Fidel Castro: “La storia mi assolverà” (1953)

In occasione dell’anniversario della nascita di Fidel Castro (13 agosto 1926), vi proponiamo alcuni estratti del discorso di quattro ore pronunciato in tribunale il 16 ottobre 1953 come difesa in seguito al fallito assalto alla Caserma Moncada, che si conclude con la celebre frase: “La storia mi assolverà“.

Signori Giudici,

mai un avvocato ha dovuto esercitare il suo ufficio in tal difficili condizioni; mai contro un accusato sono state commesse un tal cumulo di irregolarità schiaccianti. L’uno e l’altro sono in questo caso la stessa persona. Come avvocato, non ho potuto vedere il verbale né lo vedrò e, come accusato, da settantasei giorni sono chiuso in una cella solitaria, totalmente e assolutamente isolato, al di là tutte le prescrizioni umane e legali.

Chi sta parlando aborrisce con tutta la sua anima la vanità puerile e non sono parte del suo animo né del suo temperamento qualsiasi posa da tribuno né sensazionalismi di nessun tipo. Se ho dovuto assumere la mia propria difesa davanti a questo tribunale è per due motivi. Il primo perché praticamente mi si privò di essa completamente; il secondo perché solo chi era stato ferito tanto profondamente e aveva visto tanto indifesa la patria e avvilita la giustizia, puo’ parlare in una occasione come questa con parole che siano sangue del cuore e organi vitali della verità. […]

Signori Giudici, quante pressioni si sono esercitate affinché mi si spogliasse anche di questo diritto consacrato a Cuba da lunga tradizione. Il tribunale non poté acconsentire a tali pretese perché avrebbe un accusato al colmo della mancanza di difesa. Questo accusato che sta esercitando ora questo diritto, per nessuna ragione al mondo ometterà di dire quello che deve dire. […]

Vi ricordo che le vostre leggi di procedimento stabiliscono che il giudizio sarà “orale e pubblico”; senza dubbio, si è impedito al popolo l’accesso a questa sessione. Solo hanno lasciato passare due avvocati e sei  giornalisti, nei periodici dei quali la censura non permetterà di pubblicare una sola parola. Vedo che ho per unico pubblico, in sala e nei corridoi, circa cento tra soldati e ufficiali. Grazie per la seria e amabile attenzione che mi state prestando! Che appaia di fronte a me tutto l’Esercito! Io so che un giorno arderà dal desiderio di lavare la terribile macchia di vergogna e di sangue che le ambizioni di un gruppo di persone senza anima ha gettato sopra le uniformi militari. […]

Per ultimo devo dire che non è stato lasciato passare nella mia cella nessuno trattato di Diritto Penale. Solo posso disporre di questo minuscolo codice che mi ha prestato un avvocato, il valente difensore dei miei compagni: il dott. Baudilio Castellanos. Allo stesso modo è stato proibito che giungessero nelle mie mani i libri di Martí: sembra che la censura del carcere li abbia considerati troppo sovversivi. O sarà forse perché io dissi che Martí era l’autore intellettuale del 26 luglio [data dell’assalto alla Caserma Moncada, ndr]? […]

Non importa in assoluto! Porto nel cuore le dottrine del Maestro e nel pensiero le nobili idee di tutti gli uomini che hanno difeso la libertà di tutti i popoli.

Solo una cosa chiedo al tribunale; spero che me la conceda, come compensazione di tanto eccesso e arbitrarietà che ha dovuto soffrire questo accusato senza protezione alcuna delle leggi: che si rispetti il mio diritto ad esprimermi in piena libertà. Senza di ciò non potrete soddisfare neanche la mera apparenza di giustizia e l’ultimo anello della catena sarebbe, più di nessun altro, di ignominia e codardia.

Confesso che qualcosa mi ha sorpreso. Pensavo che il Pubblico Ministero sarebbe venuto con una accusa terribile disposto a giustificare sino alla sazietà le pretese e i motivi per i quali in nome del diritto e della giustizia – e di quale diritto e di quale giustizia? – mi si deve condannare a ventisei anni di prigione. Però no. Si è limitato esclusivamente a leggere l’articolo 148 del Codice di Difesa Sociale, secondo il quale, più circostanze aggravanti, sollecita per me la rispettabile quantità di ventisei anni di prigione. Due minuti mi sembrano molto poco tempo per chiedere e giustificare che un uomo passi al chiuso più di un quarto di secolo. È forse per caso il Pubblico Ministero disgustato del Tribunale? […] Comprendo che è difficile, per un Pubblico Ministero che ha giurato fedeltà alla Costituzione della Repubblica, venire qui in nome di un governo incostituzionale, statuario, di nessuna legalità e minor moralità, a chiedere che un giovane cubano, avvocato come lui, chissà… altrettanto decente come lui, sia condannato a ventisei anni di carcere. Però il Pubblico Ministero è un uomo di talento e io ho visto persone, con meno talento di lui, scrivere lunghe arringhe […]

Signori Giudici: perché tanto interesse a che io taccia? […] Sarà che manchi completamente la base giuridica, morale e politica per focalizzare seriamente la questione? Che si teme tanto la verita’? Che si desidera che anche io parli per due minuti e che non tocchi qui i punti che non lasciano dormire a certa gente dal 26 luglio? […] Non accetterò mai questo bavaglio, perché in questo giudizio si sta dibattendo qualcosa in più della semplice libertà di un individuo: si discute di questioni fondamentali di principio, si dibatte delle basi stesse della nostra esistenza come nazione civilizzata e democratica. […]

È un principio elementare del Diritto Penale che il fatto imputato debba accordarsi esattamente al tipo di delitto prescritto dalla legge. Se non c’è legge esattamente applicabile al punto controverso, non c’è delitto.

L’articolo in questione dice testualmente: “Si imporrà una sanzione di privazione della libertà da tre a dieci anni all’autore di un atto diretto a promuovere un sollevamento di gente armata contro i Poteri Costituzionali dello Stato. La sanzione sarà la privazione da cinque a dieci anni se si porta ad effetto l’insurrezione“. In che paese sta vivendo il Pubblico Ministero? Chi le ha detto che noi abbiamo promosso un sollevamento contro i Poteri Costituzionali dello Stato? Due cose risaltano alla vista. In primo luogo, la dittatura che opprime la nazione non è un potere costituzionale, ma semmai incostituzionale; nacque contro la Costituzione, oltre la Costituzione, violando la Costituzione legittima della Repubblica. La Costituzione legittima è quella che emana direttamente dal popolo sovrano. […] In secondo luogo, l’articolo parla di Poteri Costituzionali, vale a dire, al plurale, non al singolare, perchè considera il caso di una Repubblica retta da un Potere Legislativo, un Potere Esecutivo e un Potere Giudiziario che si equilibrano e si contrappesano uno con l’altro. Noi abbiamo promosso una ribellione contro un potere unico, illegittimo, che ha usurpato e riunito in uno solo i Poteri  Legislativo, Esecutivo e Giudiziario della Nazione, distruggendo tutto il sistema che precisamente cercava di proteggere l’articolo del codice che stiamo analizzando. […]

Vi avverto che sono appena all’inizio. Se nelle vostre anime resta ancora un pezzetto di amore per la patria, di amore per l’umanità, di amore per la giustizia, ascoltatemi con attenzione. So che mi si obbligherà al silenzio per molti anni; so che cercheranno di occultare la verità con tutti i mezzi possibili; so che contro di me si alzerà la congiura dell’oblio. Però non per questo la mia voce si risparmierà […].

Ho ascoltato il dittatore il lunedì 27 luglio […]. L’accumulo di menzogne e calunnie che ha pronunciato nel suo linguaggio turpe, odioso e ripugnante, solo si può comparare con l’enorme quantità di sangue giovane e limpido che dalla notte prima stava spargendo, con sua conoscenza, consenso, complicità e plauso, la turba più crudele di assassini che possa mai concepirsi. […]

È necessario che mi occupi un po’ del considerare i fatti. Si è detto, da parte del governo stesso, che l’attacco fu realizzato con tanta precisione e perfezione che evidenziava la presenza di esperti militari nella elaborazione del piano. Niente di più assurdo. Il piano è stato tracciato da un gruppo di giovani nessuno dei quali aveva esperienza militare; e rivelo i loro nomi, meno due di loro che non sono né morti né catturati: Abel Santamaria, José Luis Tasende, Renato Guitart Rosell, Pedro Miret, Jesús Montané e colui che parla. La metà sono morti, e con giusto tributo alla loro memoria posso dire che non erano esperti militari, però avevano patriottismo sufficiente per dare, a parità di condizioni, una sonora lezione a tutti quanti i generali del 10 marzo [i generali che appoggiarono il colpo di Stato di Fulgencio Batista il 10 marzo del 1952, ndr] che non sono militari né patrioti. […]

E’ ugualmente certo che l’attacco è stato realizzato con coordinazione magnifica. […]

Abel Santamaria con ventuno uomini aveva occupato l’Ospedale Civile; con lui c’erano un medico e due nostre compagne per accudire i feriti. Raúl Castro, con dieci uomini, ha occupato il Palazzo di Giustizia; e a me è toccato attaccare l’accampamento con il resto, novantacinque uomini. Arrivai con un primo gruppo di quarantacinque, preceduto da un’avanguardia di otto  […]. Il gruppo di riserva, che era in possesso di quasi tutte le armi lunghe, dato che le corte andavano all’avanguardia, prese una via sbagliata e si perse completamente in una città che non conoscevano. […]

Si fecero sin dai primi momenti numerosi prigionieri, circa venti, e ci fu un momento in cui tre nostri uomini  […] Ramiro Valdez, José Suárez e Jesús Montané, riuscirono ad entrare in una baracca e a detenere lì per un certo tempo circa cinquanta soldati. Questi prigionieri testimoniarono davanti al Tribunale, e tutti senza eccezione hanno riconosciuto che furono trattati con assoluto rispetto, senza dover soffrire neanche una parola di insulto. […]

La disciplina da parte dell’Esercito fu abbastanza scarsa. Vinsero alla fine per il numero, che dava loro una superiorità di quindici ad uno, e per la protezione  che loro forniva la difesa della fortezza. […]

Quando mi convinsi che tutti i nostri sforzi per prendere la fortezza erano ormai vani, cominciai a ritirare i nostri uomini a gruppi di otto e dieci. La ritirata fu protetta da sei cecchini che, al comando di Pedro Miret e di Fidel Labrador, bloccarono eroicamente il passo all’Esercito. Le nostre perdite nella lotta erano state insignificanti. Il gruppo dell’Ospedale Civile non ebbe più di una vittima; il resto fu vinto dal situarsi delle truppe dell’esercito di fronte all’unica uscita dell’edificio, e soltanto deposero le armi quando non rimaneva loro più neanche un proiettile. Con loro stava Abel Santamaria, il più generoso, amato ed intrepido dei nostri giovani, la cui gloriosa resistenza lo rende immortale davanti alla storia di Cuba. Vedremo la sorte che gli e toccata e come Batista volle punire la ribellione e l’eroismo della nostra gioventù.

I nostri piani erano di proseguire la lotta sulle montagne in caso di insuccesso dell’attacco al reggimento. Potei riunire un’altra volta, a Siboney, un terzo delle nostre forze; però molti si erano già persi d’animo. Una ventina decisero di consegnarsi; vedremo che cosa fu di loro. Il resto, diciotto uomini, con le armi e l’attrezzatura che rimanevano, mi seguirono sulle montagne. Il terreno era a noi perfettamente sconosciuto. Per una settimana occupammo la parte alta della Cordigliera della Grande Pietra e l’Esercito occupò la base. Né noialtri potevamo scendere né loro si decisero a salire. Non furono, dunque, le armi; furono la fame e la sete che vinsero l’ultima resistenza. Dovetti distribuire gli uomini in piccoli gruppi: alcuni riuscirono a filtrare attraverso le linee dell’esercito, altri  furono consegnati da monsignor Pérez Serantes. Quando solo restavano con me due compagni, José Suárez e Óscar Alcalde, tutti e tre totalmente stremati, all’alba di sabato 1° di agosto, una forza al comando del tenente Sarria ci sorprese dormendo. La mattanza dei prigionieri era già cessata in seguito alla tremenda reazione che provocò nella cittadinanza, e questo ufficiale, uomo di onore, impedì che alcuni assassini ci uccidessero […].

Si è ripetuto con molta enfasi da parte del governo che il popolo non assecondò il movimento. Mai avevo udito una affermazione tanto ingenua e, al tempo stesso, tanto piena di malafede. Pretendono evidenziare con ciò la sottomissione e la codardia del popolo  […] Se la Caserma Moncada fosse caduta in mano nostra persino le donne di Santiago di Cuba avrebbero impugnato le armi!

Molti fucili furono caricati ai combattenti dalle infermiere dell’Ospedale Civile! Anch’esse combatterono. Questo non lo dimenticheremo mai. […]

Il Pubblico Ministero era molto interessato a conoscere le nostre possibilità di successo. Queste possibilità si basano su ragioni di ordine tecnico-militare e di ordine sociale.

Si è desiderato instaurare il mito delle armi moderne come certezza della totale impossibilità della lotta aperta e frontale del popolo contro la tirannia. Le sfilate militari, le grandi parate di materiale bellico, hanno per obiettivo il fomentare questo mito e creare nella cittadinanza un complesso di assoluta impotenza. Nessun arma, nessuna forza è capace di vincere un popolo che si decide a lottare per i propri diritti. Gli esempi storici passati e presenti sono incontestabili. È ben recente il caso della Bolivia, dove i minatori, con cartucce di dinamite, hanno sconfitto e distrutto i reggimenti dell’esercito regolare.

Però noi cubani non dobbiamo cercare esempi in altri paesi, perché nessun esempio è tanto ispiratore come quello della nostra patria. Durante la guerra del 1895 c’erano a Cuba circa mezzo milione di soldati spagnoli in armi […]. I cubani non disponevano in generale di altra arma che il machete, perché le loro cartucciere erano quasi sempre vuote. C’è un passaggio indimenticabile della nostra guerra di indipendenza narrato dal generale Miró Argenter […]: “La gente  […] in maggior parte provvista di solo machete, fu decimata […]. Attaccarono gli spagnoli con i pugni, senza pistola […]“.

Cosi’ lottano i popoli quando desiderano conquistare la propria libertà: tirano pietre agli aerei e deviano i carri armati a morsi! […]

Ho detto che la seconda ragione sulla quale si basava la nostra possibilità di riuscita era di ordine sociale. Perché avevamo la sicurezza di contare sul popolo? Quando parliamo di popolo non intendiamo i settori concilianti e conservatori della nazione, quelli per cui va bene qualsiasi regime di oppressione, qualsiasi dittatura, qualsiasi dispotismo, prostrandosi dinanzi al reggente di turno sino a rompersi la fronte contro il pavimento.

Intendiamo per popolo, quando parliamo di lotta, la grande massa irredenta, quella a cui tutti offrono e quella che tutti ingannano e tradiscono, quella che anela una patria migliore, più degna, più giusta […].

Noi chiamiamo popolo se di lotta si tratta, i seicentomila cubani che si trovano senza lavoro desiderosi di guadagnarsi il pane con onore senza dover emigrare dalla propria patria in cerca di sostentamento; i cinquecentomila operai stagionali della campagna che abitano in baracche miserabili, che lavorano quattro mesi e soffrono la fame per il resto dell’anno dividendo con i propri figli la miseria, che non hanno un fazzoletto di terra per seminare e la cui esistenza dovrebbe muovere a più compassione se non ci fossero tanti cuori di pietra; i quattrocentomila operai industriali e braccianti le cui pensioni, tutte, sono rapinate, […] la cui vita è il lavoro perenne e il cui riposo è la tomba; i centomila piccoli agricoltori che vivono e muoiono lavorando una terra che non è la loro, contemplandola sempre tristemente come Mosè la terra promessa, per poi morire senza mai giungere a possederla, che devono pagare per i fazzoletti di terra come servi feudali una parte dei propri prodotti, che non possono amarla, né migliorarla, né abbellirla, o piantare un cedro o un arancio perché non sanno se un giorno verrà un funzionario a dirgli che deve andarsene; i trentamila maestri e professori tanto pieni di abnegazione, di sacrifici e necessari al destino migliore delle future generazioni e che tanto male li si tratta e paga; i ventimila piccoli commercianti appesantiti dai debiti, rovinati dalle crisi e ammazzati dalla piaga di funzionari filibustieri e venali; i diecimila giovani professionisti: medici, ingegneri, avvocati, veterinari, pedagoghi, dentisti, farmaceutici, giornalisti, pittori, scultori, ecc., che escono dalle aule con i propri titoli desiderosi di lotta e pieni di speranza per trovarsi poi in un vicolo senza uscita, tutte le porte chiuse, sorde alle suppliche e al clamore. Questo è il popolo! Quello che soffre tutte le sue disgrazie ed è pertanto capace di combattere con tutto il coraggio! A questo popolo, il cui cammino di angustia è lastricato di inganni e false promesse, non andavamo a dire: “Ti daremo” ma semmai: “Ecco prendi, lotta ora con tutte le tue forze perché siano tue la libertà e la felicità!“. […]

Cuba potrebbe albergare splendidamente una popolazione tre volte maggiore; non ci sono dunque ragioni perché esista la miseria  fra i suoi attuali abitanti. […]

A quelli che mi chiamano per questa convinzione sognatore, io rispondo con le parole di Martí: “Il vero uomo non guarda da che lato si vive meglio, ma da che lato sta il dovere; e questo è l’unico uomo pratico il cui sogno di oggi sarà la legge del domani, perché colui che ha posto gli occhi agli organi vitali universali e visto ribollire i popoli, tra lamenti e sangue, nella conca dei secoli, egli sa che il divenire, senza nessuna eccezione, sta dal lato del dovere“.

Unicamente ispirati a tali elevati propositi è possibile concepire l’eroismo di quelli che caddero a Santiago di Cuba. Gli scarsi mezzi materiali, sui quali dovemmo contare, impedirono il sicuro successo. […]

I politici spendono nelle loro campagne milioni comprando coscienze, e un pugno di cubani che desiderarono salvare l’onore della patria ha dovuto affrontare la morte con le mani vuote per carenza di risorse. Ciò spiega da chi è stato governato il paese sino ad ora, non da uomini generosi e fedeli, ma dal bassofondo della politicheria […] Con maggior orgoglio che mai dico che conseguente ai nostri principi, nessun politico di ieri ci ha visti bussare alla sua porta chiedendo un centesimo, che i nostri mezzi furono messi insieme con esempio di sacrificio che non ha paragoni, come quello del giovane Elpidio Sosa che ha venduto la sua attrezzatura e si presentò da me un giorno con trecento pesos “per la causa“; Fernando Chenard, che ha venduto l’apparecchiatura del studio fotografico con il quale si guadagnava da vivere; Pedro Marrero che ha impegnato il suo stipendio di molti mesi e al quale è stato necessario impedire che vendesse persino i mobili della sua casa; Óscar Alcalde, che ha venduto il suo laboratorio di prodotti farmaceutici; Jesús Montané, che ha consegnato il denaro che aveva risparmiato per più di cinque anni, e così nello stesso stile molti altri, spogliandosi ognuno di quel poco che aveva.

Bisogna avere una fede molto grande nella propria patria per agire così, e questi ricordi di idealismo mi portano direttamente al capitolo più amaro di questa difesa: il prezzo che fu fatto loro pagare dalla tirannia per il desiderio di liberare Cuba dall’oppressione e dall’ingiustizia. […]

I fatti sono ancora recenti, però quando gli anni passeranno e il cielo della patria si schiarirà, quando gli animi esaltati si quieteranno e la paura non turberà piu’ gli spiriti, si inizierà allora a vedere in tutta la sua spaventosa realtà la magnitudine del massacro, e le generazioni future rivolgeranno terrorizzate gli occhi a questo atto di barbarie senza precedenti nella nostra storia. Però non desidero che l’ira mi accechi, perché ho bisogno di tutta la chiarezza della mia mente e la serenità del cuore distrutto per esporre i fatti così come occorsero, con tutta semplicità, senza drammatismi, perché sento vergogna come cubano, che alcuni uomini senza anima, con i loro crimini inqualificabili, abbiano disonorato la nostra patria dinanzi al mondo.

Non fu mai il tiranno Batista un uomo di scrupoli che tentenna prima di dire al popolo la più fantastica menzogna. […]

Le cose che ha affermato il dittatore dal poligono dell’accampamento di Columbia, sarebbero degne di risa se non fossero così impregnate di sangue. Disse che gli attaccanti erano un gruppo di mercenari tra i quali c’erano molti stranieri; […] disse che l’attacco era stato ideato dall’ex-presidente Prio e realizzato con il suo denaro, e si è provato sino a sazietà l’assenza assoluta di ogni relazione tra questo movimento e il regime passato; disse che eravamo armati di mitragliatrici e granate a mano, e qui i tecnici dell’Esercito hanno dichiarato che avevamo solo una mitragliatrice e nessuna granata a mano; disse che avevamo sgozzato la postazione di guardia, e qui sono apparsi a verbale i certificati di morte e i certificati medici corrispondenti a tutti i soldati morti o feriti, dai quali risulta che nessuno presentava lesioni di arma bianca. […]

Quando un capo di stato o chi pretende di esserlo fa dichiarazioni al paese, non parla per parlare: alberga sempre qualche obiettivo, persegue sempre un effetto, lo anima sempre una intenzione. Se eravamo già stati militarmente vinti, se già non rappresentavamo più un pericolo per la dittatura, perché ci si calunniava in questo modo? Se non è chiaro che era un discorso sanguinario, se non è evidente che si pretendeva di giustificare i crimini che si stavano commettendo dalla notte prima e che si sarebbero stati commessi dopo, che parlino per me i numeri: il 27 luglio, nel suo discorso dal poligono militare, Batista disse che tra gli attaccanti vi erano stati trentadue morti; alla fine della settimana i morti salivano a più di ottanta. In quale battaglia, in quali luoghi, in quali combattimenti sarebbero morti questi giovani? Prima che parlasse Batista erano stati assassinati più di venticinque prigionieri; dopo che parlò ne sarebbero stati assassinati cinquanta.

Che grande senso dell’onore quello di quei militari modesti, tecnici e professionisti dell’Esercito, che al comparire dinanzi al tribunale non deformarono i fatti, e relazionarono attenendosi alla stretta verità. Questi sì che sono militari che onorano l’uniforme, questi sì che sono uomini! Né il militare né l’uomo vero è capace di macchiare la sua vita con la menzogna o il crimine. Io so che sono terribilmente indignati con i barbari omicidi che sono stati commessi, io so che sentono con ripugnanza e vergogna l’odore di sangue omicida che impregna sino all’ultima pietra il Quartiere Moncada.

Esorto il dittatore a ripetere ora, se può, le sue vili calunnie contro le testimonianze di questi onorevoli militari, lo esorto a che giustifichi davanti al popolo di Cuba il suo discorso del 27 luglio, che non taccia, che parli! Che dica se la Croce d’Onore che pose nel petto agli eroi del massacro era per premiare i crimini ripugnanti che si commisero; che assuma sin da ora la responsabilità davanti alla storia e non pretenda di dire poi che furono i soldati senza suoi ordini, che spieghi alla nazione i settanta omicidi; è stato sparso molto il sangue! La nazione ha bisogno di una spiegazione, la nazione lo domanda, la nazione lo esige. […]

Non sono stati commessi omicidi per un minuto, un’ora o un giorno intero, ma per una intera settimana, i colpi, le torture, […] non cessarono un istante come strumento di sterminio maneggiato da perfetti artigiani del crimine. Il Quartiere Moncada è stato convertito in un laboratorio di tortura e morte, e alcuni uomini indegni hanno trasfortmato l’uniforme militare in pannelle da macellai. I muri si sono incrostati di sangue; nella parete le pallottole sono rimaste conficcate con frammenti di pelle e capelli umani […].

Le mani criminali che reggono il destino di Cuba avevano scritto per i prigionieri all’entrata di quell’antro di morte, la scritta dell’inferno: “LASCIATE OGNI SPERANZA”. […]

Conosco molti dettagli di come siano stati realizzati questi crimini, per bocca di alcuni militari che, pieni di vergogna, mi hanno riferito le scene di cui erano stati testimoni. […]

Il primo prigioniero assassinato fu il nostro medico Mario Muñoz, che non portava armi né uniforme e vestiva il suo camice di medico, un uomo generoso e competente che aveva prestato cura con la stessa devozione tanto all’avversario quanto all’amico ferito. Nel cammino dall’Ospedale Civile al Quartiere gli hanno sparato un colpo alla schiena e lo hanno lasciato lì con la bocca rivolta verso il basso in una pozza di sangue. Però la mattanza di prigionieri non ebbe inizio sino alle tre del pomeriggio. Fino a questa ora si aspettarono ordini. Giunse dunque dall’Avana il generale Martín Díaz Tamayo, il quale portò istruzioni concrete uscite da una riunione dove si trovavano Batista, il capo dell’Esercito, il capo del SIM [Servizio di Intelligence Militare, ndr] e altri. Disse che “era stata una vergogna e un disonore per l’Esercito aver avuto nel combattimento tre volte più vittime degli attaccanti e che si dovevano uccidere dieci prigionieri per ogni soldato morto“. Questo fu l’ordine! […]

Quello di cui questi uomini avevano bisogno era precisamente questo ordine. Nelle loro mani perì il meglio di Cuba: i più valorosi, i più onorati, i più idealisti. Il tiranno li ha chiamati mercenari, mentre stavano morendo come eroi in mano di uomini che ricevono uno stipendio dalla Repubblica e i quali, con le armi che essa ha dato loro perché la difendano, servono piuttosto gli interessi di un manipolo e assassinano i migliori cittadini.

Per mezzo della tortura offrivano loro la vita se tradendo la propria posizione ideologica si prestavano a dichiarare falsamente che Prio aveva dato loro il denaro, e siccome essi rifiutavano indignati la proposta, continuavano torturandoli orribilmente. […]

Le fotografie non mentono e quei cadaveri appaiono macellati. […]

Questo lo fecero per molti giorni e assai pochi prigionieri di quelli che erano detenuti sopravvissero. […]

Signori Giudici, dove stanno i nostri compagni detenuti nei giorni 26, 27, 28 e 29 luglio che, si sa, erano settanta nella zona di Santiago di Cuba? Solamente tre e le due ragazze sono ricomparsi; […]

Dove stanno i nostri compagni feriti? Solo cinque sono comparsi; i restanti sono stati ugualmente assassinati. Qui, al contrario, hanno sfilato venti militari che furono nostri prigionieri e che secondo le loro stesse parole non ricevettero neanche una offesa. Qui si sono presentati trenta feriti dell’Esercito, molti di loro in combattimenti sulla strada, e nessuno di essi fu giustiziato. Se l’Esercito ebbe diciannove morti e trenta feriti, com’è possibile che noi abbiamo avuto ottanta morti e cinque feriti? […]

Come può spiegarsi la favolosa proporzione di sedici morti per un ferito, se non giustiziando i feriti nell’ospedale stesso e assassinando poi gli indifesi prigionieri? Questi numeri parlano senza possibile replica. “È una vergogna e un disonore per l’Esercito aver avuto nel combattimento un numero di vittime tre volte superiore agli attaccanti; bisogna ammazzare dieci prigionieri per ogni soldato morto…“. Questo è il concetto che hanno dell’onore i caporali divenuti generali il 10 di marzo [data del golpe di Batista, ndr], e questo è l’onore che desiderano imporre all’Esercito nazionale. Onore falso, onore di apparenza che si basa sulla menzogna, l’ipocrisia e il crimine; assassini che macchiano con il sangue una maschera di onore. Chi ha detto loro che morire combattendo è un disonore? Chi ha detto loro che l’onore di un Esercito consiste nell’assassinare feriti e prigionieri di guerra? In guerra gli eserciti che assassinano i prigionieri si sono sempre guadagnati il disprezzo e l’esecrazione del mondo. […]

Il militare d’onore non assassina il prigioniero indifeso dopo il combattimento, ma lo rispetta; non giustizia il ferito, ma lo aiuta; impedisce il crimine e se non può impedirlo fa come quel capitano spagnolo che sentendo gli spari con cui si fucilavano gli studenti ruppe indignato la sua spada e si rifiutò di continuare a servire quell’esercito. […]

Per i miei compagni morti non chiedo vendetta. Dato che le loro vite non avevano prezzo, non potrebbero ripagarle con la loro tutti i criminali messi insieme. Non è con il sangue che si può pagare la vita dei giovani che sono morti per il bene di un popolo; la felicità di questo popolo è l’unico prezzo degno che si può pagare per quelle vite.

In più i miei compagni non sono dimenticati, né morti; vivono oggi più che mai e i loro assassini devono vedere terrorizzati come sorge dai loro cadaveri eroici lo spettro vittorioso delle loro idee. Che parli per me l’Apostolo [José Martí, ndr]: “C’è un limite al pianto durante la sepoltura dei morti, ed è l’amore infinito per la patria e la gloria che si vede sopra i loro corpi, che non teme, non si abbatte né mai si indebolisce; perché i corpi dei martiri sono l’altare più bello della dignità“.

… Quando si muore
Nelle braccia della patria gradita,
La morte finisce, la prigione si rompe;
Comincia alla fine, con il morir, la vita!

Fin qui mi sono attenuto quasi esclusivamente ai fatti. Siccome non dimentico che mi trovo davanti ad un Tribunale di Giustizia che mi giudica, dimostrerò ora che unicamente dalla nostra parte sta il diritto e che la sanzione imposta ai miei compagni e quella che si pretende di impormi non hanno giustificazione dinanzi alla ragione, dinanzi alla società e dinanzi alla vera giustizia. […]

Sto per narrarvi una storia. C’era una volta una Repubblica. Aveva la sua Costituzione, le sue leggi, le sue libertà; Presidente, Parlamento, Tribunali; tutti potevano riunirsi, associarsi, parlare e scrivere in piena libertà. Il governo non soddisfaceva il popolo, però il popolo poteva cambiarlo e solo mancavano alcuni giorni per farlo. Esisteva un’opinione pubblica rispettata e riverita e tutti i problemi di interesse collettivo erano discussi liberamente. C’erano partiti politici, ore dottrinali di radio, programmi polemici della televisione, atti pubblici e nel popolo palpitava l’entusiasmo. Questo popolo aveva sofferto molto e se non era felice, desiderava esserlo e aveva diritto a ciò. Lo avevano ingannato molte volte e guardava al passato con vero terrore. Credeva ciecamente che questo non poteva tornare; era orgoglioso del suo amore per la libertà e viveva convinto che essa sarebbe stata rispettata come cosa sacra; sentiva una fiducia nobile nella sicurezza che nessuno potesse provare a commettere il crimine di attentare contro le proprie istituzioni democratiche. Desiderava un cambiamento, un miglioramento, un progresso e lo vedeva vicino. Tutta la sua speranza stava nel futuro.

Povero popolo! Una mattina la cittadinanza si svegliò di soprassalto; nelle ombre della notte gli spettri del passato avevano congiurato mentre essa dormiva, e ora la tenevano afferrata per le mani, per i piedi e per il collo. […] No, non era un incubo; si trattava della triste e terribile realtà: un uomo chiamato Fulgencio Batista aveva commesso il crimine che nessuno pensava.

Successe dunque che un umile cittadino di quel popolo, che desiderava credere nelle leggi della Repubblica e nell’integrità dei suoi giudici  […] cercò un codice di Difesa Sociale per vedere che castigo prescriveva la società per l’autore di un simile fatto e lo trovò come segue:

Incorrerà nella sanzione di privazione della libertà da sei a dieci anni colui chi effettuerà qualsiasi atto diretto a cambiare in tutto o in parte, per mezzo della violenza, la Costituzione dello Stato o la forma di governo stabilita“.

Si imporrà una sanzione di privazione della libertà da tre a dieci anni all’autore di un atto diretto a promuovere un sollevamento di gente armata contro i Poteri Costituzionali dello Stato. La sanzione sarà la privazione da cinque a dieci anni se si porta ad effetto l’insurrezione” […].

Senza dire niente a nessuno, con il Codice in una mano e i fogli nell’altra, il menzionato cittadino si presentò nel vecchio edificio della capitale dove funzionava il tribunale competente, che era obbligato a promuovere la causa e castigare i responsabili di quel fatto, e presentò uno scritto denunciando i delitti e chiedendo per Fulgencio Batista e per i suoi diciassette complici la sanzione di centootto anni di prigione come ordinava imporre il Codice di Difesa Sociale con tutte le aggravanti […].

Passarono giorni e mesi. Che tradimento. L’accusato non era preoccupato, passeggiava per la Repubblica come un barone, lo chiamavano onorevole signore e generale […] .

Passarono ancora giorni e mesi. Il popolo si stancò di abusi e di burle. I popoli si stancano! Venne la lotta, e quindi quell’uomo che stava fuori dalla legge, che aveva occupato il potere con la violenza, contro la volontà del popolo e aggredendo l’ordine legale, torturò, assassinò, incarcerò e accusò dinanzi ai tribunali quelli che lottavano per la legge e per ridare al popolo la sua libertà.

Signori Giudici: Io sono quel cittadino che un giorno si presentò inutilmente dinanzi al Tribunale per chiedere che castigasse quegli ambiziosi che violarono le leggi e ridussero in cenere le nostre istituzioni, e ora è a me che si accusa  […]. Mi direte che quella volta i giudici della Repubblica non agirono perché glielo si impedì con la forza; dunque, confessatelo: questa volta ugualmente la forza vi obbligherà a condannarmi. La prima volta non poteste castigare il colpevole; la seconda dovrete castigare l’innocente. La donzella della giustizia due volte violentata con la forza. […]

Cuba sta soffrendo un crudele e ignobile dispotismo e voi non ignorate che la resistenza di fronte al dispotismo è legittima; questo è un principio universalmente riconosciuto e la nostra Costituzione del 1940 lo ha consacrato espressamente nell’articolo 40: “È legittima la resistenza adeguata per la protezione dei diritti individuali garantiti anteriormente”  […]. Il diritto di insurrezione dinanzi alla tirannia è uno di quei principi che, sia o no incluso nella Costituzione Giuridica, ha sempre piena vigenza in una società democratica. […]

Il diritto alla ribellione contro il dispotismo, Signori Giudici, è stato riconosciuto dalla più lontana antichità sino al presente, da uomini di tutte le dottrine, di tutte le idee e di tutte le credenze. Nelle monarchie teocratiche della più remota antichità in Cina, era praticamente un principio costituzionale che quando il re governasse in modo turpe e dispotico, fosse deposto e rimpiazzato da un principe virtuoso.

I pensatori dell’antica India impararono la resistenza attiva contro gli arbitri dell’autorità. Giustificarono la rivoluzione e tradussero molte volte le proprie teorie in pratica. […]

San Tommaso di Aquino, nella “Summa Theologica” rifiutò la dottrina della tirannide, e sostenne, senza dubbio, la tesi che i tiranni devono essere deposti dal popolo.

Martin Lutero proclamò che quando il governo degenera in tirannide ferendo la legge, i sudditi sono liberati dal dovere dell’ubbidienza. […] Calvino, il pensatore piu’ notevole della Riforma dal punto di vista delle idee politiche, postula che il popolo ha diritto a prendere le armi per opponersi a qualsiasi usurpazione.

Niente meno che un gesuita spagnolo dell’epoca di Filippo II, Juan Mariana, nel suo libro “De Rege et Regis Institutione“, afferma che quando il governante usurpa il potere, o quando eletto, regge la vita pubblica in maniera tirannica, è lecito l’assassinio […] direttamente, o avvalendosi dell’inganno, con il minor disturbo possibile. […]

Gia’ nel 1649 John Milton scriveva che il potere politico risiede nel popolo, il quale può nominare o destituire i re […].

John Locke nel suo “Trattato sul Governo” sostiene che quando si violano i diritti naturali dell’uomo, il popolo ha il diritto e il dovere di sopprimere o cambiare il governo: “L’unico rimedio contro la forza senza autorità sta nell’opporre ad essa la forza“. Jean Jacques Rousseau dice con molta eloquenza nel suo “Contratto Sociale“: “Mentre un popolo si vede forzato a obbedire e obbedisce, fa bene; e non appena può strapparsi il giogo e se lo strappa, fa meglio, recuperando la sua libertà con lo stesso diritto che gli è stato tolto“. […]

Rinunciare alla propria libertà è rinunciare alla qualità dell’uomo, ai diritti dell’umanità, e anche ai doveri. […] Tale rinuncia è incompatibile con la natura dell’uomo; e togliere tutta la libertà alla volontà è togliere ogni moralità alle azioni. […]

La famosa Dichiarazione Francese dei Diritti dell’Uomo lasciò alle generazioni future questo principio: “Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per questo il più sacro dei diritti e il più imperioso dei doveri“; “Quando una persona si impossessa della sovranità deve essere condannata a morte dagli uomini liberi“.

Credo di aver giustificato sufficientemente il mio punto di vista […]. Però c’è una ragione che ci assiste più potente di tutte le altre: siamo cubani ed essere cubano implica un dovere, non compierlo è un crimine ed un tradimento. Viviamo orgogliosi della storia della nostra patria; la apprendiamo a scuola e siamo cresciuti udendo parlare di libertà, di giustizia e di diritti. […] Tutto questo apprendemmo e non lo dimenticheremo […] Nascemmo in un paese libero che ci lasciarono i nostri padri, e sprofonderà l’Isola nel mare prima che acconsentiremo ad essere schiavi di qualcuno. […]

Termino la mia difesa, ma non lo farò come fanno sempre tutti gli avvocati, chiedendo la libertà del difeso; non posso chiederla quando i miei compagni stanno soffrendo nell’Isola dei Pini una prigionia ignobile. Inviatemi insieme a loro a condividere la loro sorte, è concepibile che gli uomini che hanno onore siano morti o prigionieri in una repubblica dove è presidente un criminale e un ladro.

Ai Signori Giudici, la mia sincera gratitudine per avermi permesso di esprimermi liberamente senza meschine coazioni […]. Resta tuttavia all’Udienza un problema più grave: qui stanno le cause iniziate per i settanta omicidi, cioè per il più grande massacro che abbiamo conosciuto, e i colpevoli restano liberi con l’arma in mano che è una minaccia perenne per la vita dei cittadini; se non cade sopra di essi tutto il peso della legge, per codardia o perchè ve lo impediscono, e non rinunciano in pieno tutti i giudici, io avrò pietà della vostra dignità e compassione per la macchia senza precedenti che cadra’ sopra il Potere Giuridico.

In quanto a me so che il carcere sarà duro come non lo è mai stato per nessuno, pieno di minacce, di vile e codardo rancore, ma non lo temo, così come non temo la furia del tiranno miserabile che ha preso la vita a settanta fratelli miei.

Condannatemi, non importa, la storia mi assolverà.

Fidel Castro, 16 ottobre 1953

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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