L’Azerbaigian ha attaccato il territorio dell’Armenia?

Se quanto affermato dalle autorità di Erevan dovesse essere confermato, la Russia potrebbe trovarsi nell’obbligo di intervenire in difesa dell’Armenia.

Secondo il governo dell’Armenia, “il 14 ottobre, le forze armate dell’Azerbaigian hanno lanciato un attacco contro l’equipaggiamento militare nel territorio armeno, in base alla sola supposizione che questo equipaggiamento possa effettuare un attacco sulle località popolate dell’Azerbaigian”. La dichiarazione del Ministero della Difesa di Erevan prosegue affermando che “le forze armate dell’Armenia si riservano il diritto di attaccare qualsiasi oggetto militare in Azerbaigian”. Fino ad allora, infatti, gli attacchi sferrati da Baku si erano concentrati unicamente sul territorio conteso del Nagorno-Karabakh, senza varcare il confine internazionale tra le due repubbliche caucasiche.

Se quanto denunciato dalle autorità armene dovesse essere verificato, si tratterebbe di un avvenimento importante non solo in quanto rappresenterebbe una ulteriore escalation nel conflitto che oppone Armenia e Azerbaigian, ma anche perché metterebbe la Russia in una posizione assai complicata, in quanto Mosca ha l’obbligo di intervenire in caso di attacco diretto al territorio armeno, secondo quanto previsto dal Trattato di sicurezza collettiva (CSTO), che include anche Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan.

Dmitrij Peskov, portavoce del Cremlino, ha affermato che le agenzie militari russe “stanno verificando queste informazioni, sono in costante contatto con i loro colleghi di entrambe le parti”. Lo stesso Peskov aveva precedentemente specificato che “gli obblighi in materia di sicurezza sono i seguenti: se una nazione membro della CSTO è soggetta ad aggressione, un attacco dall’esterno, allora le nazioni firmatarie del Trattato devono proteggere questa nazione”, ma “gli obblighi della CSTO non coprono il Karabakh”.

Il presidente armeno Armen Sarkissian è intervenuto ancora una volta per ricordare il ruolo che la Russia sta giocando nella risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh, in seguito al raggiungimento, grazie alla mediazione di Mosca, dell’accordo per il cessate il fuoco lo scorso 10 ottobre (accordo che però non ha sortito gli effetti sperati): “La Russia ha buoni rapporti con l’Armenia, stretti rapporti con l’Azerbaigian, quindi la Russia è il Paese che non solo può agire da mediatore nei negoziati, ma, probabilmente, è l’unico che potrebbe agire da mediatore per fermare l’azione militare”.

Come oramai noto, lo scontro tra Armenia ed Azerbaigian vede anche la partecipazione non troppo velata di un altro attore di primo piano nella regione, la Turchia, che sostiene la posizione di Baku. Come in Siria e in Libia, la soluzione del conflitto potrebbe passare per un accordo tra Mosca ed Ankara, che tuttavia si trovano in disaccordo su numerosi punti. In un primo momento, il governo turco aveva salutato favorevolmente il cessate il fuoco promosso dal Cremlino, come affermato dal ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov: “Rispondendo alla domanda sui contatti con i nostri colleghi turchi, mi sono messo in contatto con il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu e l’ho informato che contiamo sul sostegno per i nostri sforzi. Domenica abbiamo avuto un’altra conversazione telefonica, durante la quale il sostegno al documento di Mosca è stato confermato”, aveva dichiarato Lavrov nella giornata di lunedì.

Tuttavia, la Turchia ha proseguito a fornire tutto il proprio sostegno all’Azerbaigian e alle rivendicazioni di Baku sul territorio del Nagorno-Karabakh, prevalentemente abitato da armeni ed autoproclamatosi indipendente con il nome di Repubblica dell’Artsakh. A tal proposito, lo stesso Lavrov è intervenuto mercoledì: “Non siamo d’accordo con la posizione, espressa dalla Turchia, che il presidente azero Ilham Aliyev ha a sua volta espresso più volte. Non c’è alcun segreto qui: non possiamo condividere l’affermazione secondo la quale una soluzione militare esiste ed è accettabile in questo caso”. “Durante questa crisi”, ha ancora affermato il ministro russo, “ho parlato più volte con il ministro degli esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu. Insistiamo sul fatto che una soluzione pacifica non è solo possibile, ma è l’unico modo per garantire una soluzione sostenibile a questo problema, perché ogni altra soluzione contribuirebbe a prolungare il conflitto a bassa intensità. Se non c’è accordo politico, tutte le decisioni, prese militarmente, falliranno: ci saranno comunque ostilità”.

Il ruolo di Russia e Turchia in questa crisi è stato evidenziato anche dai contatti diretti avutisi tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan, che nella giornata di mercoledì si sono sentiti telefonicamente, come affermato dal servizio stampa del Cremlino: “Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan hanno chiesto l’attivazione del processo politico, in particolare sulla base dei progressi raggiunti all’interno del Gruppo di Minsk dell’OSCE”, si legge nella nota ufficiale. “Hanno sottolineato la pressante necessità di sforzi solidali con l’obiettivo di porre fine allo spargimento di sangue il prima possibile e di procedere verso una regolamentazione pacifica della questione del Nagorno-Karabakh. Hanno espresso la speranza che la Turchia, come membro del gruppo di Minsk dell’OSCE, darà un contributo costruttivo all’allentamento dei conflitti”.

Tuttavia, l’atteggiamento mostrato fino ad ora dal governo turco deve essere classificato quanto meno come ambivalente, visto che Ankara non ha mai nascosto di sostenere il progetto dell’Azerbaigian di riprendere il controllo del Nagorno-Karabakh con qualsiasi mezzo a disposizione, compreso quello bellico. Ciò dimostra anche come l’inizio degli scontri possa essere attribuito unicamente a Baku, visto che Erevan, ben contenta dello status quo, non aveva alcun buon motivo per riaccendere una guerra dalla quale non ha nulla da guadagnare e tutto da perdere. Al contrario, l’Azerbaigian, con un esercito attrezzato e con la certezza del sostegno di Ankara, aveva tutto l’interesse di riaccendere il conflitto per tornare ad occupare il territorio del Nagorno-Karabakh.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora.

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