Marocco: nasce il nuovo governo di Aziz Akhannouch in un momento di grande tensione

In seguito alle elezioni dello scorso 8 settembre, Aziz Akhannouch è stato nominato primo ministro. Ma il Marocco deve fare i conti con le crescenti tensioni sull’Algeria e sulla questione del Sahara Occidentale.

Abbiamo già avuto modo di trattare dei risultati delle recenti elezioni legislative in Marocco, che hanno visto la pesante sconfitta del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (in arabo: Hizb àdala wa tanmia; in francese: Parti de la Justice et du Développement – PJD) del primo ministro uscente Saâdeddine El Othmani. Ad uscire vincitore era stato invece il Raggruppamento Nazionale degli Indipendenti (Rassemblement National des Indépendants – RNI), formazione liberale guidata dal ministro dell’Agricoltura, Aziz Akhannouch.

Il giorno dopo le elezioni, il sovrano Mohammed VI ha nominato lo stesso Aziz Akhannouch come capo del governo, chiedendogli di formare una maggioranza. Per ottenere questo risultato, il primo ministro nominato avrebbe dovuto ottenere i voti di almeno 198 parlamentari, un risultato non impossibile considerando che il suo partito controllava già 102 seggi.

In effetti, dopo neppure due settimane di colloqui, Akannouch ha annunciato di aver raggiunto un accordo con altre due forze politiche per formare una maggioranza di governo. Si tratta del Partito Autenticità e Modernità (Parti Authenticité et Modernité – PAM), guidato dall’avvocato Abdellatif Ouahbi, e dei monarchico-conservatori del Partito dell’Indipendenza – o Partito Istiqlāl (Parti de l’Istiqlāl). In questo modo, Akannouch si è assicurato una maggioranza solidissima di 270 seggi su 395, mettendo insieme le tre formazioni più votate alle ultime elezioni ed escludendo invece un PJD oramai caduto in disgrazia.

Oramai la formazione del nuovo governo è dunque cosa fatta, ma manca ancora l’ufficialità in quanto i nomi dei ministri dovranno essere passati al vaglio dal re, che ha l’ultima parola su ogni questione. Akhannouch ha affermato che i tre partiti hanno condiviso una piattaforma comune, concentrandosi sulle riforme economiche e sociali. Nel corso della campagna elettorale, il suo partito aveva promesso di creare un milione di posti di lavoro per rilanciare l’economia dopo la pandemia ed il crollo del 6,8% del PIL registrato nel 2020, espandere l’assicurazione sanitaria a tutti i marocchini, aumentare gli stipendi degli insegnanti e fornire una pensione garantita agli anziani.

Tuttavia, il nuovo governo si troverà invischiato anche in una difficile situazione riguardante la politica estera. Ricordiamo, infatti, che a fine agosto l’Algeria ha annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con Rabat, e da allora le tensioni tra i due Paesi maghrebini non hanno fatto altro che aumentare. Il 22 settembre, la presidenza algerina ha annunciato la chiusura dello spazio aereo del Paese a tutti gli aerei marocchini, in seguito ad una riunione dell’Alto Consiglio di sicurezza presieduto dal presidente Abdelmadjid Tebboune. La decisione è arrivata “in considerazione delle continue provocazioni e pratiche ostili da parte marocchina”, si legge nel comunicato, un riferimento che riguarda soprattutto la situazione del territorio del Sahara Occidentale, occupato in gran parte dal Marocco e considerato da Rabat come una regione del proprio territorio nonostante la dichiarazione d’indipendenza del 1976.

La normalizzazione del Marocco dei legami con Israele lo scorso anno e le recenti dichiarazioni dell’inviato marocchino alle Nazioni Unite, Omar Hilal, sul diritto all’autodeterminazione della regione della Cabilia in Algeria, non hanno fatto altro che peggiorare la situazione dei rapporti bilaterali tra Marocco ed Algeria, da sempre molto tesi proprio per via dell’occupazione marocchina del Sahara Occidentale e del sostegno, da parte di Algeri, degli indipendentisti del Fronte Polisario. Ricordiamo, del resto, che le frontiere tra i due Paesi nordafricani sono ufficialmente chiuse sin dagli anni ‘90.

Le potenze occidentali, che storicamente hanno sempre finto di disinteressarsi della questione, quando non hanno dato un aperto sostegno alle pretese del Marocco sul territorio del Sahara Occidentale, potrebbero ora essere costrette ad un cambiamento di posizione. Questo è quanto meno il parere giuridico del tribunale generale dell’UE che ha annullato gli accordi commerciali UE-Marocco sull’agricoltura e la pesca, affermando che erano stati concordati senza il consenso del popolo del Sahara Occidentale. Nella sua sentenza, il tribunale ha ricordato che il Fronte Polisario è stato “riconosciuto a livello internazionale come rappresentante legittimo del popolo del Sahara Occidentale“. Questa sentenza ribadisce quanto espresso nel febbraio del 2018 dalla Corte di giustizia europea, che aveva stabilito che gli accordi di pesca tra Bruxelles e Rabat non possono riguardare le acque territoriali del Sahara Occidentali.

Tuttavia, il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita e il massimo diplomatico dell’UE, lo spagnolo Josep Borrell, hanno affermato in un comunicato congiunto che “adotteranno le misure necessarie per garantire il quadro giuridico che garantisca la continuazione e la stabilità degli scambi tra l’UE e il Marocco“. Non va dimenticato, del resto, che l’UE è il più grande partner commerciale del regno nordafricano e il principale investitore straniero, in particolare grazie alla Spagna e alla Francia. L’annullamento dell’accordo potrebbe provocare la perdita di 52 milioni di euro all’anno.

La decisione giuridica è stata invece salutata favorevolmente dalle ONG che storicamente si occupano della questione del Sahara Occidentale. “Gli Stati dell’UE e il Regno Unito sono stati complici dell’inclusione del Sahara Occidentale negli accordi commerciali con il Marocco, legittimando e fornendo sostegno materiale all’occupazione marocchina, in violazione del diritto internazionale“, afferma War on Want. Oubi Bachir, rappresentante del Polisario presso l’UE, ha celebrato “una grande vittoria per la causa del deserto” in un messaggio su Twitter.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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