La democrazia popolare vietnamita

Il 23 maggio, i cittadini vietnamiti sono stati chiamati alle urne per rinnovare la composizione dell’Assemblea Nazionale, in un numero di membri pari a 500, incrementato di recente proprio per aumentare la democraticità delle elezioni.

Lo scorso 23 maggio la Repubblica Socialista del Vietnam ha organizzato le proprie elezioni legislative per rinnovare la composizione dell’Assemblea Nazionale della Repubblica Socialista del Vietnam (Quốc hội nước Cộng hoà xã hội chủ nghĩa Việt Nam), il parlamento unicamerale del paese, dove siedono cinquecento deputati. 

I soliti commentatori borghesi ridurranno l’intero processo elettorale vietnamita – come quello di un qualsiasi altro paese socialista – a una sola affermazione, quella secondo la quale le elezioni sarebbero solamente un’operazione di facciata, in quanto alle stesse può prendere parte solamente un partito, in questo caso il Partito Comunista del Vietnam (Đảng Cộng sản Việt Nam). Se, in effetti, il PCV è l’unico partito legalmente ammesso alle elezioni, questa frase minimizza un evento di grande importanza per la politica vietnamita.

Come affermato dall’art. 6 della Costituzione vietnamita, “il popolo esercita il potere statale attraverso l’Assemblea Nazionale e i Consigli del Popolo (le amministrazioni provinciali e cittadine, ndr), che rappresentano la volontà e le aspirazioni del popolo, sono eletti dal popolo e sono responsabili di fronte al popolo”. Quest’ultima affermazione non va sottovalutata, in quanto esplicita come i deputati e i consiglieri locali siano responsabili unicamente di fronte al popolo, e non al PCV. 

Questo è possibile unicamente in un sistema che prevede la scelta nominale dei candidati, al contrario di quanto accade in Italia, dove, come ben sappiamo, da anni i cittadini sono costretti a scegliere unicamente un partito, il quale invece si arroga il diritto di scegliere i propri eletti all’interno delle liste bloccate. Questo genera un circolo vizioso, per il quale il candidato si sente responsabile di fronte al partito, al fine di garantirsi la ricandidatura in una posizione abbastanza alta nella lista delle prossime elezioni, e non di fronte al popolo. Ciò è in chiara contraddizione con il principio della democrazia popolare vietnamita, nella quale il potere statale può essere esercitato unicamente con il consenso del popolo.

Inoltre, a smentire definitivamente la banale affermazione secondo la quale le elezioni sarebbero una sorta di plebiscito in favore del PCV, la legge vietnamita garantisce il diritto all’elettorato passivo (ovvero il diritto di candidarsi) a qualsiasi cittadino che abbia compiuto il ventunesimo anno d’età, indipendentemente dalla sua adesione o meno al Partito Comunista. Per la precisione, esistono tre modalità di candidarsi all’Assemblea Nazionale: come membro del PCV, come membro indipendente del Fronte della Patria Vietnamita o come indipendente autonominato. La differenza sta nel fatto che i membri del Fronte, pur non aderendo direttamente al partito, fanno parte di altre organizzazioni a esso legate, mentre gli autonominati non sono membri di nessuna organizzazione.

Le autorità vietnamite affermano che il processo elettorale, regolato dalla Costituzione e dalle leggi elettorali del Paese, ha tutte le caratteristiche fondamentali del processo elettorale democratico come definito a livello internazionale. In particolare, l’art. 7 della Costituzione afferma che “l’elezione dei deputati all’Assemblea Nazionale e ai Consigli del Popolo deve essere condotta secondo i principi del suffragio universale, uguale, diretto e segreto”.

Il processo elettorale vietnamita non si riduce unicamente alla giornata del voto, cosa che invece accade regolarmente nei paesi a regime democratico borghese, nei quali l’elettore ha diritto di parola una volta ogni quattro o cinque anni. Secondo le linee guida delle democrazia popolare vietnamita, “la democrazia si manifesta non solo nella determinazione dei risultati delle elezioni, ma anche nella determinazione dei candidati”. In seguito alla proclamazione della data delle elezioni, infatti, su tutto il territorio vietnamita vengono istituite le conferenze degli elettori, che sono responsabili di una prima selezione dei candidati, che devono essere residenti nel collegio elettorale nel quale sono candidati. 

In seguito vengono istituiti dei comitati elettorali composti da un numero variabile di membri, tra i nove e i quindici. I comitati elettorali sono responsabili di unità territoriali alquanto limitate e, oltre all’organizzazione tecnica dei candidati, sono responsabili dell’ammissione definitiva dei candidati alle elezioni. Questo significa che ogni candidato si presenta a livello locale di fronte a una conferenza degli elettori e a una commissione elettorale composte da cittadini del suo stesso territorio. In genere, dopo essere state proposte dalla conferenza degli elettori, le candidature vengono ammesse dalla commissione elettorale, a meno che il soggetto in questione non abbia condanne passate per reati gravi o stia scontando una pena, come previsto dalla legge elettorale.

Proprio per questo legame tra le elezioni e il territorio, assume una grande importanza la designazione dei collegi elettorali, ovvero le unità geografiche all’interno delle quali gli elettori scelgono i propri rappresentanti. Tali unità geografiche sono più piccole rispetto alle province e alle città, al fine di garantire la rappresentanza di tutti i territori. Il numero di delegati eletti in ciascuna circoscrizione dipende dal numero di abitanti che vivono in una circoscrizione. Per esempio, il numero dei deputati eletti a Hồ Chí Minh City, il centro più popoloso del paese, è di 25, ma questi non vengono scelti su base cittadina, bensì sulla base dei distretti interni alla città. Inoltre, nessuna provincia può avere meno di tre deputati.

Il numero di deputati, pari, come detto, a 500, non è molto elevato rispetto alla popolazione vietnamita, che conta 98 milioni di persone e circa 69 milioni di elettori. In un paese in continua crescita demografica come il Vietnam, in particolare, mantenere un numero adeguato di rappresentanti risulta fondamentale. Proprio per questo motivo, sia il numero totale di seggi che la distribuzione degli stessi tra province e città può subire modifiche in seguito allo svolgimento dei censimenti. Nel 2002, per esempio, il numero di seggi totali dell’Assemblea Nazionale è stato portato da 450 agli attuali 500, in quanto “in linea di principio, più membri ha un parlamento, più rappresentativo sarà per rispecchiare tutte le classi nella società, più vivace e approfondita sarà la discussione”. Un principio in netto contrasto con la delegittimazione del legislativo e la conseguente riduzione dei seggi delle camere recentemente applicata in Italia.

Oltre ai collegi elettorali, un’altra suddivisione importante è quella riguardante la distribuzione delle stazioni di voto, ovvero i luoghi dove gli elettori devono materialmente recarsi per votare. Per rendere possibile l’accesso al voto a tutta la popolazione, le autorità garantiscono che ciascuna stazione elettorale abbia dai 300 ai 2.000 iscritti, ma la legge prevede anche delle eccezioni per le isole, alcuni villaggi particolarmente isolati e altre aree impervie, al fine di non costringere gli elettori a lunghi spostamenti per esercitare il proprio diritto di voto. Come affermato dall’art. 12 della legge elettorale, “la divisione delle aree di voto per eleggere i deputati è determinata dai Comitati del Popolo”, quindi sono le autorità locali a dover verificare l’accessibilità dei seggi a tutta la popolazione. Inoltre, dei seggi vengono istituiti anche negli ospedali e nelle case di cura, per garantire il voto dei pazienti.

Questo processo elettorale porta gli elettori a scegliere tra candidati che risiedono sul proprio territorio, che quasi sempre sono volti ben conosciuti dai votanti. Gli elettori, dunque, non scelgono né un partito né un nome, ma una persona di cui generalmente sanno molto, colui che giudicano più adeguato a rappresentare il proprio territorio. Questo è uno dei motivi per i quali l’affluenza alle urne è generalmente molto elevata, intorno al 99%. Inoltre, questo processo elettorale garantisce una rappresentanza di tutti i territori e di tutti i 54 gruppi etnici che abitano il Vietnam. Infine, la percentuale di donne deputate all’Assemblea Nazionale ha fatto registrare un costante aumento, nonostante non vi sia una legge che riservi una quota di seggi al sesso femminile: alle scorse elezioni, le donne elette hanno rappresentato il 27,31% del totale, uno dei dati più elevati di tutta l’Asia, e superiore al 23,6% degli Stati Uniti.

Tutt’altro che perfetto e ancora migliorabile, il sistema elettorale vietnamita offre un fulgido esempio di un sistema democratico popolare che rappresenta un modello alternativo rispetto alla democrazia borghese alla quale siamo assuefatti, e della quale in molti non riescono a vedere neppure le mancanze più evidenti.

Articolo pubblicato su www.lacittafutura.it

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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