Le dispute sui fiumi: dal Nilo al Mekong

La gestione delle acque dei grandi fiumi che attraversano diversi Paesi sta diventando una questione di primaria importanza sulla scena internazionale: tra i punti caldi del momento, il Nilo nell’Africa nord-orientale ed il Mekong nel sud-est asiatico.

Qualche settimana fa avevamo affrontato la questione della disputa tra Etiopia, Egitto e Sudan sulla gestione delle acque del Nilo Azzurro. Sebbene le tensioni per le risorse idriche non siano nuove tra questi Paesi, la costruzione della Grande Diga della Rinascita da parte dell’Etiopia ha rinvigorito le rivalità preesistenti, soprattutto quelle tra Addis Abeba e Il Cairo. In breve, l’Egitto ed il Sudan temono – non senza ragionevoli motivazioni – che la diga etiope potrebbe privare i due Paesi della quantità di acqua necessaria per soddisfare il proprio fabbisogno nazionale.

L’Unione Africana (UA) ha tentato di mediare tra le parti, ma le discussioni tecniche tra i tre Paesi interessati si sono concluse lo scorso 13 luglio con un nulla di fatto. Come se non bastasse, l’Etiopia ha successivamente reso pubbliche delle fotografie che dimostrano come il riempimento del bacino stia avendo inizio, senza il consenso di Egitto e Sudan. Il 15 luglio, Saleshi Bekele, ministro dell’acqua e dell’energia, ha confermato la notizia attraverso la televisione di stato etiope.

In risposta, Egitto e Sudan hanno chiesto chiarificazioni al governo etiope. Il ministro delle risorse idriche di Khartoum ha affermato che, secondo le recenti misurazioni, i livelli delle acque del Nilo erano diminuiti di novanta milioni di metri cubi al giorno, dimostrando incontrovertibilmente l’entrata in funzione della Grande Diga della Rinascita.

In seguito, Bekele è tornato sulle proprie dichiarazioni, affermando che il riempimento del bacino era stato causato dalle forti piogge verificatesi nei giorni precedenti, ma tale spiegazione non ha convinto il governo sudanese. L’Egitto, ha risposto che al momento dispone delle risorse idriche necessarie grazie alle acque immagazzinate nel bacino artificiale del lago Nasser, ma allo stesso tempo si oppone alla chiusura della diga etiope alla fine della stagione delle piogge, nel mese di settembre, quando la portata del Nilo diminuirà sensibilmente.

Secondo molti analisti, come Rawia Tawfik, professore di scienze politiche all’Università del Cairo, intervistato da Al-Monitor (quotidiano online statunitense specializzato sulle questioni mediorientali), le contrastanti dichiarazioni del ministro etiope potrebbero essere causate dalla volontà del governo di Addis Abeba di veicolare due messaggi diversi: in patria, propagandare il riempimento del bacino artificiale della Grande Diga come un successo della tecnologia etiope; all’estero, smentire la notizia al fine di preservare le relazioni con Sudan, Etiopia e gli altri Paesi dell’Unione Africana.

Il governo etiope, ad ogni modo, continua ad affermare di voler iniziare il riempimento del bacino artificiale entro la fine del mese. La diga da 4,5 miliardi di dollari è in costruzione da nove anni e, una volta operativa, sarà la più grande centrale idroelettrica del continente africano, in grado di produrre 6,4 gigawatt di energia. “Quest’anno è un momento opportuno per iniziare ad immagazzinare l’acqua nel bacino idrico della Grande Diga della Rinascita“, ha dichiarato Taye Atske Selassie, ambasciatore e rappresentante permanente dell’Etiopia presso le Nazioni Unite, nel momento in cui i rappresentanti dei tre Paesi sono stati ascoltati dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. “Attualmente sia il Nilo Azzurro che il Nilo Bianco hanno un flusso superiore al normale. Il lago Vittoria è ad un livello record. Anche la diga di Assuan è al suo livello di approvvigionamento completo di 182 metri sul livello del mare, che è un livello record negli ultimi quattro decenni“, ha aggiunto.

Sebbene riconosciamo l’importanza di questo progetto per gli obiettivi di sviluppo del popolo etiope, un obiettivo che certamente condividiamo e sosteniamo, è essenziale rendersi conto che questa mega-diga, che è la più grande centrale idroelettrica dell’Africa, potenzialmente minaccia il benessere e l’esistenza di milioni di cittadini egiziani e sudanesi“, ha risposto Sameh Shoukry, ministro degli esteri egiziano.

Il Sudan è fermamente convinto che raggiungere un accordo su linee guida e principi prima dell’inizio del riempimento della Grande Diga della Rinascita sia estremamente necessario per i tre Paesi per evitare di mettere a rischio milioni di vite e comunità“, ha ribadito Omer Mohamed Ahmed Siddig, il rappresentante permanente del Sudan presso le Nazioni Unite, aggiungendo che qualsiasi decisione sull’entrata in funzione della diga dovrà essere concordata tra le parti.

Le vicende del Nilo Azzurro ricordano per molti versi quelle del fiume Mekong, importante corso d’acqua dell’Asia sud-orientale che attraversa Cina, Myanmar, Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam. Nel mese di giugno, Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam hanno accusato la Cina di ridurre il flusso delle acque del fiume attraverso le proprie dighe, cosa già avvenuta lo scorso anno, quando questi Paesi si sono trovati a dover affrontare la siccità, mentre in Cina il corso d’acqua navigabile conteneva un flusso naturale sopra la media. In seguito, il ministro degli esteri Wang Yi aveva concesso il rilascio di un flusso più imponente, di fronte alll’aggravarsi della siccità in Thailandia.

Gli altri Paesi si sono così appellati alla Commissione intergovernativa del Mekong (MRC), organo consultivo che riunisce i rappresentanti dei sei Paesi attraversati dal fiume più lungo del sud-est asiatico. In particolare, negli ultimi anni sono aumentate le dispute a causa della costruzione di numerose dighe da parte della Cina e del Laos: al momento, Pechino dispone di undici dighe operative ed altre otto in fase di ultimazione, mentre il Laos ne sta costruendo almeno dodici, quasi tutte finanziate da società cinesi, due delle quali già operative. Le dighe cinesi controllano il flusso del fiume per 4.350 chilometri, sin dalle sue origini negli altopiani tibetani e fino al confine con il Myanmar.

Secondo il Centro per gli studi strategici e internazionali (CSIS) di Washington, le acque del Mekong nel mese di giugno avrebbero raggiunto il livello minimo degli ultimi cento anni. “La Thailandia e altri Paesi della regione si stanno preparando per gravi carenze idriche nei prossimi mesi, mentre il Vietnam affronterà la più grande minaccia nei prossimi anni, poiché i livelli inferiori di acqua e il flusso di sedimenti nel Mekong si uniranno all’innalzamento del livello del mare e alla salinazione che devasterà il vasto delta del Mekong, ricco di agricoltura”, si legge nel rapporto pubblicato dal CSIS.

Nel frattempo, il Laos sta proseguendo con i propri progetti per la costruzione di nuove dighe sul corso d’acqua. In particolare, desta preoccupazione la realizzazione della cosiddetta terza diga, situata a Luang Prabang (o più precisamente presso il villaggio di Houygno), in grado di produrre 1.400 megawatt di energia elettrica una volta che sarà entrata in funzione. I governi di Cambogia, Tailandia e Vietnam hanno segnalato le loro preoccupazioni al Laos, sollecitando degli studi preventivi sull’impatto dell’infrastruttura prima della sua entrata in funzione.

Mentre i tre Paesi hanno riconosciuto la sovranità e i diritti del Laos, questi hanno richiesto che il la Repubblica Democratica Popolare del Laos tenga debitamente conto delle loro raccomandazioni“, si legge nella nota ufficiale pubblicata ad inizio luglio dalla MRC. La gestione delle acque del Mekong è infatti regolata dal trattato del Mekong, stipulato tra le parti interessate nel 1995, che non conferisce ai tre vicini alcun potere di porre il veto a qualsiasi progetto all’interno del Laos. Del resto, sia il Vietnam che la Thailandia hanno sostenuto finanziariamente la costruzione della diga di Luang Prabang, rispettivamente attraverso la PetroVietnam Power Cooperation, sussidiaria della compagnia petrolifera nazionale vietnamita, e il colosso tailandese delle costruzioni Ch Karnchang PCL, che hanno collaborato con la compagnia nazionale laotiana Luang Prabang Power Company Limited.

Gli studi della MRC hanno dimostrato che le dighe costruite lungo il corso del Mekong potrebbero danneggiare i terreni agricoli a valle, impedendo il flusso di sedimenti nel delta del fiume e bloccando la migrazione dei pesci. Allo stesso tempo, lo sviluppo dell’energia idroelettrica è fondamentale per il piano del Laos, uno dei Paesi più poveri della regione, di esportare circa 20.000 megawatt di elettricità verso i vicini entro il 2030. La diga di Luang Prabang dovrebbe essere la terza ad entrare in funzione, dopo che lo scorso anno sono state inaugurate la digadi Xayaburi, da 1.285 megawatt, e la diga di Don Sahong, da 260 megawatt.

Chanthanet Boualapa, capodelegazione del Laos presso la MRC, ha affermato che il suo governo è impegnato a rispondere alle principali preoccupazioni, disposto a condividere maggiori informazioni e ad organizzare visite al progetto per la supervisione congiunta, al fine di assicurarsi che non abbia gravi impatti negativi e che possa beneficiare tutte le parti coinvolte.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora.

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