Israele: Netanyahu fallisce nella formazione del governo

Come previsto, il primo ministro israeliano non è riuscito a formare il nuovo esecutivo, prolungando in questo modo la crisi politica del Paese.

I risultati delle ultime elezioni legislative israeliane lasciavano adito a pochi dubbi, ma il presidente Reuven Rivlin ha comunque seguito l’iter previsto dalla costituzione, assegnando a Benjamin Netanyahu il compito di formare un nuovo governo entro il 4 maggio. Come facilmente prevedibile, il premier in carica non è però riuscito a portare a termine il compito assegnatogli dal capo di Stato, e nella giornata di martedì non ha potuto far altro che comunicare il proprio fallimento a Rivlin.

Dopo dodici anni consecutivi e quindici complessivi al potere, che fanno di lui il primo ministro più longevo nella storia di Israele, Netanyahu si prepara dunque ad uscire di scena? Potrebbe essere un’opzione, ma “Bibi” può ancora sperare di mantenere la leadership nel caso in cui nessuno riesca a formare un governo, costringendo il presidente Rivlin ad indire le ennesime elezioni anticipate. Nel frattempo, non essendo previsto il vuoto di governo, Netanyahu continuerà ad esercitare la propria carica fino all’eventuale nomina del suo successore.

Tornando a quanto accaduto ieri, Netanyahu ha formalmente restituito il mandato di formazione del governo a Reuven Rivlin pochi minuti prima della scadenza del termine, fissato per la mezzanotte, e il presidente ha ora tre giorni per decidere come procedere. Secondo molti, il capo di Stato potrebbe ora incaricare Yair Lapid di trovare una maggioranza. Il leader del partito Yesh Atid (“C’è un futuro”), secondo classificato alle ultime elezioni, avrebbe stretto infatti un accordo preliminare con Naftali Bennett, leader di Yamina (“A Destra”), per formare un esecutivo con i due che si alternerebbero nel ruolo di primo ministro.

Tuttavia, i due partiti di Lapid e Bennett dispongono solamente di ventiquattro seggi complessivi sui 120 che compongono la Knesset, ben lontani dunque dal raggiungere la maggioranza assoluta. Certamente, il Likud (“Consolidamento”), il partito di Netanyahu, non sarebbe pronto a sostenere tale soluzione, e proprio di recente ha accusato Bennett di aver causato il fallimento delle trattative per la formazione di un nuovo governo guidato da “Bibi”: “A causa del rifiuto di Bennett di impegnarsi per un governo di destra, una mossa che avrebbe sicuramente portato alla creazione di un governo con l’aggiunta di parlamentari ulteriori, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha restituito il mandato al presidente“, si legge nel comunicato ufficiale rilasciato dal Likud pochi minuti prima della rinuncia ufficiale di “Bibi”.

Dunque, al momento Rivlin potrebbe decidere di nominare Lapid o, meno probabilmente, Bennett per la formazione di un governo, sapendo però che tale mossa non avrebbe molte possibilità di successo. L’alternativa sarebbe quella di assegnare il mandato alla Knesset, che avrebbe ventuno giorni per formare una maggioranza di almeno 61 deputati sui 120 che siedono nell’emiciclo. Se anche questa soluzione dovesse fallire, Israele andrebbe automaticamente alla sua quinta elezione negli ultimi due anni, sancendo in maniera forse definitiva il fallimento del sistema politico dello Stato ebraico.

La principale possibilità per la formazione di un governo da parte di Lapid potrebbe risiedere in un sentimento anti-Netanyahu generalizzato in molte forze politiche. Tuttavia, questo richiederebbe un accordo che includa partiti dalla matrice ideologica molto diversa, con la necessità di coinvolgere anche i partiti arabi, infrangendo un tabù della politica israeliana. In realtà, persino Netanyahu aveva tentato di approcciare alcuni rappresentanti dei partiti arabi al fine di raggiungere la maggioranza, ma i suoi propositi sono stati bloccati dalle fazioni del sionismo religioso più estremo, che rifiutano ogni forma di collaborazione con la minoranza araba.

Per raggiungere i sessantuno seggi necessari per la maggioranza, Lapid dovrebbe riuscire a convincere un gran numero di deputati provenienti dalle altre forze politiche che si oppongono a Netanyahu: Kaḥol Lavan (“Blu e Bianco”), il partito di Benny Gantz, Yisra’el Beiteinu (“Israele, Casa Nostra”), Partito Laburista Israeliano (Mifleget HaAvoda HaYisrelit), Nuova Speranza (Tikva Hadasha) e Meretz (“Vigore”). Considerando anche i seggi dei partiti dello stesso Lapid e di Bennett questa coalizione arriverebbe a quota 75, ma è difficile pensare che tutti i partiti in questione decidano di sostenere un eventuale governo guidato da Lapid. Proprio per questo, come detto, potrebbe risultare fondamentale l’apporto dei due partiti arabi, la Lista Comune (in arabo al-Qa’imah al-Mushtarakah; in ebraico HaReshima HaMeshutefet), che dispone di sei seggi, e la Lista Araba Unita (in arabo al-Qā’ima al-‘Arabiyya al-Muwaḥḥada; in ebraico HaReshima HaAravit HaMe’uhedet), meglio nota come Ra’am, che ha eletto quattro deputati.

Le dichiarazioni rilasciate dallo stesso Lapid sembrano far trasparire un certo ottimismo circa la possibile formazione di un governo: “Le fondamenta sono pronte”, ha affermato il leader di Yesh Atid. “Possiamo formare un governo. Tra un giorno, se non accade nulla di sorprendente, ci troveremo di fronte a due opzioni: un governo di unità nazionale israeliano, solido, dignitoso e laborioso. O quinte elezioni”, ha affermato. Proprio l’eventualità della quinta tornata elettorale consecutiva potrebbe convincere gli altri partiti a dare il proprio consenso a Lapid, ma verosimilmente si tratterebbe di un governo poco solido e destinato a cadere nell’arco di poco tempo, proprio come accaduto in occasione dell’accordo tra Netanyahu e Gantz.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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