Mao Zedong: “O la concezione proletaria del mondo o la concezione borghese” (1957)

In occasione dell’anniversario della morte del leader rivoluzionario cinese (9 settembre 1976), vi proponiamo un discorso pronunciato da Mao Zedong nel marzo del 1957 alla Conferenza nazionale del Partito Comunista Cinese sul lavoro di propaganda.

Compagni! La nostra conferenza è andata veramente bene. Numerosi sono stati i problemi sollevati durante il suo svolgimento, e questo ci ha permesso di imparare molte cose. Vorrei ora esporre alcune opinioni sui problemi che avete discusso.

Viviamo un periodo di grandi cambiamenti sociali. La società cinese si trova da lungo tempo in un periodo di grandi cambiamenti. La Guerra di resistenza contro il Giappone fu uno di questi periodi, e così la Guerra di liberazione. Ma i cambiamenti che si producono oggi sono, per il loro carattere, molto più profondi dei precedenti. Noi stiamo edificando il socialismo. Centinaia di milioni di persone prendono parte al movimento di trasformazione socialista. I rapporti tra le diverse classi cambiano in tutto il paese. La piccola borghesia nell’agricoltura e nell’artigianato e la borghesia nell’industria e nel commercio hanno subito delle trasformazioni. Il sistema economico sociale è cambiato, l’economia individuale si è trasformata in economia collettiva, la proprietà privata capitalista sta diventando proprietà sociale, socialista. è naturale che cambiamenti così importanti si riflettano nel pensiero degli uomini. L’essere sociale determina la coscienza. A questi grandi cambiamenti del sistema sociale la gente reagisce in modo differente, secondo le classi, gli strati e i gruppi sociali di appartenenza. Le larghe masse popolari li applaudono con ardore, perché la vita pratica ha dimostrato che il socialismo è l’unica soluzione possibile per la Cina. Rovesciare il vecchio regime sociale e instaurare un nuovo sistema, il sistema socialista, questa è una lotta grandiosa, un grande mutamento nel sistema sociale e nei rapporti fra gli uomini. La situazione è fondamentalmente sana, questo bisogna ammetterlo. Ma il nuovo sistema sociale è stato appena instaurato e ha ancora bisogno di un periodo di consolidamento. Non si deve pensare che il nuovo sistema possa essere completamente consolidato una volta instaurato; ciò è impossibile. Deve essere consolidato gradualmente. Per raggiungere il suo consolidamento definitivo, è necessario non solo realizzare l’industrializzazione socialista del paese e perseverare nella rivoluzione socialista sul fronte economico, ma è anche necessario sui fronti politico e ideologico condurre costanti e ardue lotte rivoluzionarie socialiste e perseverare nell’educazione socialista. è necessario inoltre che contribuiscano vari fattori internazionali. Nel nostro paese, la lotta per il consolidamento del sistema socialista, la lotta che deciderà la vittoria del socialismo o del capitalismo, si protrarrà ancora per un periodo storico molto lungo. Ma dobbiamo tutti renderci conto che il nuovo sistema socialista non potrà non consolidarsi. Noi possiamo con certezza costruire un paese socialista dotato di un’industria, di un’agricoltura, di una scienza e di una cultura moderne. è questo il primo punto che desideravo trattare.

Secondo, la situazione degli intellettuali nel nostro paese. Non abbiamo ancora delle statistiche precise sul numero degli intellettuali cinesi. Alcuni valutano che gli intellettuali delle diverse categorie, intellettuali in generale e intellettuali di alto livello, siano all’incirca cinque milioni. Per la grande maggioranza sono dei patrioti, amano la Repubblica popolare cinese e sono printi a servire il popolo e lo Stato socialista. Una minoranza non è molto favorevole al sistema socialista e non ne è soddisfatta. è ancora scettica nei riguardi del socialismo, ma di fronte all’imperialismo è patriottica. Il numero degli intellettuali ostili al nostro Stato è molto limitato. è gente che non ama il nostro Stato fondato sulla dittatura del proletariato; è gente che rimpiange la vecchia società. Alla minima occasione, fomenta disordini, cerca di rovesciare il Partito comunista e di restaurare il vecchio regime. Tra la via del proletariato e quella della borghesia, tra la via del socialismo e quella del capitalismo, si ostina a voler seguire la seconda. In realtà, poiché questa è impraticabile, è pronta a capitolare davanti all’imperialismo, al feudalesimo e al capitalismo burocratico. Gente come questa se ne incontra negli ambienti della politica, dell’industria, del commercio, della cultura e dell’insegnamento come anche negli ambienti scientifici, tecnici e religiosi ed è oltremodo reazionaria. Costituisce solo l’uno, il due o il tre per cento su circa cinque milioni di intellettuali. La grande maggioranza degli intellettuali, cioè più del 90 per cento, sostiene in diversa misura il sistema socialista. Tra essi sono numerosi coloro che non si sono ancora resi perfettamente conto di come lavorare in uno Stato socialista, come arrivare a comprendere tanti nuovi problemi, come trattarli e come risolverli.

Per quel che riguarda l’atteggiamento verso il marxismo dei cinque milioni di intellettuali, penso si possa dire che più del dieci per cento, compresi i membri e i simpatizzanti del Partito, hanno una certa familiarità con esso e si trovano su salde posizioni, su posizioni proletarie. Non sono che una minoranza, ma costituiscono il nucleo dei cinque milioni di intellettuali e rappresentano una forza poderosa. La maggioranza vuole studiare il marxismo, lo ha anche studiato un po’, ma non lo conosce a fondo. Alcuni hanno ancora dei dubbi, la loro posizione non è salda, e appena scoppia una tempesta barcollano ora a destra, ora a sinistra. Gli appartenenti a questa categoria, la maggioranza quindi dei cinque milioni di intellettuali, si trovano ancora in uno stato intermedio. Coloro che si oppongono risolutamente al marxismo, che gli sono ostili, costituiscono una esigua minoranza. Certuni, anche se non manifestano apertamente il loro dissenso, in realtà non sono favorevoli al marxismo. Di gente come questa ne continuerà a esistere ancora per lungo tempo, e dobbiamo permettere loro di essere in disaccordo. Alcuni idealisti, ad esempio, possono approvare il sistema politico ed economico socialista senza essere d’accordo con la concezione marxista del mondo. Lo stesso accade con i patrioti negli ambienti religiosi. Essi sono teisti, noi siamo atei. Non possiamo costringerli ad accettare la concezione marxista del mondo. In breve, si può dire che l’atteggiamento di questi cinque milioni di intellettuali nei confronti del marxismo è il seguente: quelli che lo approvano e lo conoscono relativamente bene sono una minoranza; una minoranza sono anche quelli che vi si oppongono; la maggioranza lo approva, ma non lo conosce a fondo, e questa approvazione comporta vari gradi. Esistono tre posizioni: risoluta, oscillante e ostile. Dobbiamo riconoscere che questa situazione si protrarrà ancora a lungo. Se non ammettiamo l’esistenza di questa situazione, potremmo diventare eccessivamente esigenti verso gli altri e assegnare a noi stessi compiti troppo modesti. Il compito dei nostri compagni che svolgono il lavoro di propaganda è diffondere il marxismo. è un lavoro che va fatto a gradi e in modo efficace perché la gente lo possa accettare volentieri. Non si può far accettare il marxismo con la forza, ma solo con la persuasione. Sarà un bene se nel corso dei prossimi piani quinquennali un numero relativamente alto di intellettuali accetterà il marxismo e, attraverso la pratica del lavoro, della vita, attraverso la pratica della lotta di classe, della produzione, della scienza, riuscirà a capirlo un po’ meglio. è quello che speriamo.

Terzo, problema della rieducazione degli intellettuali. La Cina è, dal punto di vista culturale, un paese sottosviluppato. Cinque milioni di intellettuali in un paese grande come il nostro sono veramente pochi. Senza gli intellettuali non possiamo portare avanti bene il lavoro, perciò dobbiamo fare del nostro meglio per unirli a noi. La società socialista comprende principalmente tre categorie di persone: gli operai, i contadini e gli intellettuali. Gli intellettuali compiono un lavoro cerebrale. La loro attività è al servizio del popolo, al servizio cioè degli operai e dei contadini. Nella loro maggioranza, essi possono servire la nuova Cina, così come hanno potuto servire la vecchia Cina, possono servire il proletariato, così come hanno potuto servire la borghesia. Quando erano al servizio della vecchia Cina, l’ala sinistra degli intellettuali opponeva resistenza, il centro oscillava e solo l’ala destra era risoluta. Ora che sono al servizio della nuova società, il ruolo si è invertito. L’ala sinistra è risoluta, il centro oscilla (le oscillazioni nella nuova società sono differenti da quelle del passato) e l’ala destra oppone resistenza. Gli intellettuali sono anche degli educatori. La nostra stampa educa quotidianamente il popolo. I nostri scrittori e artisti, scienziati e tecnici, professori e maestri, contribuiscono tutti all’istruzione del popolo, alla formazione degli studenti. Dato che sono degli educatori, dei maestri, hanno il dovere di essere i primi ad educarsi. E a maggior ragione questo deve avvenire in un periodo di grandi cambiamenti nel sistema sociale. In questi ultimi anni essi hanno ricevuto una certa educazione marxista; alcuni hanno studiato con accanimento, facendo grandi progressi. Ma la maggioranza ha ancora molta strada da percorrere prima di poter rimpiazzare completamente la concezione borghese del mondo con la concezione proletaria. Alcuni hanno letto qualche opera marxista e si ritengono molto sapienti, ma quel che hanno letto non è penetrato, non ha messo radici nella loro mente, perciò non sanno come servirsene e i loro sentimenti di classe restano inviariati. Altri sono molto presuntuosi e, avendo imparato alcune frasi libresche, si credono straordinari e si gonfiano d’orgoglio; ma quando si scatena una tempesta, assumono una posizione molto diversa da quella degli operai e della maggioranza dei contadini. Essi tentennano mentre gli operai e i contadini restano saldi, giocano sull’equivoco mentre questi mantengono una posizione netta. Commette un errore chi ritiene che coloro che insegnano non hanno più bisogno di essere educati, di studiare, che la rieducazione socialista consiste solo nel rieducare gli altri, nel rieducare i proprietari fondiari, i capitalisti e i produttori individuali, e non gli intellettuali. Anche questi hanno bisogno di essere rieducati, non solo coloro le cui posizioni fondamentali non sono ancora cambiate; tutti devono studiare, tutti devono rieducarsi. Dico tutti, anche noi. Le condizioni cambiano di continuo ed è necessario studiare perché il nostro pensiero si adatti alle nuove condizioni. Anche coloro che hanno una comprensione abbastanza buona del marxismo e sono relativamente saldi nella loro posizione proletaria devono continuare a imparare, assorbire quanto c’è di nuovo e studiare i nuovi problemi. Se non si liberano di quanto vi è di malsano nella loro mente, gli intellettuali non potranno assumersi il compito di educare gli altri. Ciò che possiamo fare è evidentemente studiare e al tempo stesso insegnare, essere alunni e al tempo stesso insegnanti. Per essere un buon insegnante, bisogna essere prima un bravo studente. Molte cose non si studiano solo sui libri, bisogna impararle da coloro che sono impegnati nella produzione, dagli operai, dai contadini poveri e dai contadini medi dello strato inferiore; nelle scuole bisogna imparare dagli studenti, da quelli che sono l’oggetto del nostro insegnamento. A mio avviso, la maggioranza degli intellettuali vogliono imparare. Nostro compito è aiutarli con affetto e con i mezzi appropriati, basandoci sul loro desiderio di studiare; non dobbiamo ricorrere ai metodi coercitivi.

Quarto, problema dell’integrazione degli intellettuali con le masse degli operai e dei contadini. Dato che devono servire le masse degli operai e dei contadini, gli intellettuali devono anzitutto capire queste masse, conoscerne bene la vita, il lavoro, le idee. Noi raccomandiamo agli intellettuali di andare fra le masse, nelle fabbriche e nelle campagne. Sarebbe veramente un male se in vita loro non incontrassero mai un operaio o un contadino. I lavoratori dei nostri organismi statali, gli scrittori, gli artisti, gli insegnanti, i ricercatori scientifici, devono tutti, nella misura del possibile, approfittare di ogni occasione per accostarsi agli operai e ai contadini. C’è della gente che può andare in una fabbrica o in un villaggio per dare un’occhiata in giro; questo si chiama “guardare i fiori restando a cavallo”, il che è sempre meglio che non andarci affatto e non vedere nulla. Altri possono vivere più mesi in una fabbrica o in un villaggio per condurvi inchieste e stringere amicizie; questo significa “scendere da cavallo per guardare i fiori”. Altri ancora vi possono restare a lungo, due o tre anni ad esempio, o ancora più, e questo si chiama “stabilirsi” in un posto. Alcuni intellettuali vivono già tra gli operai e i contadini; i tecnici dell’industria, ad esempio, sono già nelle fabbriche, i tecnici agrari e i maestri delle scuole rurali sono già nelle campagne. Essi devono lavorare bene, devono integrarsi con gli operai e i contadini. Dobbiamo creare un’atmosfera per cui familiarizzare con le masse operaie e contadine diventi un’abitudine; in altre parole, occorre che un gran numero di intellettuali agisca così. Evidentemente non tutti possono recarsi nelle fabbriche e nelle campagne, vi è chi, per una ragione o per un’altra, non può andarci, ma noi speriamo che ci vada il maggior numero possibile di persone. Inoltre non possono andarci tutti in una volta, ma a gruppi scaglionati nel tempo. Già una volta, nel periodo in cui eravamo a Yenan, demmo agli intellettuali la possibilità di entrare in contatto diretto con gli operai e i contadini. A quell’epoca molti di loro avevano nella mente una grande confusione e ogni sorta di idee bizzarre. Tenemmo una riunione per persuaderli ad andare fra le masse. Molti vi andarono, ottenendo ottimi risultati. Se la conoscenza che gli intellettuali acquisiscono dai libri non è connessa con la pratica, non è completa, e potrebbe anche essere assolutamente incompleta. è principalmente dai libri che gli intellettuali apprendono le esperienze dei predecessori. Studiare sui libri è senza dubbio indispensabile, ma questo non basta per risolvere i problemi. Bisogna assolutamente studiare la situazione del momento, l’esperienza pratica, i dati reali e stringere legami di amicizia con gli operai e i contadini. Farsi degli amici tra di loro non è facile. Anche ora, fra coloro che vanno nelle fabbriche e nelle campagne, vi è chi ottiene buoni risultati e chi no. Si tratta di una questione di posizione o di atteggiamento, cioè di una questione di concezione del mondo. Noi sosteniamo il principio “che cento scuole contendano”, e pensiamo che possano esistere in ogni ramo dello scibile numerose correnti, numerose scuole; ma riguardo alla concezione del mondo, nel momento attuale non ci sono in fondo che due “scuole”, quella del proletariato e quella della borghesia: o la concezione proletaria del mondo o la concezione borghese. La concezione comunista del mondo è quella del proletariato e non di una qualsiasi altra classe. La maggior parte dei nostri intellettuali proviene dalla vecchia società, da famiglie che non appartengono alle classi lavoratrici. Certuni, anche se di origine operaia o contadina, sono ancora degli intellettuali borghesi, perché l’educazione ricevuta prima della Liberazione era quella della borghesia e la loro concezione del mondo resta fondamentalmente borghese. Se non gettano via il vecchio e adottano la concezione proletaria del mondo, i loro punti di vista, le loro posizioni, i loro sentimenti differiranno da quelli degli operai e dei contadini, ci sarà incompatibilità, e gli operai e i contadini non parleranno a cuore aperto con loro. Gli intellettuali potranno assimilare il marxismo appreso nei libri solo integrandosi con gli operai e i contadini e divenendo loro amici. Per impadronirsi veramente del marxismo non basta studiarlo sui libri. è necessario soprattutto impararlo attraverso la lotta di classe, il lavoro pratico e lo stretto contatto con le masse operaie e contadine. Parleremo tutti lo stesso linguaggio, non solo il linguaggio comune del patriottismo e del sistema socialista, ma probabilmente anche il linguaggio comune della concezione comunista del mondo, quando i nostri intellettuali, oltre ad aver letto alcune opere marxiste, saranno giunti a una certa comprensione del marxismo mediante lo stretto contatto con le masse operaie e contadine e il lavoro pratico. Se questo succederà, non c’è dubbio che lavoreremo tutti molto meglio.

Quinto, la rettifica. Si tratta della rettifica del nostro modo di pensare e del nostro stile di lavoro. Sono stati intrapresi dei movimenti di rettifica all’interno del Partito comunista durante la Guerra di resistenza contro il Giappone, nel corso della Guerra di liberazione e poco dopo la fondazione della Repubblica popolare cinese. Il Comitato centrale del Partito comunista ha deciso che quest’anno si darà l’avvio ad un movimento di rettifica all’interno del Partito. Chi è al di fuori del Partito potrà parteciparvi liberamente, chi non lo desidera potrà non parteciparvi. In questo movimento di rettifica occorrerà criticare principalmente i diversi errori manifestatisi nel modo di pensare e nello stile di lavoro, ossia il soggettivismo, il burocratismo e il settarismo. Come per il movimento di rettifica tenuto durante la Guerra di resistenza contro il Giappone, il metodo consisterà innanzi tutto nello studio di alcuni documenti e poi, sulla base di questo studio, ognuno esaminerà la propria ideologia, il proprio lavoro e farà la critica e l’autocritica per denunciare le insufficienze e gli errori e sviluppare tutto ciò che è buono e giusto. Occorre, da un lato, la massima severità per condurre con coscienza, e non pro forma, la critica e l’autocritica degli errori e delle insufficienze, e correggere tali errori e insufficienze; dall’altro lato bisogna essere calmi e sereni, bisogna “imparare dagli errori passati per evitare quelli futuri” e “curare la malattia per salvare il paziente”; ci opponiamo al metodo di “abbattere la gente con una randellata”.

Il nostro è un grande e glorioso Partito, un Partito che segue una politica giusta. Questo lo dobbiamo affermare come un dato di fatto. Ma dobbiamo riconoscere di aver ancora delle insufficienze. Non dobbiamo approvare tutto, ma solo ciò che è giusto; nello stesso tempo non dobbiamo disapprovare tutto, ma solo ciò che è errato. Nel nostro lavoro i risultati sono per noi essenziali, ma non mancano gli errori e le insufficienze. è per questo che dobbiamo intraprendere un movimento di rettifica. Sottoporremo a critica il nostro soggettivismo, il burocratismo e il settarismo; ma ciò non potrà nuocere al prestigio del Partito? Non credo. Potrà al contrario aumentarlo. Il movimento di rettifica condotto nel periodo della Guerra di resistenza contro il Giappone ne è una prova. Esso accrebbe il prestigio del Partito, dei compagni, dei vecchi quadri; permise anche ai nuovi quadri di fare grandi progressi. Quale dei due partiti, il Partito comunista o il Kuomintang, temava le critiche? Il Kuomintang. Esso proibiva la critica, e questo non l’ha salvato dalla sconfitta. Noi del Partito comunista non temiamo la critica perché siamo marxisti, la verità sta dalla nostra parte e la base delle masse – gli operai e i contadini – sta dalla nostra parte. Il movimento di rettifica è, come noi lo definivamo, un “vasto movimento d’educazione marxista”. è in effetti lo studio, in tutto il Partito, del marxismo attraverso la critica e l’autocritica. Nel corso di questo movimento approfondiremo certamente la nostra conoscenza del marxismo.

La trasformazione e l’edificazione della Cina dipendono dalla nostra direzione. Quando avremo rettificato il nostro stile di lavoro, potremo godere di maggiore iniziativa nel lavoro, potremo aumentare le nostre capacità e lavorare meglio. Il nostro paese ha bisogno di persone che siano sinceramente al servizio del popolo, sinceramente al servizio della causa socialista, ha bisogno di persone decise ad attuare le riforme. Noi comunisti dobbiamo essere tutti così. Un tempo, nella vecchia Cina, parlare di riforme era un delitto che comportava il taglio della testa o la reclusione. Nonostante ciò, vi erano persone decise ad attuare le riforme; non avevano paura di niente, pubblicavano libri e giornali, educavano ed organizzavano il popolo, conducevano una lotta implacabile in condizioni estremamente difficili. La dittatura democratica popolare ha aperto al nostro paese la via verso un rapido sviluppo dell’economia e della cultura. Sono passati solo pochi anni da quando il nostro potere politico è stato stabilito, ma si può già notare una situazione rigogliosa, senza precedenti, in campo economico, culturale, educativo e scientifico. Per raggiungere l’obiettivo, l’edificazione di una nuova Cina, noi comunisti non indietreggeremo di fronte a nessuna difficoltà. Ma non basta fare affidamento sulle nostre forze. Abbiamo bisogno di un gran numero di persone fuori del Partito che siano animate da buona volontà e possano condurre con noi una lotta intrepida per la trasformazione e l’edificazione della nostra società in direzione del socialismo e del comunismo. è un compito arduo assicurare una vita migliore a centinaia di milioni di Cinesi, trasformare il nostro paese economicamente e culturalmente arretrato in un paese prospero, potente e con un alto livello culturale. Ed è precisamente per poterci assumere questo compito con maggiore competenza e meglio lavorare con tutti coloro, al di fuori del Partito, animati da buona volontà e decisi ad attuare riforme, che dobbiamo, ora come nel futuro, intraprendere movimenti di rettifica e liberarci costantemente di tutto ciò che è erroneo. I materialisti coerenti sono uomini senza paura. Ci auguriamo che tutti i nostri compagni di lotta si assumano coraggiosamente le loro responsabilità, superino le difficoltà, non temano rovesci o sarcasmi, né esitino a criticare noi comunisti e a darci i loro suggerimenti. “Chi non ha paura di morire di mille ferite, osa disarcionare l’imperatore” – questo è l’indomabile spirito necessario nella nostra lotta per il socialismo e il comunismo. Quanto a noi comunisti, dobbiamo creare condizioni favorevoli a coloro che collaborano con noi, instaurare nel lavoro comune buoni rapporti, rapporti da compagni e unirci ad essi per lottare insieme.

Sesto, problema dell’unilateralità. Essere unilaterali significa pensare in termini di assoluto, cioè esaminare un problema in modo metafisico. Nel giudicare il nostro lavoro, considerare tutto positivo o tutto negativo significa essere unilaterali. Attualmente nel Partito comunista ci sono ancora non poche persone che esaminano in questo modo i problemi, e molte ce ne sono anche fuori del Partito. Considerare tutto positivo significa vedere soltanto i lati buoni e non quelli cattivi e accettare solo gli elogi e non le critiche. Dire che il nostro lavoro va bene sotto tutti gli aspetti, non corrisponde alla realtà. Non è vero che tutto va bene, ci sono ancora difetti ed errori. Ma non è nemmeno vero che tutto va male, neanche questo corrisponde alla realtà. Un’analisi è quindi necessaria. Condannare tutto significa pensare, senza aver effettuato alcuna analisi, che nulla è stato fatto bene e che il grande lavoro dell’edificazione socialista, la grande lotta alla quale partecipano centinaia di milioni di persone, è un completo fallimento, senza niente di meritevole. Benché esista una differenza fra i numerosi sostenitori di queste vedute e gli elementi ostili al sistema socialista, tali vedute sono completamente errate ed estremamente nocive, e possono solo scoraggiare la gente. è errato giudicare il nostro lavoro tutto positivo o tutto negativo. Bisogna esporre alla critica coloro che esaminano un problema in modo unilaterale; naturalmente, nel farlo, è necessario aiutarli seguendo il principio di “imparare dagli errori passati per evitare quelli futuri” e “curare la malattia per salvare il paziente”.

Alcuni dicono: dato che si tratta di un movimento di rettifica e che si chiede a tutti di esprimere la propria opinione, è inevitabile che sorgano vedute unilaterali; chiedere di superarle potrebbe sembrare che non si voglia permettere alla gente di esprimersi. è giusta questa affermazione? è naturalmente difficile pretendere che non si abbia un punto di vista unilaterale. è sempre partendo dalle proprie esperienze che una persona esamina e tratta i problemi ed esprime le sue opinioni; a volte è quindi difficile evitare di essere unilaterali. Ma si può pretendere il superamento progressivo dell’unilateralità e un esame più completo dei problemi? Penso di sì, altrimenti, se non esigiamo che aumenti di giorno in giorno, di anno in anno, il numero di coloro che riescono a esaminare i problemi in modo abbastanza completo, non andremo avanti e avremo implicitamente approvato l’unilateralità, il che sarà assolutamente contrario agli scopi cui tende il movimento di rettifica. Essere unilaterali significa violare la dialettica. Vogliamo che la dialettica si diffonda progressivamente, che a poco a poco tutti imparino ad usare questo metodo scientifico. Attualmente alcuni nostri articoli sono estremamente pomposi, senza sostanza, privi di analisi, poveri di argomentazioni e senza forza di persuasione. Occorre che questo genere di articoli diminuisca gradualmente. Quando si scrive un articolo, non si deve pensare in continuazione: “Come sono bravo!”, ma ci si deve porre su un piano di perfetta identità con il lettore. Anche se è da tempo che partecipate alla rivoluzione, le cose sbagliate che dite saranno confutate. Più vi darete delle arie, più la gente non si curerà di ciò che dite e meno vorrà leggere i vostri articoli. Dobbiamo fare il nostro lavoro con onestà, dobbiamo fare un’analisi concreta delle cose, scrivere articoli che abbiano forza di persuasione e non darci arie di superiorità per intimidire la gente.

Alcuni ritengono che si possa evitare l’unilateralità nei lunghi articoli, ma non nei brevi saggi. I saggi comportano necessariamente l’unilateralità? Come ho detto in precedenza, i punti di vista unilaterali sono difficili da evitare, ma in una certa misura non sono poi gravi. Esigere che tutti considerino i problemi nel loro complesso può ostacolare lo sviluppo della critica. Ma noi chiediamo che ci si sforzi di acquistare una visione relativamente completa dei problemi e che si eviti quanto più possibile di essere unilaterali negli articoli, lunghi o corti che siano, saggi compresi. Alcuni chiedono come si possa fare un’analisi con un saggio di qualche centinaio, o di uno o duemila caratteri. Perché non lo si potrebbe? Lu Hsun non l’ha fatto? Il metodo analitico è il metodo dialettico. Per analisi, intendiamo l’analisi delle contraddizioni insite nelle cose. E un’analisi esatta è impossibile senza una profonda conoscenza della vita e senza una vera comprensione delle contraddizioni in questione. I saggi scritti da Lu Hsun nell’ultimo periodo della sua vita, sono i più profondi e vigorosi, non hanno nulla di unilaterale poiché a quell’epoca egli era già padrone della dialettica. Anche alcuni scritti di Lenin possono essere considerati dei saggi; essi sono satirici e mordaci, ma non hanno nulla di unilaterale. Quasi tutti i saggi di Lu Hsun erano diretti contro il nemico, i saggi di Lenin erano diretti parte contro il nemico, parte ai compagni. Il genere di saggi di Lu Hsun può essere usato per combattere gli errori e le insufficienze del popolo? Penso di sì. Dobbiamo fare una distinzione tra il nemico e noi e non assumere una posizione antagonistica verso i compagni e trattarli come nemici. Nel parlare bisogna essere animati da un ardente desiderio di difendere la causa del popolo ed elevare la sua coscienza politica; nel fare questo, non bisogna mettere in ridicolo o attaccare gli altri.

Cosa fare se non si ha il coraggio di scrivere? Alcuni dicono che non osano scrivere, anche quando hanno qualcosa da dire, per paura di offendere la gente e di essere criticati. Credo che questa preoccupazione debba essere eliminata. Il nostro è un regime democratico popolare e ciò crea le condizioni favorevoli a scrivere per il popolo. La politica “che cento fiori sboccino e cento scuole contendano” offre nuove garanzie per lo sviluppo della scienza e dell’arte. Se ciò che scrivete è giusto, non dovete avere alcun timore della critica, e attraverso la discussione potrete meglio mettere in luce l’esattezza delle vostre opinioni. Se scrivete delle cose errate, la critica vi aiuterà a correggerle, e questo è tutt’altro che negativo. Nella nostra società la critica e la controcritica, combattive e rivoluzionarie, sono un buon metodo per scoprire e risolvere le contraddizioni, per sviluppare la scienza e l’arte e condurre felicemente a termine il nostro lavoro in qualsiasi campo.

Settimo, “apertura” o “chiusura”? Questo è un problema di indirizzo politico. “Che cento fiori sboccino e cento scuole contendano” è una linea politica fondamentale e a lunga scadenza, non una linea politica temporanea. Nel corso della discussione i compagni hanno disapprovato la “chiusura”, e, secondo me, hanno ragione. Il Comitato centrale è dell’opinione che bisogna “aprire”, non “chiudere”.

Per dirigere il nostro paese si possono adottare due metodi o due linee politiche diverse: si tratta appunto di “aprire” o “chiudere”. “Aprire” significa permettere a tutti di esprimere la propria opinione, cosicché la gente abbia il coraggio di parlare, di criticare e di discutere; significa non aver timore delle vedute sbagliate, né delle cose velenose; significa sviluppare la polemica e la critica tra coloro che sostengono differenti opinioni e permettere la libertà di critica e la libertà di criticare chi critica; significa adoperare, di fronte alle opinioni erronee, non il metodo della coercizione, ma quello della persuasione, del ragionamento. “Chiudere” vuol dire non permettere alla gente di esprimere opinioni diverse né pareri sbagliati; vuol dire “abbattere con una randellata” chi le esprime. Questo non è un metodo per risolvere le contraddizioni, ma per aggravarle. “Apertura” o “chiusura” – bisogna scegliere tra questi due indirizzi politici. Adotteremo il primo, perché esso contribuisce a consolidare il nostro paese e a sviluppare la cultura.

Ci apprestiamo ad usare questa linea politica per unire milioni di intellettuali e trasformare il loro modo di vedere le cose. Come ho già detto, la grande maggioranza dei nostri intellettuali desidera progredire, vuole e può essere rieducata. La politica che adottiamo ha un ruolo molto importante. Il problema degli intellettuali è anzitutto un problema ideologico; di fronte ai problemi ideologici è estremamente dannoso ricorrere alla coercizione e alla brutalità. La rieducazione degli intellettuali, in particolare la trasformazione della loro concezione del mondo, dovrà passare attraverso un processo che esigerà molto tempo. I nostri compagni devono capire che la rieducazione ideologica richiede un lavoro lungo, paziente e accurato; non devono pensare di poter cambiare con qualche conferenza o qualche riunione un’ideologia formatasi nel corso dei decenni. L’unico mezzo per convincere è la persuasione, non la coercizione. La coercizione potrà assoggettare, mai convincere qualcuno. Cercare di convincere con la forza è inammissibile. Questo metodo è ammesso nei riguardi dei nemici, ma è assolutamente inammissibile nei riguardi di compagni o amici. Che fare se non si è capaci di convincere? Bisogna studiare. Dobbiamo imparare a superare tutte le idee errate tramite il dibattito e il ragionamento.

Che cento fiori sboccino” è un metodo che mira a sviluppare l’arte, “che cento scuole contendano” è un metodo che mira a sviluppare la scienza. La politica “che cento fiori sboccino e cento scuole contendano” non solo è un buon metodo per lo sviluppo della scienza e dell’arte, ma, applicata in un ambito più vasto, è anche un buon metodo per svolgere ogni lavoro. Essa ci permette di commettere meno errori. Ci sono molte cose che ignoriamo e che non possiamo quindi risolvere. Nel dibattito e nella lotta potremo comprendere queste cose e capire i metodi per risolverle. La verità si fa strada attraverso il dibattito delle diverse opinioni. Nei confronti di ciò che è velenoso, antimarxista, si può usare lo stesso metodo, perché il marxismo si sviluppa attraverso la lotta contro ciò che è antimarxista. Si tratta dello sviluppo attraverso la lotta degli opposti, dello sviluppo dialettico delle cose.
Non hanno forse gli uomini parlato sempre del vero, del buono e del bello? Gli opposti del vero, del buono e del bello sono il falso, il cattivo e il brutto. Senza il falso, il cattivo e il brutto, il vero, il buono e il bello non esisterebbero. Il vero è il contrario del falso. Nella società umana e nella natura, un tutto si divide sempre in parti; solo il contenuto e la forma variano secondo le condizioni concrete. Esisteranno sempre cose errate e brutture, ci saranno sempre degli opposti come il bene e il male, il buono e il cattivo, il bello e il brutto, così come esistono fiori fragranti e erbe velenose. Il loro rapporto è quello dell’unità e della lotta degli opposti. Senza contrasto non vi è differenziazione. Senza differenziazione e senza lotta non vi è sviluppo. Il vero si sviluppa nella lotta contro l’errato. Lo stesso avviene per il marxismo. è nella lotta contro l’ideologia borghese e piccolo-borghese che il marxismo si sviluppa. Il marxismo può svilupparsi solo nella lotta.

Siamo per la politica di “apertura”. Fino a questo momento, invece di aver fatto troppo, abbiamo fatto troppo poco. Non si deve aver paura della libera espressione delle opinioni, né temere le critiche o le erbe velenose. Il marxismo è una verità scientifica che non teme la critica, e la critica non può demolirlo. Ciò vale anche per il Partito comunista e il governo popolare. Essi non hanno paura della critica e la critica non può distruggerli. Le cose errate esisteranno sempre, ma non bisogna temerle. Negli ultimi tempi sono stati rappresentati alcuni “mostri”. Vedendoli, dei compagni si sono fortemente preoccupati. Secondo me non è grave che ve ne sia qualcuno; fra qualche decina di anni essi saranno tutti spariti dalla scena, e non si avrà più occasione di vederli, anche se lo si desidera. Dobbiamo sostenere le cose giuste e combattere quelle sbagliate, non bisogna aver paura che la gente entri in contatto con le cose sbagliate. Non risolveremo nulla se adotteremo dei provvedimenti amministrativi per proibire alla gente di entrare in contatto con fenomeni anormali o brutti, con idee erronee, o di assistere alla rappresentazione di “mostri”. Non voglio, evidentemente, incoraggiare la diffusione di questi “mostri”, dico solo che “se ce n’è qualcuno, non è poi grave”. L’esistenza di certi errori non è affatto sorprendente e non deve spaventarci, perché gli errori possono aiutare a meglio combatterli. Non dobbiamo temere neppure i venti e le tempeste. è attraverso venti e tempeste che la società umana si è sviluppata.
Nel nostro paese l’ideologia borghese e piccolo-borghese, l’ideologia antimarxista sussisteranno ancora a lungo. Da noi, il sistema socialista è nelle sue linee fondamentali instaurato. Abbiamo riportato sostanzialmente la vittoria nella trasformazione della proprietà dei mezzi di produzione, ma sul fronte politico e su quello ideologico, la vittoria non è ancora completa. Sul piano ideologico, la questione di chi vincerà nella lotta fra il proletariato e la borghesia non è ancora veramente definita. Dobbiamo ancora condurre una lunga lotta contro l’ideologia borghese e piccolo-borghese. Non comprendere ciò, rinunciare alla lotta ideologica, sarebbe un errore. Tutte le idee erronee, tutte le erbe velenose, tutti i mostri devono essere criticati, e non bisogna mai lasciare loro campo libero. Ma questa critica deve essere pienamente ragionata, deve essere analitica e convincente, e non brutale, burocratica, metafisica o dogmatica.

Da tempo, molte critiche sono state portate contro il dogmatismo. Era necessario. Ma è stata spesso trascurata la critica del revisionismo. Sia il dogmatismo che il revisionismo si oppongono al marxismo. Il marxismo deve necessariamente avanzare, svilupparsi parallelamente allo sviluppo della pratica, non può essere statico. Se rimanesse stagnante e stereotipato, non avrebbe più vita. Tuttavia non si possono violare i principi fondamentali del marxismo senza cadere nell’errore. Considerare il marxismo da un punto di vista metafisico e come qualcosa di rigido, è dogmatismo. Negare i principi fondamentali e la verità universale del marxismo, è revisionismo, cioè una forma di ideologia borghese. I revisionisti cancellano la differenza tra il socialismo e il capitalismo, tra la dittatura del proletariato e quella della borghesia. Ciò che sostengono di fatto non è la linea socialista, ma la linea capitalista. Nelle attuali circostanze, il revisionismo è ancora più nocivo del dogmatismo. Uno dei nostri compiti importanti sul fronte ideologico è attualmente quello di criticare il revisionismo.

Ottavo ed ultimo punto, i comitati di Partito di ogni provincia, municipalità e regione autonoma devono prendere in pugno la questione dell’ideologia. Alcuni compagni qui presenti desiderano che tratti questo punto. Attualmente, in molti luoghi, i comitati di Partito non hanno ancora preso in pugno la questione dell’ideologia, oppure se ne occupano troppo poco, a causa, principalmente, del molto lavoro. Ma bisogna assolutamente affrontarla. Dicendo “prendere in pugno” intendo mettere questa questione all’ordine del giorno e studiarla. Nel nostro paese, le vaste e tempestose lotte di classe condotte dalle masse in periodo rivoluzionario sono sostanzialmente terminate, ma la lotta di classe, principalmente sul fronte politico e ideologico, continua ed è ancora molto acuta. La questione dell’ideologia è ora divenuta estremamente importante. I primi segretari dei comitati di Partito di ogni località devono prendere in pugno la questione dell’ideologia, questione che può essere risolta correttamente solo dopo averla presa in considerazione e averla studiata. Bisogna tenere ovunque delle riunioni, come questa nostra conferenza di propaganda, per discutere il lavoro ideologico sul piano locale e tutte le questioni attinenti. Non devono parteciparvi solo i compagni di Partito, ma anche chi è fuori del Partito e chi ha opinioni differenti dalle nostre. L’esperienza della nostra conferenza dimostra che questo giova al buon andamento delle riunioni e non arreca nessun danno.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora.

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