israele, dove di fatto vige uno stato di vero e proprio apartheid. La realtà, tuttavia, è una sola: ad oggi, nessun Paese al mondo è in grado di garantire tutti i diritti umani previsti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948.

Basta questo dato per capire come la retorica dei diritti umani, unita a quella della democrazia, sia stata agitata unicamente come pretesto per denigrare governi, imporre sanzioni ingiuste e giustificare agli occhi dell’opinione pubblica le “guerre umanitarie” mosse contro l’Iraq di Saddam Hussein, la Libia di Muʿammar Gheddafi o la Siria di Bashar al-Assad, per citare i casi più recenti. Questo, almeno, fino a quando gli Stati Uniti sono riusciti a mantenere una posizione egemone su scala mondiale, posizione che si erano conquistati dopo la fine della guerra fredda e la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Oggi, dopo vent’anni di dominio a stelle e strisce e di guerre umanitarie, la situazione globale è cambiata. Il mondo unipolare a guida statunitense è oramai tramontato, lasciando spazio ad un assetto multipolare, dove diverse potenze si contendono il primato su scala planetaria. Tra queste, la Cina ha acquisito sempre più prepotentemente il ruolo di principale sfidante di Washington, dimostrando di poter proporre un modello politico ed economico alternativo a quello dominante del neoliberismo e della democrazia rappresentativa borghese di stampo occidentale.

Proprio la Cina è, da tempo immemore, bersaglio dei succitati rapporti filostatunitensi, che non hanno mai cessato di sottolineare le presunte violazioni dei diritti umani da parte del governo di Pechino. Il caso più noto, tra le presunte colpe della Cina, è probabilmente quello del Tibet: per lungo tempo si è fatto credere all’opinione pubblica occidentale che il Dalai Lama fosse in esilio per un’intolleranza religiosa del governo cinese, mentre in pochi sanno che il motivo del conflitto risiede nel fatto che il Dalai Lama si proclama non solamente leader religioso, ma anche leader politico e capo di un presunto governo tibetano, mettendo dunque a repentaglio l’integrità territoriale della Repubblica Popolare Cinese.

Oggi, però, la Cina ha assunto un tale peso internazionale da potersi permettere di pubblicare un proprio rapporto sulle violazioni dei diritti umani negli Stati Uniti, il Paese che più di ogni altro dichiara guerre ed è reo di ingerenze negli affari interni di altri Paesi, ma che anche in casa non può certo vantare una situazione rosea per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani.

Il rapporto del Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato della Cina, il cui titolo in inglese è The Record of Human Rights Violations in the United States in 2019 non si appella alla retorica, bensì a numeri e statistiche, spesso pubblicate dagli stessi enti federali degli Stati Uniti, al fine di dimostrare la disastrosa situazione del Paese nordamericano nell’ambito del rispetto dei diritti umani, sia all’interno dei propri confini che nei territori di altri stati. Del resto, è stato un ex presidente statunitense come Jimmy Carter a ricordare di recente che gli Stati Uniti hanno goduto di soli sedici anni di pace in tutta la loro storia, guadagnandosi la palma di “nazione più bellicosa della storia del mondo”.

Oggi, ad esempio, gli Stati Uniti sono coinvolti in almeno cinque guerre in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e Yemen. Dal settembre 2001, data dell’inizio della “guerra al terrorismo” lanciata dal presidente George W. Bush, il governo statunitense ha speso almeno 6.4 trilioni di dollari, causando la morte diretta di 801.000 persone, cifra che aumenta esponenzialmente se si considerano anche le morti indirette causate dai conflitti, secondo il rapporto pubblicato dal Watson Institute for International and Public Affairs della Brown University.

Le statistiche mostrano che la guerra in Afghanistan ha causato la morte di oltre 40.000 civili e circa undici milioni di afghani sono diventati rifugiati. Più di 200.000 civili sono morti nella guerra in Iraq e circa due milioni e mezzo sono diventati rifugiati. Il bilancio delle vittime di civili nella guerra siriana ha superato i 40.000 mentre oltre sei milioni e mezzo di persone sono fuggite dal Paese.

Oltre alle guerre, un altro metodo di coercizione utilizzato nei confronti degli altri Stati sono le sanzioni economiche unilaterali imposte da Washington, spesso contro il parere dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Attualmente, tra i Paesi vittime di queste misure ci sono Cuba, il cui embargo dura ormai da sei decenni, Venezuela, Iran, Russia e Corea del Nord. Secondo molti analisti, le sanzioni nei confronti di alcuni Paesi, come nel caso eclatante dell’Iran, stanno aggravando la situazione sanitaria degli stessi nel difficile momento della pandemia da nuovo coronavirus.

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 28 maggio 2019 intitolato Necessità di porre fine all’embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba, l’embargo economico e commerciale in quasi sei decenni è stato un enorme, flagrante e sistematico violazione dei diritti umani di tutti i cubani.

In una dichiarazione pubblicata dal sito web delle Nazioni Unite l’8 agosto 2019, l’Alta Commissaria per i diritti umani Michelle Bachelet ha sottolineato che le sanzioni unilaterali imposte dagli Stati Uniti al Venezuela avrebbero implicazioni di vasta portata sui diritti alla salute e al cibo in un Paese in cui c’erano già gravi carenze di beni essenziali.

Alla 42a sessione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, il 9 settembre 2019, le sanzioni unilaterali statunitensi sono state condannate dai rappresentanti di tutti i Paesi del mondo e dai rappresentanti delle organizzazioni non governative. Tuttavia, gli Stati Uniti proseguono la propria politica causando tragedie umanitarie in questi luoghi.

Gli Stati Uniti hanno inoltre dimostrato uno scarso spirito di cooperazione con la comunità internazionale, rifiutando di aderire o ritirandosi da numerosi accordi multilaterali. La delegazione statunitense si è ritirata dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura e dal Patto globale delle Nazioni Unite sulle migrazioni, inoltre si sono rifiutati di ratificare alcune convenzioni internazionali sui diritti umani, tra cui il Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali, la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti della donna, la Convenzione sui diritti dell’infanzia e la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità.

In conclusione, se venissero adottati i principi delle Nazioni Unite o gli stessi criteri che gli Stati Uniti utilizzano per giudicare l’operato degli altri Paesi, non ci sarebbe alcun dubbio sulla necessità di condannare gli Stati Uniti d’America come uno dei Paesi che compiono le maggiori violazioni dei diritti umani a livello internazionale. Nel rapporto cinese sono poi affrontate anche le criticità interne, come il record che gli Stati Uniti detengono in quasi tutti i crimini, in particolare quelli da arma da fuoco, o ancora le discriminazioni nei confronti delle minoranze etniche o le politiche migratorie criminali adottate dall’amministrazione di Donald Trump. Decisamente troppo per chi vorrebbe ergersi ad esempio e giudice per il resto del mondo…

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora.

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