Islanda: i partiti anti-UE mantengono una netta maggioranza

La coalizione di governo guidata dal primo ministro Katrín Jakobsdóttir dovrebbe essere confermata per una nuova legislatura dopo le elezioni del 25 settembre, anche se vi sono ancora alcuni dubbi.

Il 25 settembre si sono tenute le elezioni legislative in Islanda, dove i cittadini sono stati chiamati a rinnovare la composizione dei 63 seggi dell’Althing (o più propriamente Alþingi), il parlamento unicamerale con sede nella capitale Reykjavík.

Alle elezioni si arrivava dopo quattro anni di un governo guidato da Katrín Jakobsdóttir, esponente del partito Sinistra – Movimento Verde (Vinstrihreyfingin – grænt framboð, VG), ma del quale facevano parte anche i conservatori del Partito dell’Indipendenza (Sjálfstæðisflokkurinn, SSF) e i liberali del Partito Progressista (Framsóknarflokkurinn). Questa coalizione molto variegata dal punto di vista ideologico era tenuta insieme soprattutto dal collante dell’euroscetticismo, ovvero dell’opposizione ad un eventuale ingresso dell’Islanda nell’Unione Europea.

Ufficialmente candidata per l’ingresso nell’organizzazione sovranazionale nel 2010, quando al potere c’era l’Alleanza Socialdemocratica (Samfylkingin), l’Islanda ha cominciato a rivedere la propria posizione dopo la crisi economica che ha colpito l’isola nel 2012, dalla quale il governo era riuscito ad estrarsi proprio perché non sottoposto ai vincoli macroeconomici di Bruxelles. Nel 2015, il governo allora guidato da Sigmundur Davíð Gunnlaugsson, esponente del Partito Progressista, ha ufficialmente ritirato la candidatura islandese per diventare membro dell’UE, e da allora la posizione euroscettica è rimasta ampiamente maggioritaria sia tra le forze politiche che tra la popolazione.

Anche le elezioni di quest’anno hanno confermato che gli islandesi ripongono la propria fiducia nei partiti euroscettici, tant’è che le prime tre posizioni sono state occupate dalle tre forze di governo. In particolare, l’SSF di Bjarni Benediktsson ha ottenuto il primo posto con il 24,4% e 16 seggi, gli stessi della precedente legislatura, seguito dal Partito Progressista (17,3%) con 13 deputati e dalla formazione VG del primo ministro Jakobsdóttir, che ha ottenuto il 12,6% dei consensi con 8 seggi conquistati. In totale, i tre partiti vantano una maggioranza assoluta di 37 scranni su 73, con un incremento di due unità rispetto alla scorsa legislatura.

Tra i partiti filoeuropeisti, i socialdemocratici sono passati dall’essere forza di governo tra il 2009 ed il 2013 ad occupare la quarta posizione con il 9,9% delle preferenze e solamente sei deputati eletti, secondo peggior risultato di sempre dopo quello del 2016, quando di seggi ne ottennero solamente tre. Anche il Partito Riformista (Viðreisn), l’altra principale compagine europeista, ha ottenuto un risultato modesto, con l’8,3% delle preferenze e tre rappresentanti in parlamento.

Nell’emiciclo di Reykjavík troviamo anche altri tre partiti: il Partito Popolare (Flokkur fólksins) con sei deputati (8,8%), il Partito Pirata (Píratar) con altrettanti rappresentanti (8,6%) e infine il Partito di Centro (Miðflokkurinn), che non è andato oltre i tre seggi (5,4%), in netto calo rispetto ai sette ottenuti nel 2017.

Fondato proprio nel 2017, il Partito Socialista Islandese (Sósíalistaflokkur Íslands, SFÍ) non è riuscito ad eleggere deputati, ma ha ottenuto un incoraggiante 4,1% alla sua prima partecipazione elettorale su scala nazionale, con Logi Már Einarsson come leader della lista. I socialisti accusano il primo ministro Jakobsdóttir di aver “tradito tutto ciò che si potrebbe chiamare politica di sinistra in Islanda”, per via dei compromessi raggiunti con le altre forze che prendono parte al governo, che invece provengono da un ambiente politico di centro-destra.

Le recenti elezioni islandesi sono anche state al centro di un caso particolare, in quanto per alcune ore è circolata la voce secondo la quale l’Islanda sarebbe diventato il primo Paese del continente ad avere un parlamento composto in maggioranza da donne. A seguito di un riconteggio, tuttavia, è stato verificato che le donne elette sono “solo” 30 sui 63 seggi disponibili, mancando dunque la maggioranza, ma rappresentando pur sempre il parlamento più “rosa” del continente europeo in termini percentuali (48%) davanti alla Svezia (47%). Tuttavia, nel mondo esistono già diversi Paesi dove le donne detengono più seggi degli uomini, compresi la Cuba socialista e il Nicaragua sandinista, ma anche il Messico, il Ruanda e gli Emirati Arabi Uniti.

Resta ora da capire se la coalizione tripartita che ha governato l’isola scandinava negli ultimi quattro anni rinnoverà il proprio accordo, e se Katrín Jakobsdóttir verrà riconfermata alla guida del governo, visto che il suo partito è stato l’unico dei tre ad aver accusato un calo rispetto alla precedente tornata elettorale. I leader delle altre due formazioni potrebbero utilizzare questo dato per proporre un nuovo nome per la carica di primo ministro. Allo stesso tempo, Jakobsdóttir può vantare un buon consenso popolare nei confronti della sua persona secondo i sondaggi.

Tra i tre partiti di governo esistono certamente temi comuni, in particolare la posizione euroscettica, ma anche non poche divergenze. Il partito del primo ministro, ad esempio, vorrebbe maggiori finanziamenti per la salute pubblica come mezzo per combattere la carenza di personale, soprattutto in seguito alla pandemia di Covid-19, mentre i conservatori del Partito dell’Indipendenza sono favorevoli ad una maggiore privatizzazione nel settore sanitario.

L’altro tema scottante – è il caso di dirlo – riguarda le politiche ambientali, visto che il riscaldamento globale si sta facendo particolarmente sentire in Islanda. L’isola è reduce da una delle estati più calde di sempre, con ben 59 giorni di temperature superiori a 20 °C, ed allo stesso tempo gli islandesi possono constatare ad occhio nudo l’avanzata dello scioglimento dei ghiacciai. Tuttavia, i partiti di sinistra (VG, socialdemocratici e socialisti), che sostengono politiche ambientali più avanzate ed una riduzione delle emissioni anche maggiore rispetto a quella priva dagli accordi di Parigi, non sono stati premiati dalle urne.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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