Filippine: cosa aspettarsi dalla presidenza di Bongbong Marcos?

Bongbong Marcos è stato presentato dai media occidentali come il figlio del dittatore Ferdinand Marcos, ma in pochi si sono presi la briga di leggere il suo programma. A dare fastidio sono soprattutto le sue posizioni filocinesi.

Il 9 maggio si sono svolte nelle Filippine le elezioni generali che hanno visto lo svolgimento simultaneo delle presidenziali e delle legislative per il rinnovo della Camera dei Rappresenati e della metà del Senato. A destare le reazioni dei media occidentali è stata soprattutto la schiacciante vittoria di Bongbong Marcos, figlio del dittatore Ferdinand Marcos, che ha governato l’arcipelago con il pugno di ferro tra il 1965 ed il 1986.

Coloro che liquidano la faccenda in questo modo, facendo pensare che ai filippini sia imporvvisamente venuta voglia di tornare ai tempi della brutale dittatura, dimenticano naturalmente di sottolineare che Ferdinand Marcos era stato maggiore dell’esercito statunitense, con il quale aveva combattuto nella seconda guerra mondiale, e che la sua ascesa politica fu propiziata proprio da Washington, che lo vedeva come un argine all’espansione del comunismo nel sud-est asiatico, al punto che il presidente Lyndon Johnson lo definì il suo “braccio destro in Asia”.

Il sostegno degli USA nei confronti di Ferdinand Marcos non cessò neppure dopo che questi rafforzò ulteriormente il suo potere dittatoriale imponendo la legge marziale. Dalla dichiarazione di legge marziale nel 1972 fino al 1983 il governo degli Stati Uniti fornì 2,5 miliardi di dollari in aiuti economici e militari al regime di Marcos, e circa 5,5 miliardi di dollari attraverso istituzioni multilaterali come la Banca Mondiale. Solamente negli ultimi anni del suo regime, Marcos perse il sostegno del presidente Ronald Reagan, anche in seguito all’assassinio del leader dell’opposizione Benigno Aquino Jr. nel 1983. Nel 1986, dunque, Marcos fu costretto a farsi da parte e ad indire le elezioni.

Al contrario di Ferdinand, suo figlio Bongbong (all’anagrafe Ferdinand Romualdez Marcos Jr.) sembra avere posizioni molto diverse in materia di politica estera, e probabilmente è proprio questo a dare fastidio a Washington ed alla stampa asservita alla Casa Bianca. Nonostante le dispute che oppongono Manila a Pechino circa le isole del Mar Cinese Meridionale, il nuovo presidente ha intenzione di proseguire la politica filocinese intrapresa dal presidente uscente Rodrigo Duterte, tanto più che la sua vicepresidente sarà proprio la figlia di quest’ultimo, Sara Duterte.

In seguito all’ufficializzazione della vittoria di Marcos, il presidente cinese Xi Jinping ha inviato un messaggio di congratulazioni al presidente eletto: “Cina e Filippine, che sono dirimpettaie separate dalle acque, sono buoni vicini da molto tempo. Grazie agli sforzi congiunti degli ultimi anni, i legami bilaterali hanno continuato a migliorare, apportando benefici ad entrambi i Paesi e contribuendo alla pace e alla stabilità regionale“, ha scritto il leader cinese. Xi ha affermato di essere disposto a stabilire buone relazioni di lavoro con Marcos e a lavorare insieme per approfondire la partnership strategica globale che andrà a beneficio sia dei Paesi che dei loro cittadini.

Anche in politica interna, il programma di Bongbong Marcos si presenta come tutt’altro che oscurantista: Il presidente eletto si è espresso a favore della legalizzazione dell’aborto in casi di stupro e incesto, fatto che ad oggi non e consentito dalle leggi filippine; ha affermato di essere contrario alla reintroduzione della pena di morte; sostiene la legalizzazione del divorzio, ancora vietato in un Paese fortemente cattolico; il suo programma prevede inoltre l’incremento della spesa pubblica in settori come istruzione e sanità.

Per la cronaca, Bongbong Marcos, leader del Partito Federale delle Filippine (Partido Federal ng Pilipinas, PNP), si è imposto con un netto 58,91% delle preferenze, ottenendo più del doppio dei voti della sua rivale più accreditata, l’avvocato Leni Robredo (28,04%). Robredo ha fatto una campagna incentrata sul’allontanamento delle Filippine dalla Cina, e per questo ha ricevuto il sostegno di tutta la stampa occidetnale, ma la sua proposta evidentemente non ha incontrato i favori dell’elettorato. Al terzo posto troviamo invece l’ex fuoriclasse del pugilato Manny Pacquiao, che si è fermato al 6,89%.

Per inciso, non siamo sostenitori in senso assoluto di Bongbong Marcos, ma certamente la sua elezione rappresenta una soluzione migliore per arginare l’imperialismo statunitense nella regione dell’Asia sud-orientale rispetto a quella eventuale di Leni Robredo. Al contrario, una politica anticinese sarebbe fortemente dannosa soprattutto per il popolo filippino, visto che la Cina rappresenta oggi il primo partner commerciale dell’arcipelago. Bisogna anche considerare che, per via delle politiche fortemente anticomuniste di suo padre Ferdinand, il comunismo è praticamente bandito nelle Filippine, ed i tre partiti comunisti esistenti sono considerati organizzazioni terroristiche illegali. Sarebbe una svolta importante se Bongbong decidesse di riabilitare il Partido Komunista ng Pilipinas (PKP) e le altre organizzazioni marxiste-leniniste, anche se questo non sembra far parte del suo programma.

Proprio il PKP ha rilasciato un comunicato molto duro nei confronti della vittoria della coppia di figli d’arte Marcos-Duterte, denunciando dei brogli nel conteggio automatizzato dei voti. “La “vittoria” preprogrammata di Marcos oscura grossolanamente il fatto che il popolo filippino è disincantato dalla tirannia e dalla dittatura e ne ha abbastanza delle politiche oppressive e della repressione sotto il regime di Duterte che Marcos Jr. promuove ed elogia”, si legge sul sito del PKP. “Il Partito è determinato a unire e guidare il popolo filippino nella sua lotta per la democrazia contro la tirannia e la dittatura, e portare avanti la rivoluzione democratica nazionale con la massima determinazione”. Ancora una volta, riteniamo le critiche del PKP legittime in quanto motivate da ragioni diverse rispetto a quelle opportuniste dell’imperialismo statunitense, che a distanza di decenni rinnega i regimi dittatoriali che aveva precedentemente imposto.

Tra i candidati ammessi alle elezioni, il programma maggiormente progressista era certamente quello di Leody de Guzman, leader del Partito delle Masse Lavoratrici (Partido Lakas ng Masa, PLM), che però ha ottenuto solo lo 0,17% delle preferenze, dimostrando come le idee progressiste non abbiano ancora attecchito tra le masse popolari dell’arcipelago. Il programma di Leody de Guzman, che prevedeva persino la revisione degli accordi militari con gli Stati Uniti, ha ottenuto anche il sostegno di Noam Chomsky.

Da tenere in considerazione nelle dinamiche del prossimo governo ci sara anche la grande frammentazione delle forze in parlamento, il che costringerà il nuovo presidente a scendere a compromessi con gli altri partiti. Sulla carta, Marcos dovrebbe poter contare sulla maggioranza assoluta grazie al sostegno che gli è stato garantito dai due partiti maggiormente presenti nella Camera dei Rappresentanti, il Partito Democratico delle Filippine-Potere della Nazione (Partido Demokratiko Pilipino-Lakas ng Bayan, PDP-Laban) ed il Partito Nazionalista delle Filippine (Partido Nacionalista ng Pilipinas, PN). Le forze governative dovrebbero poter contare su almeno 174 seggi sui 316 che compongono la camera bassa di Manila, mentre al Senato potrebbero pesare i cinque senatori indipendenti, visto che al momento le forze che appoggiano Marcos dispongono di 10 seggi su 25.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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