Brasile: annullate le condanne contro Lula, possibile candidatura per il 2022

La decisione della Corte Suprema Federale annulla le condanne emesse in seguito alla farsa giudiziaria ordita contro l’ex presidente brasiliano.

Il giudice della Corte Suprema Federale del Brasile, Edson Fachin, ha annullato lunedì tutte le sentenze contro l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, coinvolto suo malgrado nell’inchiesta denominata Lava Jato. Questa decisione potrebbe consentirgli di candidarsi alle presidenziali del 2022, dopo che gli era stato ingiustamente impedito di partecipare alle elezioni del 2018.

Fachin ha motivato la sua decisione affermando che la 13ma Corte Federale della Sottosezione Giudiziaria di Curibita (Stato del Paraná), l’istanza che aveva condannato l’ex presidente brasiliano, non era competente a pronunciarsi sul caso in questione. I processi saranno ora analizzati dal Tribunale Federale del Distretto Federale di Brasilia, che avrà il compito di decidere se gli atti prodotti nei tre processi possono o meno essere convalidati.

Proprio per questo motivo, l’Istituto Lula ha invitato i sostenitori dell’ex capo di Stato a celebrare l’annullamento delle condanne contro Lula con “cautela e senza abbassare la guardia“. Secondo il comunicato diffuso dall’Istituto Lula, “è tempo di celebrare questa vittoria della giustizia, ma senza abbassare la guardia contro i nemici. Le campagne Lula Libero e Annulla il Tribunale Supremo Federale continueranno ad essere attive e ad espandere i loro movimenti fino a quando le farse contro l’ex presidente saranno definitivamente terminate“.

La decisione di Fachin non fa altro che confermare quanto sostenuto dalla difesa sin dal 2016, “anche se arriva troppo tardi e dopo aver causato danni irreparabili all’ex presidente, al Paese e alla giustizia stessa“, afferma ancora la fondazione. L’Istituto Lula ricorda infatti che già cinque anni fa si sapeva che il tribunale di Curitiba e il giudice Sérgio Moro non avevano la giurisdizione per giudicare l’ex presidente operaio: “Moro ha creato una farsa con i pubblici ministeri criminalizzare l’istituto, l’ex presidente e rimuoverlo dalle elezioni del 2018. È deplorevole che il Brasile e la democrazia abbiano pagato un prezzo così alto prima che questa ingiustizia venisse riconosciuta. La verità vincerà“, conclude il comunicato.

Numerosi esponenti politici di diversi partiti si sono espressi a favore della decisione di Fachin, e non mancano le voci che vorrebbero una condanna esemplare per il giudice Sérgio Moro, che tra il gennaio del 2019 e l’aprile del 2020 ha anche ricoperto l’incarico di ministro della Giustizia e della Pubblica Sicurezza per Jair Bolsonaro, da molti considerato come un premio per aver estromesso il favorito Lula dalla corsa alla presidenza.

Il Tribunale Supremo Federale ha appena ribaltato le condanne, ma non ha ancora concluso il processo per il sospetto di Moro. L’annullamento dei processi non può essere la salvezza di chi ha fatto politica con la toga”, ha affermato Guilherme Boulos, leader del Movimento dei Lavoratori Senza Dimora (Movimento dos Trabalhadores Sem Teto, MTST) ed esponente del Partito Socialismo e Libertà (Partido Socialismo e Liberdade, PSOL).

Il leader della minoranza alla Camera dei deputati, José Guimarães, del Partito dei Lavoratori (Partido dos Trabalhadores, PT), il partito di Lula, ha sottolineato l’ex presidente Lula è stato vittima di persecuzione politica: “È una vittoria per la giustizia, perché il processo è tornato alla normalità. Ed è evidente che sta diventando sempre più chiaro il sospetto di un giudice parziale, che aveva chiari obiettivi politici quando ha condannato l’ex presidente Lula contro la legge“.

Di recente, ulteriori elementi sono venuti fuori a dimostrare come il processo contro Lula sia stato solamente una farsa messa in piedi per ragioni squisitamente politiche. L’ex comandante dell’esercito brasiliano, il generale in pensione Eduardo Villas Bôas, ha confermato la pressione esercitata dal comparto militare sulla Corte Suprema per incarcerare l’ex presidente e impedire così la sua partecipazione alle elezioni del 2018. In un libro recentemente pubblicato dalla Fondazione Getulio Vargas, Villas Bôas ha affermato di aver esercitato pressioni sull’organo giudiziario, aggiungendo che il rilascio di Lula in quel momento avrebbe rappresentato “un rischio per il quadro istituzionale del Paese”, con una elevata possibilità di un intervento militare nel caso in cui tale beneficio fosse stato concesso.

Nel testo, Villas Bôas afferma anche che i militari sono stati chiamati a selezionare un candidato che alle elezioni presidenziali del 2018 avrebbe potuto sconfiggere la sinistra. Secondo l’ex generale, Jair Bolsonaro, l’attuale presidente di estrema destra, era l’unica opzione praticabile per sconfiggere la sinistra nel 2018 e, inoltre, garantire all’uniforme un ruolo di primo piano nella politica brasiliana.

Sin dal 2019, è venuto alla luce lo scambio di messaggi tra Sergio Moro e Deltan Dallagnol, rispettivamente giudice e procuratore del caso Lava Jato, nonché di questi con altri attori giudiziari. Come si evince dai messaggi trapelati, Moro ha espresso pareri e fatto pressioni per atti di esclusiva competenza del Pubblico Ministero nell’ambito delle indagini, compromettendo l’imparzialità giudiziaria nel processo penale. Queste e altre irregolarità hanno portato allo scioglimento della squadra di procuratori incaricati dell’operazione Lava Jato all’inizio di febbraio 2021 da parte del Ministero Pubblico Ministero dello Stato del Paraná.

La decisione di Fachin potrebbe rappresentare una importante svolta per la politica brasiliana, in quanto apre a Lula le porte per una candidatura alle elezioni presidenziali del prossimo anno. Secondo un sondaggio pubblicato dai media del Paese sudamericano, il 50% degli intervistati ritiene che voterebbe o potrebbe votare per Lula se dovesse candidarsi di nuovo, contro un 44% di contrari. Da parte sua, il presidente in carica Bolsonaro avrebbe uno svantaggio di ben dodici punti nel voto potenziale (38%), con un 56% dei brasiliani che invece rifiuta totalmente un suo eventuale secondo mandato.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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