Mali, cronaca del colpo di stato contro Ibrahim Boubacar Keïta

Le dimissioni del presidente maliano in seguito ad un colpo di stato militare hanno consegnato il potere nelle mani di un Comitato presieduto dal colonnello Assimi Goita. Tanti dubbi piombano sul futuro del Paese africano, nel quale è forte la presenza militare francese.

Il colpo di stato in Mali ha avuto inizio martedì 17 agosto, quando un gruppo di uomini non identificati delle forze armate ha dato vita ad una rivolta nella base di Kati, a nord-ovest della capitale Bamako. I media internazionali hanno subito riportato scene di confusione nella capitale, con la maggior parte degli uffici governativi, delle banche e dei negozi che sono stati chiusi. Le agenzie di stampa hanno pubblicato le prime voci secondo le quali i militari ribelli avrebbero arrestato diversi ministri e altri funzionari di alto rango.

La prima voce ufficiale a parlare dell’accaduto è stata quella del primo ministro maliano, Boubou Cissé, che ha chiesto un dialogo con l’opposizione attraverso un comunicato: “Il governo chiede ragione e senso patriottico e chiede di mettere a tacere le armi“, ha detto Cissé, che nel giro di poco tempo è stato imprigionato insieme al presidente Ibrahim Boubacar Keïta, noto come IBK, da parte dei soldati fautori del colpo di stato. Nel messaggio ufficiale, diffuso dal primo ministro prima del suo arresto, si afferma ancora che “anche il governo invita alla pacificazione ed è disponibile a impegnarsi in un dialogo fraterno per eliminare ogni malinteso“.

Il colpo di stato è infatti intervenuto in un momento di forte tensione all’interno del Paese africano, attraversato da grandi manifestazioni di protesta organizzate in particolare dal Mouvement du 5 Juin – Rassemblement des Forces Patriotiques (M5-RFP), al fine di chiedere le dimissioni del presidente IBK.

Subito dopo la diffusione della notizia dell’arresto del presidente e del primo ministro maliani, il presidente della Commissione dell’Unione Africana, il ciadiano Moussa Faki Mahamat, ha condannato il colpo di stato, chiedendo l’immediato rilascio di tutti i membri del governo detenuti dai militari golpisti. Attraverso un comunicato ufficiale diffuso sul social network Twitter, il rappresentante dell’ente continentale ha invitato i responsabili dell’attuale crisi politica in Mali a smettere di ricorrere alla violenza e, allo stesso tempo, a rispettare le istituzioni repubblicane: “Condanno fermamente ogni tentativo di cambiamento incostituzionale e invito gli ammutinati a smettere di ricorrere alla violenza e di rispettare le istituzioni repubblicane“, ha scritto Mahamat sul suo account. Mahamat ha inoltre chiesto alla Comunità degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao), alle Nazioni Unite e all’intera comunità internazionale di compiere sforzi congiunti per porre fine alla situazione destabilizzante del sistema politico maliano.

In seguito all’avvenuto colpo di stato, il presidente IBK ha dato un discorso in diretta televisiva nazionale, nel quale ha annunciato le proprie dimissioni e lo scioglimento del parlamento. “Non voglio che venga versato sangue per mantenermi al potere“, ha detto il capo di stato. Allo stesso tempo, la Cedeao si è offerta come mediatore per chiedere il rilascio dell’ex presidente e degli altri membri del governo.

Mercoledì 18 agosto, i militari golpisti hanno annunciato la creazione di un “Comitato nazionale per la salvezza del popolo” (CNSP) e hanno promesso di indire elezioni in tempi ragionevoli nel Paese dell’Africa nord-occidentale: “Noi, forze patriottiche raggruppate all’interno del Comitato nazionale per la salvezza del popolo, abbiamo deciso di assumerci le nostre responsabilità davanti al popolo e alla storia“, ha dichiarato alla televisione pubblica ORTM il portavoce dei militari, il maggiore colonnello Ismaël Wagué.

Nella sua dichiarazione, Wagué ha assicurato che tutti gli accordi internazionali stipulati in precedenza dal Mali saranno rispettati, facendo riferimento in particolare al trattato di pace del 2015 che ha gettato le basi per la riconciliazione nazionale, sebbene non sia servito a porre fine alla violenza interna al Paese. Il maggiore colonnello ha poi invitato “la società civile e le forze politiche e sociali” a unirsi a loro nel “creare insieme le condizioni per una transizione politica civile che porti a elezioni credibili“, sebbene non abbia fornito alcuna scadenza per la sua permanenza al potere.

Ismael Wagué poi fatto appello alla Minusma (la missione ONU in Mali), alla forza della missione Berkhane (dispiegata dalla Francia, con la partecipazione di altri Paesi fra i quali l’Italia) e all’alleanza G5 (l’alleanza militare del Mali con Mauritania, Niger, Burkina Faso e Ciad), considerandoli come partner per lo svolgimento di questo processo di transizione verso le elezioni.

La presidenza del Comitato nazionale per la salvezza del popolo è stata assunta da Assimi Goita, colonnello noto per aver combattuto contro le forze jihadiste nel centro del Paese. Oltre a Goita e Wagué, gli altri leader della rivolta militare sono Malick Diaw e Sadio Camara. La carica di presidente del CNSP e le precedenti dimissioni da parte del presidente Ibrahim Boubacar Keïta fanno di Goita l’attuale capo di stato de facto del Mali.

Nella stessa giornata di mercoledì, l’Unione Africana ha domandato nuovamente il rilascio del presidente e degli altri membri del governo, e ha chiesto l’apertura di un processo di dialogo con i militari ribelli. Le dichiarazioni sono arrivate dalla voce di Cyril Ramaphosa, presidente sudafricano che, oltre a condannare la ribellione militare, ha chiesto la fine di quello che ha definito un “cambiamento incostituzionale“. Ramaphosa, che dal febbraio di quest’anno occupa anche la presidenza di turno dell’UA, ha chiesto “l’immediato ritorno a un regime civile” e “il ritorno dei militari in caserma“; e per renderlo possibile, ha esortato tutte le parti a “rispettare lo stato di diritto e ad avviare un dialogo pacifico” per risolvere la crisi attuale. Il presidente sudafricano infine chiesto “all’intera comunità internazionale” di aderire all’appello dell’Unione Africana e di respingere ogni possibile cambiamento a Bamako e di ottenere il ripristino di un’amministrazione “civile e democratica” in Mali.

Sulla questione sono intervenuti anche gli esponenti del M5-RFP, la principale forza politica di opposizione al governo dimissionario. La dichiarazione pubblicata dal movimento afferma la volontà di dialogare con il CNSP creato dai militari al fine di avviare una “transizione politica civile“. Il M5-RFP ha ribadito che promuoverà tutte le iniziative a favore di “una road map il cui contenuto sarà concordato con il CNSP e tutte le forze del Paese“. Da parte sua, il presidente del Comitato strategico della coalizione di opposizione, Choguel Maïga, ha sottolineato questo venerdì le forze dell’opposizione celebreranno la vittoria del popolo del Mali con una manifestazione “patriottica” a Bamako e in altre città del Paese.

Il colpo di stato pone dunque fine a quasi sette anni di presidenza sotto IBK, la cui ascesa era stata favorita dall’intervento militare francese nel Paese. Il capo di stato aveva ottenuto un nuovo mandato nel 2018, ma le elezioni legislative dello scorso aprile erano state disertate a causa della paura per il coronavirus e delle violenze dei gruppo jihadisti. Difficile, a questo punto, prevedere il futuro prossimo del Paese africano senza sapere le vere intenzioni dei militari che hanno preso il potere. L’appello alla missione militare francese da parte del CNSP, corroborata dalla confermata validità degli accordi internazionali stipulati da Bamako, sembra indicare che l’obiettivo dei fautori del colpo di stato non sia quello di affrancare il Mali dal neocolonialismo francese, e potrebbe risolversi in un mero passaggio di consegne mantenendo di fatto lo status quo.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora.

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