Come rapportarsi con lo stato borghese

Quando si parla del ruolo dello stato in ambito marxista spesso ci si trova davanti ad una apparente contraddizione. Come comportarsi nei confronti dello stato borghese? Bisognerebbe augurarsene la fine oppure fare appello al suo intervento quando necessario?

Il potere statale moderno non è che un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese. […] Il potere politico, nel senso vero e proprio della parola, è il potere organizzato di una classe per opprimerne un’altra”, scrivevano Karl Marx e Friedrich Engels nel Manifesto del Partito Comunista. Non vi è dubbio, infatti, sulle motivazioni della nascita dello stato moderno: questo vede la luce al fine di difendere il ruolo privilegiato della classe dominante. Attraverso le rivoluzioni borghesi, tra le quali spicca la Rivoluzione Francese, la borghesia non ha fatto altro che prendere in eredità la struttura statale un tempo controllata dall’aristocrazia, adattandola alle proprie esigenze.

Ebbene, come dovrebbero porsi le classi dominate nei confronti di uno stato controllato dalla classe dominante? Naturalmente, l’obiettivo finale è quello di conquistare il potere, esattamente come ha fatto la borghesia nei confronti dell’aristocrazia. Come noto, infatti, la stessa teoria marxiana prevede l’instaurazione di una dittatura del proletariato, ovvero di un momento in cui la classe un tempo dominata riesce a conquistare il potere e ad esercitarlo a proprio vantaggio. Dunque lo stato dovrebbe essere trasformato in un comitato d’affari del proletariato? Certamente no, in quanto il proletariato, vista la sua forza di emancipazione universale, punterà all’instaurazione della società senza classi, cancellando la differenza tra queste e quindi eliminando ogni forma di sfruttamento.

Solamente a quel punto, quando non esisteranno più le classi sociali, lo stato potrà scomparire. È bene qui sottolineare che, per scarsa precisione di alcuni traduttori, è stata a volte attribuita a Marx l’espressione di “abolizione dello stato”. In realtà, quella di cui parla Marx è la “estinzione dello stato”, ovvero un processo che non deriva da una decisione esplicita e repentina, ma che si verifica nell’arco del tempo, in maniera graduale e spontanea: lo stato cesserà di esistere quando verrà a mancare il presupposto che lo rende necessario, ovvero la divisione della società in classi sociali. Questo punto è ben spiegato da Vladimir Lenin nel quarto e nel quinto capitolo di Stato e rivoluzione, dove il leader della rivoluzione sovietica si preoccupa di distinguere la posizione anarchica della “abolizione dello stato” da quella di Marx ed Engels.

È importante denotare come Marx, che non si è mai presentato come profeta, non specifichi la durata della fase di transizione della dittatura del proletariato, volta a traghettare la società dallo stato borghese al comunismo senza stato. Tuttavia, questa fase di transizione si rende in ogni caso necessaria: “Tra la società capitalistica e la società comunista, vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico di transizione, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato”, si legge nella Critica al programma di Gotha.

Il fatto che l’obiettivo delle classi lavoratrici debba essere la conquista del potere statuale e l’instaurazione della dittatura del proletariato, tuttavia, non impedisce di formulare richieste nei confronti delle istituzioni dello stato borghese. Si tratta di una questione particolarmente importante perché di grande attualità, visto che al momento nei Paesi occidentali non sembrano esserci i presupposti per la conquista del potere da parte dei lavoratori, né per via rivoluzionaria né per via elettorale. Fintanto che ci troveremo sotto il dominio dello stato borghese, è bene adoperarsi affinché questo svolga il suo ruolo politico.

Tale questione è particolarmente importante nel momento presente. Denunciare lo stato borghese come comitato d’affari della classe dominante non vuol dire essere a favore della sua perdita di potere a vantaggio del potere economico della grande borghesia transnazionale, come invece accade, ad esempio, per mezzo dell’Unione Europea. Si possono e si devono esigere il controllo del potere politico su quello economico ed il protagonismo dello stato in economia. Così come, nel momento di crisi sanitaria che stiamo vivendo, è necessario esigere un ruolo da primo piano per lo stato, che deve prendersi carico della salute dei suoi cittadini.

Lo stato, seppur borghese, dovrebbe garantire i servizi essenziali e i diritti sociali a tutti i cittadini e dirigere l’economia. Ciò non significa riporre la propria fiducia nelle istituzioni dello stato borghese: è infatti necessario monitorarne l’operato continuamente. Tuttavia, anche in ambito europeo, va denotato come i governi che più sono protagonisti nella vita economica e che si preoccupano di garantire i servizi essenziali alla cittadinanza siano quelli che meglio hanno saputo affrontare la crisi sanitaria.

Lo stesso discorso vale per quanto riguarda il rapporto tra gli stati nazionali europei e l’Unione Europea. L’appellarsi alla sovranità nazionale – nel suo significato datogli dal diritto internazionale, come presupposto dell’esistenza stessa dello stato insieme ad un territorio e ad una popolazione, non in quello che viene sbandierato dalle destre nazionaliste – ed opporsi alla cessione della stessa nei confronti delle istituzioni europee non è in contrasto con la critica dello stato borghese e la volontà di rovesciare lo stesso.

La democrazia borghese, come ben sappiamo, rappresenta solamente un’illusione: “Questa democrazia è sempre limitata nel ristretto quadro dello sfruttamento capitalistico, e rimane sempre, in fondo, una democrazia per la minoranza, per le sole classi possidenti, per i soli ricchi”, scriveva Lenin nel già citato Stato e rivoluzione. “Democrazia per un’infima minoranza, democrazia per i ricchi: questo è il sistema democratico della società capitalistica”. Tuttavia, questa offre maggiori margini di manovra alle classi dominate rispetto a quanto non avvenga sotto la dittatura del capitale transnazionale. Lo stato borghese è costituito da istituzioni che possono essere criticate, combattute e conquistate, mentre il capitale transnazionale è un nemico invisibile e impersonale, nonché molto più potente, quando non viene tenuto imbrigliato dal potere politico dello stato.

Purtroppo alcuni si sono lasciati ingannare, considerando l’indebolimento dello stato per mezzo della cessione della sovranità alle istituzioni europee come un segno del suo superamento, della sua fine. In realtà, l’unico superamento auspicabile dello stato è quello che avvenga in seguito alla presa del potere da parte della classe lavoratrice, non quello imposto da forze esterne e che appartengono alla frangia più potente e pericolosa della classe dominante: “Infine, solo il comunismo rende lo Stato completamente superfluo, perché non c’è da reprimere nessuno, “nessuno” nel senso di classe, nel senso di lotta sistematica contro una parte determinata della popolazione”, conclude Lenin.

Fino ad allora sarà bene difendere l’esistenza e la sovranità degli stati dagli assalti di forze esterne ed esigere che lo stato svolga i suoi compiti in ambito politico, economico e sociale.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora.

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