L’Ideario di Ernesto “Che” Guevara (seconda parte)

In occasione dell’anniversario della nascita del rivoluzionario argentino Ernesto “Che” Guevara (14 giugno 1928), vi proponiamo i bravi più significativi del suo Ideario, nel quale è riassunto il suo pensiero su numerose tematiche, suddiviso in tre parti. La seconda parte affronta le seguenti tematiche: la donna, teoria rivoluzionaria, Karl Marx, José Martí, Antonio Maceo, Antonio Guiteras, Frank País, Camilo Cienfuegos, Pedro Albizu Campos, Eliseo Reyes, Ernesto Che Guevara, Cuba, Porto Rico, Vietnam, America Latina, sottosviluppo, imperialismo.

La donna
Il proletariato non ha sesso: è l’insieme di tutti gli uomini e donne che, in tutti i luoghi di lavoro del paese, lottano conseguentemente per uno scopo comune. Così era il nostro paese: la donna non aveva alcun tipo di diritto egualitario; la si pagava meno per un uguale lavoro, la si discriminava così come nella maggior parte dei nostri paesi americani. Dentro l’Esercito Ribelle, fra quanti combatterono e si sacrificarono in quei giorni angosciosi, vivrà in eterno la memoria delle donne che, correndo quotidiani rischi, resero possibili le comunicazioni in tutta l’isola… Già le donne si stanno preparando per i molti compiti che possano adempiere. Le donne devono essere preparate meglio e si deve fare un lavoro tale da non svantaggiare le donne rispetto all’uomo, perché oggi, ad esempio, sarebbe criminale mandare le nostre donne al porto a caricare balle, ma entro un certo margine di tempo – e faremo in modo che questo tempo sia il più breve possibile – vi saranno macchine che caricheranno quelle balle automaticamente, senza dover ricorrere al lavoro fisico diretto e in questo caso la donna sarà in grado di svolgere a parità di condizioni con l’uomo quel tipo di lavoro.

Teoria rivoluzionaria
Col nostro esempio davanti, facciamo sì che il nostro esempio preceda le parole, facciamo sì che ognuno di noi sia una bandiera che i nostri compagni debbano seguire per la costruzione del comunismo. Siamo in pieno periodo di transizione, previa fase di costruzione per passare al socialismo e, quindi, di lì, alla costruzione del comunismo; ma noi ci poniamo sin d’ora come obiettivo la società comunista. Come si arriva al comunismo? Anche noi ne abbiamo parlato diverse volte: è un fenomeno sociale al quale si può arrivare solamente tramite lo sviluppo delle forze produttive, la soppressione degli sfruttatori, la grande quantità di prodotti messi al servizio del popolo e la coscienza che quella società è in gestazione. Non possiamo predire il futuro, ma non dobbiamo mai cedere alla tentazione zoppicante di essere i portabandiera di un popolo che aspira alla sua libertà ma rifugge dalla lotta che questa comporta e l’aspetta come un briciolo di vittoria. Un popolo senz’odio non può averla vinta su di un brutale nemico. Il miglior indottrinamento che possa esistere è mostrare, per mezzo dell’esempio, la strada del compimento del dovere. La forza è la risorsa definitiva che rimane ai popoli. Un popolo non può mai rinunciare alla forza, ma la forza deve venire usata solo per lottare contro chi la esercita in maniera indiscriminata. La “moderazione” è un’altra delle parole che piace usare agli agenti della colonia; sono moderati tutti coloro che hanno paura o tutti coloro che pensano di tradire in un modo o nell’altro […] Il popolo non è in nessun modo moderato. Fatto sta che non si tratta di una lotta fra un paese e un altro; si tratta di una lotta fra due ideologie e due modi di pensare diametralmente opposti. La lotta fra quanti vogliono vivere di sfruttamento, discriminando gli uomini a seconda del colore della loro pelle, della loro religione, del denaro che possano avere e coloro che cercano di far sì che tutti gli uomini siano uguali, che vi siano le stesse opportunità per tutti e, inoltre, che lottano perché tutti i popoli del mondo – ivi compreso anche il popolo nordamericano – siano liberi. Non il lavoro soltanto ci permetterà, mediante la concrezione dei prodotti, di costruire il socialismo e impiantare la società socialista; contemporaneamente al lavoro deve anche esistere l’approfondimento della coscienza, l’approfondimento dei motivi ideologici che portano il lavoratore a difendere la sua Rivoluzione, a lanciarla in avanti e a farne un esempio per tutti. Non possiamo ricorrere al metodo di occultare i nostri errori perché non si vedano. Non sarebbe né onesto né rivoluzionario. Anche dai nostri errori si può imparare; dai nostri errori potranno imparare tutti i nostri compagni d’America e di altri paesi d’Asia e d’Africa che lottano per la loro indipendenza. La classe operaia ha una missione fondamentale da compiere: dirigere la costruzione del socialismo, sviluppare al massimo le possibilità del nostro Stato ed estinguersi come classe nel momento in cui le classi vengano eliminate, le contraddizioni vengano eliminate ed entriamo nella società comunista. Comprendiamo perfettamente che vale milioni di volte di più la vita di un solo essere umano che tutte le proprietà dell’uomo più ricco della terra. Sarebbe opportuno dire che la teoria rivoluzionaria, come espressione di una verità sociale, è al di sopra di qualunque enunciato, e cioè che la Rivoluzione può farsi se si interpretano correttamente le forze che in essa intervengono, anche senza conoscerne la teoria. Che cosa significa lo sviluppo della coscienza? Significa qualcosa di più profondo del mero apprendimento di teorie sui libri; teoria e pratica, esercizio della teoria, devono sempre andare unite, non possono separarsi in alcun modo, talché lo sviluppo della coscienza deve essere strettamente legato allo studio, allo studio dei fenomeni sociali ed economici che governano quest’epoca e all’azione rivoluzionaria… Lo studio politico, lo studio sotto tutti gli aspetti, deve essere anche unito ai compiti del lavoro. Non si pretende che si faccia uno studio memorizzato di ogni testo né che si applichino, schematicamente, i concetti dei testi; si tratta d’insegnare a pensare e insegnare a pensare con la base del materialismo dialettico. Se ci venisse detto che siamo quasi dei romantici, che siamo degli inveterati idealisti, che stiamo pensando cose impossibili e che non si può ottenere dalla massa di un popolo quello che sarebbe quasi un archetipo umano, noi dovremmo rispondere una e mille volte che invece sì, che si può, che siamo nel vero, che tutto il popolo può avanzare, eliminare le meschinità umane come si sono eliminate a Cuba. Teoria e pratica, decisione e discussione, direzione e orientamento, analisi e sintesi, sono le contrapposizioni dialettiche che colui che amministra la Rivoluzione deve dominare. Contemporaneamente al lavoro deve anche esistere l’approfondimento della coscienza, l’approfondimento dei motivi ideologici che portano il lavoratore a difendere la sua Rivoluzione, a lanciarla in avanti e a farne un esempio per tutti. Non siamo depositari della verità, così come non lo siamo di tutta la sapienza del mondo, né molto meno e dobbiamo imparare tutti i giorni, e il giorno in cui smettessimo d’imparare, in cui credessimo di sapere ormai tutto o in cui avessimo perduto la nostra capacità di contatto o di scambio con il popolo e con i giovani, sarebbe il giorno in cui avremmo smesso di essere rivoluzionari. Viviamo in un mondo profondamente e antagonisticamente diviso in raggruppamenti di nazioni che rappresentano tendenze economiche, sociali e politiche molto dissimili. In questo mondo di contraddizioni è fondamentale della nostra epoca quella esistente fra i paesi socialisti e i paesi capitalisti sviluppati. L’unico modo di conoscere davvero i problemi è accostarsi a quanti vivono quei problemi e trarre da essi, da quello scambio, le conclusioni. Non dobbiamo guardare con fatalismo al futuro e dividere gli uomini in figli della classe operaia o contadina e controrivoluzionari, perché è semplicistico e non corrisponde a verità e perché non c’è niente che educhi di più un uomo onesto che vivere dentro una rivoluzione. È evidente che lo stimolo materiale esiste nella fase di costruzione del socialismo e, non lo neghiamo in alcun modo, esisterà anche nel socialismo. La differenza è che noi anteponiamo sempre la parte educativa, la parte di approfondimento della coscienza, il cosiddetto dovere come prima misura. Non si deve mai lasciare da parte lo studio cosciente della teoria e non si può lasciare da parte l’eventualità di dover impugnare in ogni momento il fucile e la necessità permanente di difendere la Rivoluzione con le armi ideologiche, in ogni minuto della vita. Essere apolitici significa stare alle spalle di tutti i movimenti del mondo, alle spalle di chi sarà presidente o mandatario della nazione di cui si tratti, è stare alle spalle della costruzione della società o della lotta perché la società nuova che si annuncia non sorga e in ognuno dei due casi si è politici. Un uomo nella società moderna è politico per natura. Bisognerebbe imitare Martí e tornare a ripetere una e più volte che radicale non è altro che questo, ciò che va alle radici; non si chiami radicale chi non vede le cose fino in fondo, né l’uomo che non si adoperi per la sicurezza e la felicità degli uomini. Gli eroi del popolo non possono venir separati dal popolo, non li si può tramutare in statue, in qualcosa che rimane fuori dalla vita di quel popolo per il quale la donarono. L’eroe popolare deve essere una cosa viva e presente in ogni momento della storia del popolo.

Karl Marx
Marx, nella sua geniale visione di tutto quello che sarebbe accaduto, parlava del lavoro nel comunismo come di un bisogno morale dell’uomo… Il merito di Marx è quello di provocare all’improvviso nella storia del pensiero sociale un mutamento qualitativo; interpreta la storia, ne comprende la dinamica, prevede il futuro ma, oltre a prevederlo, dove il suo impegno scientifico sarebbe terminato, esprime un concetto rivoluzionario: che, non solo bisogna interpretare la natura, è necessario trasformarla. La Rivoluzione cubana prende Marx dove questi avrebbe abbandonato la scienza per impugnare il fucile rivoluzionario e lo prende in quel punto, non per spirito revisionista, di lotta contro quello che segue Marx, di rivivere il Marx “puro”, ma semplicemente perché fin lì Marx, lo scienziato, situato fuori della storia, studiava e vaticinava. Dopo, il Marx rivoluzionario, dentro la storia, avrebbe combattuto. Noi, rivoluzionari pratici, semplicemente iniziando la nostra lotta, abbiamo messo in atto delle leggi previste dal Marx scienziato e per questa via di ribellione, nel combattere contro la vecchia struttura del potere, nel basarci sul popolo, ci stiamo semplicemente uniformando alle predizioni dello scienziato Marx.

José Martí
E anche quando dedichiamo tutte le ore possibili del giorno e della notte a lavorare per il nostro popolo, pensiamo a Martí e sentiamo che stiamo rendendo vivo il ricordo dell’Apostolo. Le parole di Martí oggi non sono da museo, sono incorporate alla nostra lotta e nel nostro emblema, sono la nostra bandiera di combattimento. Noi sappiamo pure, da Martí, che non era importante il numero delle armi, bensì il numero delle stelle sulla fronte. E non tutti, né molti – forse nessuno – possono essere Martí, però tutti possiamo prendere esempio da Martí e cercare di seguire la sua via nella misura dei nostri sforzi. Noi, militanti di un partito nuovo, in una nuova regione liberata del mondo e in nuove situazioni, dobbiamo mantenere sempre alta la stessa bandiera di dignità umana innalzata dal nostro Martí, guida di molte generazioni, presente oggi con la sua freschezza di sempre nella realtà di Cuba. José Martí, avvocato, giornalista, poeta, scrittore. Fondatore del Partito Rivoluzionario Cubano e Apostolo dell’indipendenza di Cuba. Morto in combattimento nel 1895.

Antonio Maceo
Oggi che ci troviamo impegnati nella costruzione del socialismo a Cuba, che diamo inizio a una nuova fase della storia d’America, il ricordo di Antonio Maceo acquista luce propria, comincia ad essere più intimamente legato al popolo, e tutta la storia della sua vita, delle sue lotte meravigliose e della sua morte eroica acquista il senso completo, il senso del sacrificio per la definitiva liberazione del popolo. Maceo non era solo in quella lotta. Fu uno dei tre grandi pilastri su cui poggiò tutto lo sforzo di liberazione del nostro popolo. Con Máximo Gómez e con Martí, insieme furono le forze più importanti, le espressioni più alte della Rivoluzione di quell’epoca. Antonio Maceo, Luogotenente Generale dell’Esercito Mambí. Per le sue imprese guerriere è noto come EI Titán de Bronce delle lotte indipendentiste. Morì in combattimento nel 1896.

Antonio Guiteras
Antonio Guiteras risuscitò in una delle epoche più oscure di Cuba tutti gli ideali della generazione precedente che era stata frustrata dopo il 1898. Antonio Guiteras, figlio di una nordamericana, amoroso figlio della sua terra, rinnovò in sé lo spirito di quei Mambí che in piccoli gruppi sapevano metter mano al machete contro le formazioni dell’esercito imperiale spagnolo. Antonio Guiteras rappresentò pertanto l’idea internazionale della nostra lotta antimperialista e americana, che riunisce in Cuba, sempre generosa, tutti gli uomini del mondo disposti a lottare su qualunque terreno per un ideale che non ha frontiere e che non può rinchiudersi negli stretti limiti della patria, per importante e profonda che sia questa parola. Guiteras puntò la sua lotta antimperialista in quell’epoca contro le espressioni più chiare, più odiate, dello sfruttamento… Antonio Guiteras, illustre combattente antimperialista contro la dittatura di Machado e figura dominante del Governo dei Cento Giorni. Assassinato, insieme al rivoluzionario venezuelano Carlos Aponte, dalle forze della dittatura di Batista nel 1935.

Frank País
Frank País era uno di quegli uomini che si impongono al primo incontro; il suo aspetto era più o meno uguale a quello che mostrano le sue foto attuali, ma aveva degli occhi di una profondità straordinaria. Difficile oggi alludere a un compagno morto, incontrato una sola volta e la cui storia è nelle mani del popolo. Potrei soltanto asserire in questo momento che i suoi occhi rivelavano subito l’uomo tutto preso da una causa, e inoltre con una gran fede in essa, che quell’uomo era un essere superiore. Oggi viene indicato come “l’indimenticabile Frank País”. Frank era un altro dei tanti compagni la cui vita stroncata nel suo fiore oggi sarebbe stata dedicata all’impegno comune della Rivoluzione socialista; è parte del duro prezzo pagato dal popolo per ottenere la sua libertà. [Frank] c’impartì una silenziosa lezione d’ordine e disciplina, ripulendo i nostri fucili sporchi, contando i proiettili e ordinandoli affinché non si disperdessero. Da quel giorno mi sono ripromesso di curare di più la mia arma (e l’ho fatto, anche se non posso affermare di essere stato un modello di meticolosità). Frank País, illustre dirigente studentesco e capo d’Azione del Movimento 26 luglio, dopo lo sbarco dal Granma. Assassinato dalle forze della dittatura di Batista nel 1957.

Camilo Cienfuegos
Al calar della sera, con tutta naturalezza ognuno si apprestava a mangiare la piccolissima razione che aveva e Camilo – vedendo che io non avevo niente da mangiare, poiché la coperta non era un buon alimento – divise con me l’unica lattina di latte che aveva; e da quel momento io credo che nacque o si fece più profonda la nostra amicizia. Quello che sempre attrasse maggiormente noi che ricordiamo Camilo come una cosa, un essere vivo e attrasse anche tutto il popolo di Cuba fu il suo modo di essere, il suo carattere, la sua allegria, la sua franchezza, la sua disposizione in ogni momento a dare la vita, a correre i maggiori pericoli con la massima naturalezza, con una assoluta semplicità, senza la minima ostentazione di coraggio, di saggezza; sempre essendo compagno di tutti nonostante che già, al concludersi della guerra, fosse indiscutibilmente il più brillante di tutti i guerriglieri. Fino a quel momento non eravamo particolarmente amici: i nostri caratteri erano diversi. Dal primo momento partimmo insieme. Dal Granma, dalla sconfitta di Alegría de Pío eravamo insieme, però avevamo caratteri diversi. E fu solo alcuni mesi più tardi che diventammo intimi in un modo straordinario. Anche quando dopo compì una serie di imprese che hanno consegnato il suo nome alla leggenda, sento l’orgoglio di averlo scoperto come guerrigliero. E cominciò a tessere la trama della sua leggenda di oggi nella colonna che mi aveva assegnato Fidel, comandando il Plotone d’Avanguardia. Camilo Cienfuegos, leggendario comandante della lotta armata nel la sierra Maestra. Capo della Colonna 2 “Antonio Maceo”. Designato capo del I Esercito Ribelle III trionfo rivoluzionario, muore in un incidente aereo nel 1959.

Pedro Albizu Campos
Albizu Campos è un simbolo per l’America irredenta ma indomita. Anni e anni di galera, pressioni quasi insopportabili in carcere, torture mentali, la solitudine, l’isolamento totale dal suo popolo e dalla sua famiglia, l’insolenza del conquistatore e dei suoi lacchè nella terra che lo aveva visto nascere, niente riuscì a piegare la sua volontà. Pedro Albizu Campos, illustre patriota portoricano, fondatore del Partito Pro Indipendenza di Puerto Rico, morto nel 1965 dopo aver subito torture e lunghi anni di prigione da parte delle autorità degli Stati Uniti

Eliseo Reyes
Abbiamo perduto l’uomo migliore della guerriglia e, ovviamente, uno dei suoi pilastri, compagno mio sin da quando, essendo quasi un bambino, fu messaggero della Colonna 4, fino all’invasione e a questa nuova avventura rivoluzionaria. Della sua morte oscura occorre solo dire, per un ipotetico futuro che potesse cristallizzare: “Il tuo piccolo cadavere di valoroso capitano ha dilatato nell’immensità la sua metallica forma“. Eliseo Reyes, uno dei più giovani capitani della Sierra Maestra, membro del distaccamento guerrigliero internazionalista comandato dal Che. Morto in combattimento in Bolivia nel 1967.

Ernesto Che Guevara
Sono nato in Argentina, non è un segreto per nessuno. Sono cubano e sono anche argentino e, se non si offendono le signorie illustrissime dell’America Latina, mi sento tanto patriota dell’America Latina, di qualunque paese dell’America Latina, come nessuno, e quando fosse necessario sarei pronto a dare la vita per la liberazione di un qualunque paese latinoamericano, senza chiedere nulla a nessuno, senza pretendere nulla, senza sfruttare nessuno. Non credo che siamo stretti parenti, ma se Lei è capace di tremare d’indignazione ogni qualvolta si commette un’ingiustizia nel mondo, siamo compagni, il che è più importante. Ora, una volontà che ho modellato con diletto d’artista sosterrà un paio di gambe molli e due polmoni affaticati. Lo farò. Non sarei più un uomo se non mi piacessero le donne. Ora, non sarei un rivoluzionario se smettessi di compiere uno solo dei miei doveri come rivoluzionario e dei miei doveri coniugali, perché le donne mi piacevano. Dopo di che, io lavoro qualcosa come 16, 18 ore al giorno. Dormo 6 ore, quando posso, e sennò dormo di meno. Non bevo, però fumo. Non vado a divertimenti di sorta e sono uno che è convinto di avere una missione da compiere al mondo e, in ossequio a quella missione, di dover sacrificare la famiglia, tutti i piaceri della vita quotidiana di qualunque genere, la mia sicurezza personale e forse la mia stessa vita. Ma è un impegno che ho assunto con il popolo e penso, sinceramente, di non potermi sciogliere da esso fino alla fine della mia vita. Io sono nato in Argentina […] mi consenta di essere un poco presuntuoso nel dirle che Martí era nato a Cuba e Martí è americano, Fidel è nato a Cuba e Fidel è americano: io sono nato in Argentina, non rinnego assolutamente la mia patria, ho in me il sostrato culturale argentino, mi sento anche cubano come nessuno e sono capace di sentire in me la fame e la sofferenza di qualunque popolo d’America, fondamentalmente, ma anche di qualunque popolo del mondo. In qualsiasi luogo ci sorprenda la morte, che sia la benvenuta, sempre che il nostro grido di guerra sia arrivato a un orecchio ricettivo e un’altra mano si tenda per impugnare le nostre armi e altri uomini si apprestino a intonare i canti funebri con l’accompagnamento delle mitragliatrici e nuovi gridi di guerra e di vittoria.

Cuba
Cuba non costituisce un’ossessione per i governanti nordamericani solo in ragione delle loro aberranti mentalità coloniali. C’è qualcosa di più; il nostro paese rappresenta, in primo luogo, la chiara immagine del fallimento della politica nordamericana d’aggressione alle porte stesse del continente, inoltre è l’immagine dei futuri paesi socialisti dell’America Latina e al tempo stesso sintomo inequivocabile della riduzione inesorabile del campo d’azione del suo capitale finanziario. Dobbiamo lavorare tutti i giorni pensando alla nostra America e rafforzare sempre di più le basi del nostro Stato, la sua organizzazione economica e il suo sviluppo politico, per poter inoltre, mentre ci superiamo all’interno, convincere sempre più i popoli d’America della possibilità pratica di iniziare il cammino dello sviluppo socialista, nella fase attuale di correlazione delle forze internazionali. Noi abbiamo il dovere di dimostrare ai popoli d’America quello che si può fare con un regime sociale giusto, che distribuisca le ricchezze, che destini le ricchezze all’elevazione tecnica, culturale, sociale di tutti gli abitanti, che pianifichi la sua economia e che con intelligenza risolva i problemi economici per procedere in avanti. Cuba non esporta rivoluzioni, le rivoluzioni non si possono esportare. Le rivoluzioni nascono nel momento in cui all’interno di un paese esiste tutta una serie di insormontabili contraddizioni. Quando un popolo acquista coscienza della propria forza, prende la decisione di lottare, la decisione dì andare avanti, allora sì che è forte e allora sì che può affrontare qualsiasi nemico. Ricordiamoci sempre che la presenza di Cuba, viva e combattente, è un esempio che dà speranze e che emoziona gli uomini del mondo intero che lottano per la loro liberazione e, in particolare, i compatrioti del nostro continente che parlano la nostra lingua, che hanno la nostra stessa cultura, le nostre abitudini, i nostri costumi e che di giorno in giorno in sempre maggior numero cominciano a lottare per la loro definitiva liberazione. Cuba è l’avanguardia d’America e deve fare sacrifici perché è agli avamposti, perché indica alle masse latinoamericane la via della piena libertà. Bisogna pagare qualunque prezzo per il diritto di mantenere alta la nostra bandiera e il diritto di costruire il socialismo secondo il volere del nostro popolo. Per una semplice legge di gravitazione, la piccola isola di centoquattordicimila chilometri quadrati e sei milioni e mezzo di abitanti assume la direzione della lotta anticoloniale in America in cui vi sono seri tentennamenti che le permettono di portarsi sull’eroica, gloriosa e pericolosa posizione avanzata. I nostri amici del continente ribelle possono esser certi che, se sarà necessario, lotteremo fino all’ultima conseguenza economica delle nostre azioni e, se la lotta si sposterà più lontano, lotteremo fino all’ultima goccia del nostro sangue ribelle per fare di questa terra una repubblica sovrana, con i veri attributi di una nazione felice, democratica e fraterna. Anche se la nostra convinzione è solida al punto da non dar adito ad argomenti che possano farla cambiare siamo disposti al dialogo costruttivo nel contesto della coesistenza pacifica fra paesi dai diversi sistemi politici, economici e sociali. Non possono esservi transazioni, non possono esservi mezzi termini, non può esservi pace che garantisca a metà la stabilità di un paese. La vittoria deve essere totale. Noi vogliamo costruire il socialismo; ci siamo dichiarati partigiani di quanti lottano per la pace; ci siamo dichiarati dentro il gruppo dei paesi non allineati, anche se siamo marxisti-leninisti, perché i non allineati, proprio come noi, lottano contro l’imperialismo. Vogliamo pace, vogliamo costruire una vita migliore per il nostro popolo e per questo evitiamo al massimo di cadere nelle provocazioni architettate dagli Yankee, conoscendo la mentalità dei loro governanti; vogliono farci pagare a caro prezzo quella pace. Noi rispondiamo che quel prezzo non può superare i confini della dignità. La nostra generazione avrà un posto nella storia di Cuba e un posto nella storia d’America. Non possiamo scartare la speranza che tutti i compagni rivoluzionari, che tutti i popoli oppressi d’America e forse del mondo abbiano un posto nella Rivoluzione cubana. […] Quando l’imperialismo volle reagire, quando si rese conto che il gruppo di giovani inesperti che passeggiavano trionfanti per le strade dell’Avana aveva un’ampia coscienza del suo dovere politico e una ferrea decisione a compiere quel dovere, era ormai tardi.

Porto Rico
I nordamericani hanno preteso per anni di fare di Porto Rico uno specchio di cultura ibrida; lingua spagnola con inflessioni d’inglese, lingua spagnola con cerniere sulla schiena per chinarla davanti al soldato statunitense. Malgrado questa tremenda violazione della sua volontà e del suo destino storico, il popolo portoricano ha conservato la sua cultura, il suo carattere latino, i suoi sentimenti nazionali che mostrano di per sé l’implacabile vocazione all’indipendenza presente nelle masse dell’isola latinoamericana.

Vietnam
Non sappiamo quando potremo salutare la liberazione definitiva del Vietnam del Sud. Non possiamo mai dire quando avverrà la liberazione di ciascuno dei popoli che oggi lottano, armi alla mano, per la loro libertà. Ma sappiamo che il risultato della lotta sarà immancabilmente la libertà dei popoli. Il marxismo è stato applicato conformemente alla concreta situazione storica del Vietnam ed è per ciò che, guidati da un partito d’avanguardia fedele al suo popolo e conseguente nella sua dottrina, ottennero sugli imperialisti una così clamorosa vittoria. Quando noi ci riuniamo per salutare il popolo vietnamita stiamo salutando un vero fratello, stiamo stringendo nelle nostre braccia dei fratelli che in una lontana regione del mondo stanno lottando per la nostra sicurezza e stanno lottando per tutte le aspirazioni comuni che uniscono tutti i popoli dei tre continenti attualmente oppressi, d’Asia, d’Africa e della nostra America. Noi sappiamo che quale che sia il risultato, quale che sia il metodo di lotta adottato dall’imperialismo nordamericano, il risultato finale sarà la vittoria del Vietnam e la riunificazione di tutto il paese.

America Latina
Via via che i paesi d’America e di altre regioni del mondo vanno rendendosi indipendenti dalle pastoie delle catene monopolistiche e impiantando nuovi sistemi più giusti e più giusti rapporti con tutti i paesi del mondo, i pesanti contributi che le nostre terre apportano al tenore di vita delle potenze imperialiste ricadranno su loro stesse e, fra tutti, sono gli Stati Uniti quelli che dovranno subire con maggior gravità questo fenomeno non appena si verificherà. Abbiamo imparato ormai che quando c’è un uomo ferito o perseguitato in Cile, in Argentina, in qualunque parte dell’America, si sta colpendo la nostra dignità, la dignità di tutta l’America. L’America parla spagnolo, l’America ci comprende, ci ammira e vede in noi l’immagine di quello che può essere il futuro per tutti i popoli e si prepara per quella vittoria. Ciò che vogliamo, semplicemente, è che ormai non si può più essere dei solitari in America, senza essere quanto meno traditori dell’America; che non si ripeta più in America che noi siamo tenuti a un’alleanza continentale con il nostro grande schiavista, perché questa è la menzogna più vile e più denigrante che un governante d’America possa proferire. Nulla si sapeva dell’America se non forse che era un gigantesco settore del mondo abitato da indigeni dalla pelle scura con coprivergogne e lance e dove un bel giorno un certo Cristoforo Colombo era approdato più o meno nella stessa epoca in cui un altro, Vasco de Gama, doppiava il Capo di Buona Speranza e tracciava una terribile parentesi di secoli nella vita culturale, economica e politica di quei popoli. Le condizioni oggettive per la lotta sono date dalla fame del popolo, la reazione davanti a quella fame, il timore scatenato per respingere la reazione popolare e l’ondata di odio che la repressione suscita. Sono mancate in America le condizioni soggettive fra le quali la più importante è la coscienza della possibilità di vittoria per vie violente davanti ai poteri imperiali e ai loro alleati interni. È per questo che in America si mettono a discutere su chi sia più o meno grande e a chi appartengano San Martín o Bolívar, senza tenere in conto che tanto l’uno che l’altro sono uomini d’America. San Martín, che morì esattamente centoundici anni fa oggi, era un uomo d’America; come Bolívar non possiamo dire che sia appartenuto a un paese, così come non ci appartiene Martí. Sono prodotti della nostra civiltà, del nostro sostrato culturale, prodotto di tutto quello che è andato maturando negli anni, di ciò che si è aggiunto all’indigeno primitivo, con il nero che vi fu portato, con lo spagnolo che vi giunse a colonizzare le razze di altri paesi del mondo, per le nostre specifiche condizioni sociali che hanno dato vita a quest’uomo americano che parla praticamente lo stesso linguaggio e che in ogni modo s’intende sempre in qualunque luogo si esprima. Dobbiamo essere sempre più affratellati nella lotta perché questa è una lotta comune: lotta che per esempio ora si esprime nella solidarietà di tutti i popoli con Cuba, perché si sta rapidamente imparando che esiste un solo nemico che è l’imperialismo e che questo in America ha un nome: è l’imperialismo nordamericano. Fare la Rivoluzione è una necessità imperiosa della maggior parte dei nostri continenti, di quasi tutta l’America, di tutta l’Africa e di tutta l’Asia, dove lo sfruttamento ha raggiunto gradi inconcepibili. Se tutti i popoli latinoamericani levassero in alto la bandiera della dignità, come ha fatto Cuba, il monopolio vacillerebbe, dovrebbe adattarsi a una nuova situazione politico-economica e a sostanziali potature dei suoi guadagni. Siamo qui. La parola ci viene umida dei boschi cubani. Siamo saliti sulla Sierra Maestra e abbiamo conosciuto l’aurora e abbiamo la mente e le mani piene del seme dell’aurora e siamo pronti a seminarlo in questa terra e difenderlo perché dia frutti.

Sottosviluppo
Che cos’è il sottosviluppo? Un nano dalla testa enorme e il torace gonfio è “sottosviluppato” in quanto le sue deboli gambe o le sue corte braccia non si armonizzano con il resto della sua anatomia; è il prodotto di un fenomeno teratologico che ha distorto il suo sviluppo. Questo è ciò che in realtà siamo noi, blandamente detti “sottosviluppati”, a dire il vero paesi coloniali, semicoloniali o dipendenti. Siamo paesi dall’economia distorta dall’azione imperiale che ha sviluppato in modo anormale i rami industriali o agricoli necessari a complementare la sua complessa economia.

Imperialismo
Essi arrivano lì, dove sta la massa indifferenziata e cercano di dividerla: in neri e bianchi, in più capaci e meno capaci, in alfabeti e analfabeti, e poi, suddividendoli, fino ad ottenere l’individuo e fare dell’individuo il centro della società. Per conquistare qualcosa dobbiamo toglierlo a qualcuno ed è bene parlar chiaro e non nascondersi dietro concetti che possono essere male interpretati. Questo qualcosa che dobbiamo conquistare, che è la sovranità del paese, bisogna toglierlo a quel qualcuno che si chiama monopolio […] Il capitale privato straniero non si muove per generosità, non si muove per un nobile atto di carità, non si muove né si mobilita per il desiderio di arrivare ai popoli. Il capitale privato straniero si mobilita per il desiderio di aiutare se stesso. I nostri occhi liberi si aprono oggi a nuovi orizzonti e sono in grado di vedere quello che ieri la nostra condizione di schiavi coloniali ci impediva di osservare: che la “civiltà occidentale” nasconde sotto la sua vistosa facciata uno scenario di iene e sciacalli. Ogni popolo che inizia la sua lotta, comincia anche a scavare la tomba dell’imperialismo e si merita tutto il nostro appoggio e tutto il nostro plauso. Perché ora si apprende, come sempre si apprende in rivoluzione, che non può esservi disunione, che non possiamo combattere contro i grandi nemici separati gli uni dagli altri, che c’è solo un nemico comune in questo momento, che è quello che raggruppa tutte le inimicizie che possano cadere sul nostro popolo, è quello che significa pigrizia, è quello che significa oppressione politica, è quello che significa oppressione economica, è quello che significa distorsione del nostro sviluppo, è quello che significa incultura: tutto questo lo significa l’imperialismo. L’imperialismo è stato sconfitto in molte battaglie parziali. Ma è una forza notevole nel mondo e non si può aspirare alla sua sconfitta definitiva se non con lo sforzo e il sacrificio di tutti. Non importa come si chiami il signore che ogni quattro anni il popolo statunitense pensa di eleggere per dirigere i suoi destini, perché in realtà tale elezione è viziata alla base; il popolo statunitense ha solo la facoltà di eleggere il suo carceriere per quattro anni e a volte gli concedono la grazia di rieleggerlo. Finché esisterà l’imperialismo, questo per definizione eserciterà il suo dominio su altri paesi, dominio che oggi si chiama neocolonialismo.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora.

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