Nuova Caledonia: fallisce nuovamente il referendum indipendentista

Dopo il referendum del 2018, una nuova consultazione ha respinto la proposta di indipendenza dalla Francia, anche se questa volta gli indipendentisti si sono avvicinati all’obiettivo.

A lungo contesa tra britannici e francesi, l’isola della Nuova Caledonia entrò ufficialmente a far parte dell’impero coloniale di Parigi nel 1853, venendo poi trasformata in colonia penale dal 1864 al 1904. Nonostante alcuni timidi moti per l’indipendenza, è solamente dal 1985, con l’attività politica del Front de Libération Nationale Kanak Socialiste (FLNKS), che la rivendicazione dell’indipendenza ha assunto un ruolo cruciale nella politica dell’isola principale e delle altre isole minori che si trovano sotto la sua amministrazione (l’arcipelago delle Isole della Lealtà – Maré, Lifou, Ouvéa, Tiga, Mouli e Faiava – e l’Isola dei Pini).

Sotto la guida del leader Jean-Marie Tjibaou, morto assassinato nel 1989, il FLNKS ha formulato la proposta dell’indipendenza della Nuova Caledonia con l’assunzione del nome di Kanaky, che secondo i suoi sostenitori sarebbe la denominazione originariamente data dalla popolazione autoctona, chiamata in francese “kanake“. Nel frattempo, preoccupata per il mantenimento della propria sovranità sulla Nuova Caledonia, fondamentale soprattutto per la produzione di nichel (qui si trova il 25% delle risorse mondiali), la Francia ha concesso un’ampia autonomia a questo territorio, stipulando gli Accordi di Matignon nel 1988 e l’Accordo di Nouméa nel 1998.

Quest’ultimo trattato prevedeva lo svolgimento di un referendum a vent’anni di distanza, nel 2018. La consultazione, in quel caso, vide la polarizzazione dello scontro tra i due principali gruppi etnici della Nuova Caledonia: da un lato i canachi, eredi della popolazione indigena melanesiana, favorevoli all’indipendenza; dall’altro, i caldachi, discendenti dei colonizzatori francesi, numericamente minoritari ma decisamente più ricchi, che invece vogliono mantenere il legame con la madrepatria (a questi si aggiungono poi le tante minoranze provenienti soprattutto dalle isole dell’Oceania e da alcuni Paesi asiatici). Il referendum di due anni fa vide una partecipazione abbastanza importante (80.63% di affluenza alle urne), pari a quasi 139.000 elettori sui 175.000 aventi diritto, ma il 56.67% si espresse contro la soluzione indipendentista.

Tuttavia, lo stesso Accordo di Nouméa prevede che il referendum possa essere ripetuto due volte, aprendo le porte alla consultazione che ha avuto luogo domenica 4 ottobre, con una partecipazione ancora più elevata rispetto a quella del 2018 (85.69% di affluenza alle urne). Nonostante la crescita del fronte indipendentista, anche in questo caso i contrari (noti anche con la denominazione di lealisti) hanno ottenuto la maggioranza dei voti (53.26%), confermando, almeno al momento, lo status quo di dipendenza francese.

A questo punto, gli indipendentisti punteranno tutto sull’ultimo referendum possibile previsto dall’Accordo di Nouméa, che verosimilmente avrà luogo nel 2022. Dalla loro, gli indipendentisti hanno un trend di crescita, visto che dal 1987, quando il 98.30% dei votanti si espresse contro l’indipendenza, oggi si è arrivati quasi ad una situazione di parità tra le due tendenze (in numeri assoluti, la differenza è stata di circa diecimila voti). Dall’altro lato, in caso di indipendenza la Nuova Caledonia dovrebbe fare a meno del sostegno economico del governo di Parigi, e difficilmente potrà trainare la propria economia con la sola produzione di nichel, dovendo affrontare una concorrenza globale molto agguerrita come quella cinese, che produce la stessa materia prima a prezzi inferiori.

Non si sono fatte attendere le reazioni del presidente francese Emmanuel Macron: “Gli elettori si sono espressi, hanno confermato soprattutto il desiderio di mantenere la Nuova Caledonia all’interno della Francia”, ha detto il capo dell’Eliseo. “In qualità di Capo dello Stato, accolgo questo segno di fiducia nella Repubblica con un profondo sentimento di gratitudine. Ma accolgo anche con umiltà questi risultati”, ha aggiunto, consapevole del fatto che l’esito del referendum del 2022 potrebbe essere deciso da una manciata di voti.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora.

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