La disgregazione del Gruppo di Lima

Nato come arma dell’imperialismo statunitense contro il Venezuela, il Gruppo di Lima continua a perdere pezzi man mano che le forze progressiste riconquistano i Paesi dell’America Latina.

Il Gruppo di Lima è nato l’8 agosto 2017 con la pubblicazione della Dichiarazione di Lima, un documento firmato dai rappresentanti di quattordici Paesi che di fatto rappresentava una dichiarazione di guerra diplomatica nei confronti del Venezuela. Il testo di apriva infatti con “la condanna della rottura dell’ordine democratica in Venezuela” e proseguiva con una serie di punti che si rifiutavano di riconoscere il legittimo governo di Nicolás Maduro, aprendo la strada ai tentativi golpisti della destra reazionaria, fatto effettivamente verificatosi all’inizio del 2019, con la carnevalata dell’autoproclamazione di Juan Guaidó come presidente del Venezuela.

Ufficialmente, gli Stati Uniti d’America non figuravano tra i Paesi firmatari della Dichiarazione di Lima, ma lo zampino dell’imperialismo nordamericano era ben visibile all’interno del testo, nel quale si evocavano i classici cliché utilizzati per delegittimare i governi antimperialisti, come quello dei diritti umani: il punto 7 esprimeva infatti “la condanna della violazione sistematica dei diritti umani e delle libertà fondamentali, della violenza, della repressione e della persecuzione politica, dell’esistenza di prigionieri politici e della mancanza di libere elezioni sotto osservazione internazionale indipendente”, mentre quello successivo accusava il Venezuela di non essere “conforme ai requisiti o agli obblighi dei membri del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite”.

Il punto più basso nella storia del Gruppo di Lima si raggiunse nel febbraio del 2019, quando l’organizzazione cooptò il fantoccio Juan Guaidó come rappresentante del Venezuela, violando palesemente il diritto internazionale e raggiungendo l’apice delle ingerenze nella politica interna venezuelana. Il Gruppo di Lima ha anche avallato il colpo di Stato ordito dalla destra boliviana contro Evo Morales, tanto che la presidente golpista Jeanine Áñez ed il suo governo illegittimo vennero accolti a braccia aperte, e la Bolivia entrò a far parte dell’organizzazione nel dicembre del 2019.

Il 2019 è stato in effetti il momento peggiore per le forze socialiste e progressiste nella storia recente dell’America Latina, essendosi trovate rimosse dal potere in numerosi Paesi, per via elettorale o golpista. Tuttavia, già in quell’anno il nuovo presidente messicano Andrés Manuel López Obrador aveva allontanato il suo Paese dalle posizioni del Gruppo, rifiutandosi di firmare alcuni documenti. AMLO si appellò allora alla doctrina Estrada, dal nome del ministro degli Esteri Genaro Estrada (1927-1932), secondo la quale il Messico si rifiuta di arrogarsi il diritto di decidere se un governo straniero sia legittimo o meno.

Anche il presidente argentino Alberto Fernández, in seguito alla sua elezione, prese subito le distanze dal Gruppo di Lima, anche se è stato solamente il 24 marzo di quest’anno che l’Argentina ha ufficialmente abbandonato l’organizzazione: “La partecipazione di un settore dell’opposizione venezuelana come un membro in più del Gruppo di Lima ha portato all’adozione di posizioni che il nostro governo non ha potuto e non può sostenere”, si legge nel comunicato ufficiale rilasciato allora dal ministero degli Esteri di Buenos Aires. Per l’Argentina, “le sanzioni hanno pregiudicato il godimento dei diritti umani da parte della popolazione venezuelana, secondo quanto affermato nella relazione del Relatore Speciale sulle ripercussioni negative delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani”.

Nel frattempo, nel novembre 2020 anche la Bolivia aveva cambiato decisamente rotta, in seguito alla fine del governo golpista ed all’elezione del socialista Luis Arce. Il nuovo presidente boliviano decretò il rientro del suo Paese nell’ALBA ed il contemporaneo abbandono del Gruppo di Lima, prendendo dunque una decisa posizione a favore del Venezuela bolivariano. Il nuovo governo ha accusato l’esecutivo golpista di aver operato in base a “meri interessi politici che poco hanno a che fare con la vocazione all’integrazione del popolo boliviano”. “Il ministero degli Esteri ribadisce il suo impegno per l’integrazione latinoamericana come unico modo per affrontare la crisi sanitaria, economica e ambientale che sta attraversando la nostra regione“, conclude il comunicato.

Più di recente, il Gruppo di Lima ha perso altri due componenti. La vittoria dei laburisti a Saint Lucia ha infatti condotto la piccola isola caraibica lontana da questa organizzazione filoimperialista. Il nuovo ministro degli Esteri di Santa Lucia, Alva Baptiste, ha affermato che il governo “sarà coerente con la posizione ufficiale della Comunità Caraibica di non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano“. Inoltre, ha sottolineato che la posizione del suo governo nei confronti del Venezuela sarà quella di ristabilire le relazioni diplomatiche e di fratellanza tra i due Paesi, quindi “con effetto immediato ci ritireremo dal Gruppo di Lima“.

Ma soprattutto, la vittoria di Pedro Castillo ha segnato la fine della partecipazione del Perù al Gruppo di Lima, mettendo a repentaglio l’esistenza stessa di un’organizzazione che prende il nome dalla capitale del Paese andino e che venne creata proprio dall’ex presidente peruviano Pedro Pablo Kuczynski. Il più esplicito sul tema è stato il vicepresidente Vladimir Cerrón, che sui social network ha scritto: “In realtà sono il gruppo di Washington, un gruppo che esprime il neocolonialismo contemporaneo. L’America Latina deve essere libera e sovrana!”.

Arma dell’imperialismo contro il Venezuela bolivariano, il Gruppo di Lima sta perdendo sempre più forza e legittimità, ammesso che ne abbia mai avuta. E presto, con la continuazione della riconquista del continente da parte delle formazioni progressiste e socialiste, potrebbe cessare del tutto di esistere.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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