Israele: Isaac Herzog nuovo presidente, tutto pronto per il governo Lapid-Bennett

Nel giro di poche ore, il Likud ed il suo leader Benjamin Netanyahu sono stati estromessi da tutte le sfere del potere. 

La notizia ufficiale giunta il 2 giugno da Israele è quella dell’elezione di Isaac Herzog (in foto) alla carica di presidente. Il sessantenne, che in passato ha ricoperto ben quattro incarichi ministeriali, è stato votato dalla Knesset come successore del presidente uscente Reuven Rivlin, impossibilitato a ricandidarsi. Herzog ha ottenuto 87 voti favorevoli contro i 26 di Miriam Peretz, che dunque non sarà la prima donna a ricoprire la massima carica dello Stato israeliano.

A lungo leader del Partito Laburista Israeliano (Mifleget HaAvoda HaYisrelit), e successivamente membro dell’Unione Sionista (HaMaḥaneh HaẒiyoni), Herzog ha affermato che intende “costruire ponti” all’interno della società israeliana e con la diaspora ebraica, incoraggiare l’imprenditorialità, “combattere l’antisemitismo e l’odio per Israele” e “salvaguardare le basi della nostra democrazia“.

Herzog ha ricevuto consensi e congratulazioni da quasi tutti gli schieramenti politici del panorama israeliano. Rivlin, presidente uscente, si è così rivolto al suo successore: “Il titolo di ‘primo cittadino’ e il compito di custodire il carattere dello Stato di Israele, in particolare in questo momento, sono responsabilità pesanti. Non ho dubbi che li sosterrai superbamente. Sono orgoglioso di passarti il testimone tra un mese. Viva lo Stato di Israele! Viva il presidente dello Stato di Israele!“. Come ricordato dallo stesso Rivlin, il passaggio di consegne ufficiale tra i due avrà luogo tra circa un mese, il prossimo 9 luglio.

Nel frattempo, sembra delinearsi sempre più la nascita di un nuovo governo che dovrebbe estromettere l’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu, dopo che questi ha governato il Paese per dodici anni consecutivi, ai quali vanno aggiunti i tre anni tra il 1996 ed il 1999. Il sedarsi del conflitto voluto dallo stesso premier contro la Palestina, come prevedibile, ha permesso la ripresa delle contrattazioni per formare una grande coalizione anti-Netanyahu.

Il 30 maggio, Naftali Bennett, leader del partito Nuova Destra (HaYamin HeHadash) e dell’alleanza Yamina ha annunciato la propria disponibilità ad entrare a far parte della coalizione guidata da Yair Lapid, numero uno di Yesh Atid (“C’è un Futuro”), che aveva già raggiunto un accordo con la maggioranza dei partiti che si oppongono ad un nuovo governo Netanyahu, formando il cosiddetto “blocco del cambiamento”. “Sono orgoglioso delle nostre azioni in queste difficili circostanze. Questo è ciò che stiamo facendo: assumerci la responsabilità…”, ha dichiarato in quell’occasione Bennett, che punta ad alternarsi con Lapid nel ruolo di primo ministro. Tuttavia, tale mossa ha ricevuto il sostegno di solamente sei dei sette parlamentari di Yamina, visto che Amichai Chikli ha dichiarato di non voler sostenere il nuovo governo.

L’ultimo tassello da aggiungere al blocco del cambiamento per riuscire a raggiungere effettivamente la maggioranza parlamentare era quello della Lista Araba Unita (in arabo: al-Qā’ima al-‘Arabiyya al-Muwaḥḥada; in ebraico: HaReshima HaAravit HaMe’uhedet), spesso indicata con l’acronimo Ra’am. Il leader del partito arabo, Mansour Abbas, aveva interrotto ogni tipo di colloquio come forma di dissenso durante gli attacchi israeliani contro la popolazione palestinese, ma il 2 giugno lo stesso Abbas ha annunciato la propria volontà di entrare a far parte della coalizone di governo guidata da Lapid e Bennett. Il leader arabo, in particolare, si è detto disponibile per “qualsiasi accordo che migliori le condizioni di vita per il 20% della minoranza araba israeliana di origine palestinese”.

Il via libera di Abbas ha permesso a Lapid, incaricato dal presidente Rivlin di formare il nuovo governo, di annunciare allo stesso capo di Stato il raggiungimento di una maggioranza a poche ore dal raggiungimento del termine prestabilito. In caso contrario, Israele avrebbe seriamente rischiato una quinta tornata elettorale consecutiva. Secondo quanto trapelato, dovrebbe essere Bennett a ricevere per primo l’incarico di capo del governo, per poi cederlo a Lapid a metà mandato. Un accordo che ricorda molto quello precedentemente stipulato da Netanyahu con Benny Gantz, anche se la caduta del governo non ha poi permesso a Gantz di goderne a pieno.

Secondo le notizie delle ultime ore, le forze della coalizione del cambiamento procederanno per prima cosa alla sostituzione del presidente della Knesset, Yariv Levin, esponente del partito Likud (“Consolidamento”) di Netanyahu. L’ex ministro del Turismo dovrebbe essere sostituito dal sessantanovenne Mickey Levy, fedelissimo di Lapid all’interno del partito Yesh Atid. Solamente successivamente si procederà alla formazione del nuovo esecutivo, che probabilmente vedrà – come anticipato – Bennett alla sua guida.

Lapid e Bennett sperano di formare il nuovo governo entro la prossima settimana, ma dovranno trovare un accordo per spartire i posti ministeriali tra gli esponenti di tutti i partiti che aderiscono alla coalizione del cambiamento. Quanto questo avverrà, si tratterà comunque di un avvenimento storico, con Netanyahu ed il suo Likud che, da dominatori assoluti della politica israeliana, si troveranno estromessi da tutte le posizioni di potere. Ciò significa anche che “Bibi” sarà finalmente costretto a sottoporsi ai procedimenti giudiziari che lo vedono accusato di corruzione, ai quali fino ad ora è sfuggito grazie alla sua carica politica.

La fine dell’era Netanyahu e lo storico ingresso di una lista araba all’interno del governo israeliano non possono che essere accolti come un segnale di cambiamento positivo all’interno della politica dello Stato sionista. Tuttavia, questo non significa una prossima risoluzione della questione palestinese, visto che all’intenro della coalizione del cambiamento gli elementi sionisti di destra restano in maggioranza. È bene non farsi soverchie illusioni, in quanto difficilmente il nuovo governo metterà realmente in dubbio la natura razzista e discriminatoria dello Stato israeliano. Inoltre, la coalizione del cambiamento si basa su un raggruppamento di forze politiche molto variegate, che spaziano dalla destra alla sinistra, e dunque non è detto che presto Israele non si trovi nuovamente in una situazione di crisi politica, come quella vissuta negli ultimi tempi.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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