Karl Marx: “Spostamento del centro di gravità mondiale”

La “profezia” di Karl Marx sullo spostamento del centro di gravità mondiale dall’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico venne pubblicata il 2 febbraio 1850 sulle pagine della Neue Rheinische Zeitung, Politisch-Ökonomische Revue. Oggi possiamo dire che questo spostamento si è compiuto quasi del tutto.

In Europa se ne sono accorti da relativamente poco tempo, ma il processo di spostamento del centro di gravità mondiale dall’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico è figlio di un andamento inesorabile che va avanti da tempo.

Nel 2011, ad esempio, le istituzioni europee hanno pubblicato un documento nel quale ammettevano la propria preoccupazione per la perdita d’importanza del cosiddetto “vecchio continente”, a vantaggio della Cina e dell’Asia in generale. Un centro di ricerca parigino, il Centre d’etudes prospectives et d’informations internationales (CEPII) affermava allora che la crisi economia mondiale del 2008 aveva accelerato ulteriorimente il processo. Secondo lo studio pubblicato allora dal CEPII, il PIL cinese avrebbe superato quello statunitense nel 2025. Oggi sappiamo che, anche a causa della pandemia da nuovo coronavirus, il sorpasso in termini di PIL nominale potrebbe addirittura avvenire prima.

Nel 2018, l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), che riunisce trentasei dei più importanti Paesi capitalisti del mondo, ha pubblicato uno studio economico sull’economia globale fino al 2060, affermando che l’Asia diventerà il centro di gravità economico del pianeta.

Tuttavia, ben prima di questi pur validi studi, Karl Marx aveva già individuato le dinamiche dell’economia globale che avrebbero portato l’Europa a perdere la propria importanza a favore degli Stati Uniti e dell’Asia. Nel 1850, in un articolo apparso sulla rivista tedesca Neue Rheinische Zeitung, Politisch-Ökonomische Revue, il filosofo di Treviri scriveva: “L’oceano Pacifico svolgerà nel futuro lo stesso ruolo che ha svolto l’Atlantico nella nostra era, e che era del Mediterraneo nell’antichità: una grande via marittima del commercio mondiale, e l’Atlantico sarà al livello di un mare interno, come oggi è il caso del Mediterraneo“.

Una previsione quasi profetica, se si considera che all’epoca la Cina si trovava in uno stato semicoloniale, mentre lo sviluppo della costa pacifica degli Stati Uniti non era neppure paragonabile a quello della costa atlantica. Di seguito vi proponiamo il testo completo dell’articolo di Marx.


Andiamo ora ad occuparci dell’America, dov’è accaduto qualcosa di più importante della rivoluzione di Febbraio (1848): la scoperta delle miniere d’oro in California. Sebbene siano passati appena diciotto mesi, è già possibile prevedere che tale avvenimento avrà effetti più sconvolgenti della scoperta stessa dell’America.

Per trecentotrenta anni tutto il commercio diretto nel Pacifico era stato condotto con commovente e sofferta pazienza, attorno a Capo di Buona Speranza o da Capo Horn. Tutti i progetti di praticare un’apertura nell’istmo di Panama erano falliti a causa delle rivalità e delle invidie meschine tra le Nazioni commercianti. Diciotto mesi dopo la scoperta delle miniere d’oro in California, gli Yankees avevano già cominciato a costruire una ferrovia, una grande strada e un canale sul Golfo del Messico. E già esiste una linea regolare di battelli a vapore da New York a Chagres (porto panamense sull’Atlantico, ndr), da Panama a San Francisco, mentre il commercio con il Pacifico si sta concentrando su Panama, rendendo obsoleta la rotta di capo Horn. Il vasto litorale della California, a 30 gradi di latitudine, uno dei più belli e più fertili del mondo, quasi disabitato, si sta rapidamente per trasformare in un ricco Paese civilizzato, densamente popolato da uomini di tutte le razze, yankees e cinesi, neri, indios e mulatti, creoli e meticci, europei. L’oro californiano scorre abbondante per l’America e lungo la costa asiatica del Pacifico, e sta spingendo i riluttanti barbari al commercio mondiale e alla civilizzazione.

Per la seconda volta il commercio mondiale cambia direzione. Quello che erano nell’antichità Cartagine, Tiro, Alessandria, nel Medio Evo Genova e Venezia, e attualmente Londra e Liverpool, cioè gli empori del commercio mondiale, saranno nel futuro New York e San Francisco, San Giovanni del Nicaragua, e Leon, Chagres e Panamà. Il centro di gravità del mercato mondiale era l’Italia nel medioevo, l’Inghilterra nell’era moderna, ed è la parte meridionale della penisola Nord-Americana oggi.

L’industria e il commercio della vecchia Europa dovranno fare sforzi terribili per non cadere in decadenza, come accadde con l’industria e il commercio dell’Italia nel sedicesimo secolo – questo se l’Inghilterra e la Francia non vogliono trasformarsi in quelle che oggi sono Venezia, Genova e l’Olanda. Tra qualche anno avremo una regolare linea di trasporto a vapore dall’Inghilterra a Chagres, da Chagres e San Francisco a Sidney, Canton e Singapore.

Grazie all’oro californiano e all’inesauribile energia degli Yankees, i due lati del Pacifico saranno in breve tempo tanto popolati e tanto attivi nel commercio e nell’industria quanto la costa da Boston a New Orleans. L’Oceano Pacifico svolgerà nel futuro lo stesso ruolo che ha svolto l’Atlantico nella nostra era, e che era del Mediterraneo nell’antichità: una grande via marittima del commercio mondiale, e l’Atlantico sarà al livello di un mare interno, come oggi è il caso del Mediterraneo.

L’unica probabilità che hanno i Paesi civilizzati dell’Europa di non cadere nella stessa dipendenza industriale commerciale e politica di Italia, Spagna e Portogallo è di iniziare una rivoluzione sociale che, finchè è in tempo, riesca ad adeguare l’economia alla distribuzione secondo le esigenze della produzione e delle capacità produttive moderne, e permetta lo sviluppo di nuove forze produttive che assicurino la superiorità dell’industria europea, compensando così gli inconvenienti della sua localizzazione geografica.

Infine, una curiosità caratteristica della Cina, raccontata dal noto missionario tedesco Gutzlaff. Una eccessiva popolazione e una crescita lenta ma regolare, avevano provocato, già alcuni anni fa, una violenta tensione delle relazioni sociali della maggior parte della nazione. In seguito arrivarono gli inglesi, per forzare l’apertura di cinque porti al libero commercio. Migliaia di navi inglesi e americane virarono per la Cina, che in poco tempo fu inondata da prodotti inglesi e americani a basso costo. L’industria cinese, essenzialmente la manifattura, soccombeva alla concorrenza della meccanizzazione. L’imperturbabile impero soffriva una crisi sociale. Le imposte smisero di entrare, e lo stato si trovò sull’orlo del fallimento, la grande massa della popolazione conobbe la povertà completa e si ribellò. Posta una fine alla venerazione dei mandarini dell’imperatore e dei bonzi, ora li perseguitava e li uccideva. Oggi il Paese sta sull’orlo dell’abisso e forse sotto la minaccia di una rivoluzione violenta.

Ma ancora. Nel seno della plebe insorta, alcuni denunciavano la miseria degli uni e la ricchezza degli altri, esigendo una nuova ripartizione dei beni e contemporaneamente la soppressione totale della proprietà privata – e tutt’oggi continuano a formulare tali rivendicazioni. Quando, dopo venti anni di assenza, il signor Gutzlaff tornò a contatto con i civilizzati e gli europei, e sentì parlare di socialismo, esclamò terrorizzato: “Dunque non avrò scampo in nessun posto da questa pericolosa dottrina? Da qualche anno è esattamente questo, ciò che predica la plebaglia cinese!“.

Può darsi che il socialismo cinese assomigli a quello europeo come la filosofia cinese all’hegelismo. Ma qualunque sia la sua forma, possiamo rallegrarci del fatto che l’impero più antico e solido del mondo in otto anni sia stato condotto dalle balle di cotone della borghesia inglese ad una imminente convulsione sociale che in qualsiasi caso, dovrà avere enormi conseguenze per la civilizzazione. E, quando i reazionari europei, nella loro imminente fuga verso l’Asia, giungeranno dinnanzi alla Grande muraglia cinese, alle porte della roccaforte della reazione e del conservatorismo, chissà che lì non si trovino a leggere: REPUBBLICA CINESE – LIBERTÀ UGUAGLIANZA FRATERNITÀ.

Karl Marz, 2 febbraio 1850, Neue Rheinische Zeitung, Politisch-Ökonomische Revue

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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