Iraq: il Partito Comunista denuncia la violazione della Costituzione

Otto mesi dopo le elezioni, l’Iraq non ha ancora un governo né un presidente. Il Partito Comunista denuncia la violazione della Costituzione e chiede un cambiamento radicale nelle istituzioni irachene.

A diciotto anni di distanza dall’invasione statunitense, l’Iraq è un Paese instabile e frammentato politicamente, come dimostrano le vicende degli ultimi mesi. Otto mesi dopo lo svolgimento delle elezioni legislative, infatti, a Baghdad non si è ancora formato un nuovo governo, né i partiti sono riusciti a trovare un accordo per l’elezione del nuovo presidente, che, secondo la Costituzione irachena, dovrebbe avvenire entro un mese dalla prima seduta del nuovo parlamento.

Questa situazione si deve soprattutto all’ostracismo che le altre forze politiche hanno messo in piedi Muqtada al-Sadr, leader sciita del Movimento Saadrista, che con i suoi alleati controlla 73 seggi su 329, rappresentando il gruppo più numeroso all’interno dell’emiciclo di Baghdad. Secondo al-Sadr, il principale ostacolo alla nascita del nuovo governo viene proprio dagli altri partiti sciiti, che stanno boicottando il parlamento e che sono fortemente influenzati dal vicino Iran.

Muqtada al-Sadr si è allora rivolto ad altre forze politiche, ed ha trovato il sostegno di un gruppo di partiti sunniti riuniti sotto l’egida dell’Alleanza per la Sovranità e dei curdi del Partito Democratico del Kurdistan (Partiya Demokrat a Kurdistanê, PDK). In questo modo, le tre formazioni, con il sostegno di alcuni parlamentari indipendenti, potrebbero raggiungere una maggioranza di 180 seggi su 329, ma al momento non possono formare un nuovo governo, in quanto, secondo la Costituzione, è necessario prima eleggere un nuovo presidente.

Sempre secondo la legge fondamentale irachena, il presidente deve essere eletto con una maggioranza qualificata di due terzi, pari a 220 seggi su 329. Al momento, però, questo non è possibile, in quanto le formazioni sciite filoiraniane continuano a boicottare il parlamento, mentre l’Unione Patriottica del Kurdistan (Yeketî Niştîmanî Kurdistan, YNK), rivale del PDK, si ostina a sostenere il presidente in carica, Barham Ṣāliḥ, che occupa la presidenza dal 2018. Al contrario, al-Sadr ha proposto la candidatura di un membro del PDK, Rebar Ahmed, attuale ministro degli interni del governo regionale del Kurdistan iracheno, che però difficilmente potrà superare l’ostracismo del YNK.

I principali blocchi politici hanno la capacità di trovare una soluzione allo stallo, ma non c’è una seria volontà di farlo“, ha affermato Ali al-Baider, analista politico iracheno, intervistato da Al Jazeera. “L’opzione di scioglimento del parlamento non è plausibile, poiché molti parlamentari potrebbero non essere in grado di mantenere i seggi che hanno ottenuto nelle ultime elezioni“, ha proseguito l’esperto. “Come sempre, gli iracheni sono i grandi perdenti del processo politico e dei governi che sono venuti dall’invasione americana dell’Iraq nel 2003 in poi“, ha aggiunto al-Baider. “Anche se il parlamento venisse sciolto e ne venisse eletto uno nuovo, qual è la garanzia che il prossimo parlamento non avrà lo stesso problema?“.

Il Partito Comunista Iracheno aveva sottolineato le criticità del sistema politico nazionale già prima delle elezioni, decidendo di boicottare la tornata legislativa, che del resto ha registrato un’affluenza alle urne molto bassa (43,3%). Già allora, i comunisti iracheni avevano sottolineato che l’attuale sistema elettorale è “progettato per perpetuare il corrotto sistema di condivisione del potere etno-settario che è stato installato dopo la guerra degli Stati Uniti e l’occupazione del Paese nel 2003”.

Lo scorso 24 aprile, il quotidiano Tareeq Al-Shaab (“Percorso del Popolo”), organo ufficiale del Partito Comunista, ha pubblicato un editoriale nel quale denunciava la violazione della Costituzione da parte del parlamento per i ritardi nell’elezione del presidente e nella formazione del nuovo governo.

È chiaro che queste ripetute violazioni minacciano la “struttura democratica” dello Stato, poiché la Costituzione è garante e regolatrice della vita politica del Paese. Negli ultimi anni, i gruppi politici al potere hanno continuato a eludere gli articoli della Costituzione, cercando di assoggettarla a accordi politici, conflitti e liti, tentando anche nelle questioni critiche di sostituire la Costituzione e il suo testo con i cosiddetti “costumi” inventati da forze e blocchi dominanti”, si legge nell’articolo.

Il testo ricorda che l’art. 72 della Costituzione obbliga il parlamento ad eleggere un nuovo presidente entro trenta giorni dalla data della sua prima seduta, mentre l’art. 50 obbliga i parlamentari ad attuare le legislazioni in modo onesto e imparziale. “Tuttavia, ciò che è accaduto è che fazioni del parlamento, boicottando le sessioni per l’elezione del Presidente della Repubblica, hanno violato il giuramento previsto dall’articolo 50, ostacolando così l’attuazione dell’articolo 73”.

Ciò non solo ostacola l’elezione del presidente, ma anche la formazione del nuovo governo. Ciò impedisce inoltre l’approvazione del bilancio per il 2022, con le conseguenti ripercussioni sulla vita dei cittadini, sull’operato delle istituzioni statali e sull’economia irachena nel suo complesso”, si legge ancora nell’editoriale.

Pur avendo boicottato le ultime elezioni, è bene ricordare che il Partito Comunista aveva partecipato alle elezioni del 2018 all’interno dell’Alleanza per le Riforme, della quale faceva parte anche il Movimento Saadrista. L’alleanza vinse le elezioni, risultando la prima forza politica del Paese con il 14,38% delle preferenze, ma fu costretta a scendere a compromessi con numerose altre forze politiche per permettere la formazione del governo.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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