Senegal: il potere di Macky Sall indebolito di fronte ai separatisti della Casamance

Il presidente deve affrontare l’intensificarsi della lotta separatista nella regione meridionale, mentre le elezioni legislative hanno visto il suo partito perdere la maggioranza assoluta.

Per molto tempo, il Senegal è stato descritto come uno dei Paesi più stabili del continente africano, anche se questo giudizio è stato spesso figlio dell’accondiscendenza dei governi di Dakar nei confronti delle potenze occidentali. Oggi, però, il governo del presidente Macky Sall si trova di fronte a numerose difficoltà, come dimostrato dal deludente risultato delle elezioni legislative e dall’intensificarsi della lotta indipendentista nella regione meridionale della Casamance.

La lotta separatista di questa regione incastonata tra Gambia e Guinea-Bissau ha in realtà avuto inizio nel 1982, e si è trascinata fino ad oggi con un breve cessate il fuoco tra il 2014 e il 2015. L’origine del separatismo si deve al fatto che la regione è abitata prevalentemente dall’etnia Jola di religione cristiana, mentre nel resto del Paese sono maggioritari i gruppi etnici Wolof, Fula e Serer, e la regione prevalente è l’Islam. Per questo motivo, i Jola si ritengono discriminati dal governo centrale, ed effettivamente la Casamance è una delle regioni meno sviluppate del Paese africano, nonostante negli anni ‘90 siano stati scoperti giacimenti petroliferi.

Al momento della sua prima elezione, nel 2012, Macky Sall promise di concedere maggiore autonomia alla regione, raggiungendo un accordo provvisorio con gli indipendentisti del MFDC (Mouvement des Forces Démocratiques de Casamance). Tuttavia, il mancato mantenimento delle promesse da parte di Sall, unito all’ingerenza del governo del vicino Gambia, allora guidato da Yahya Jammeh, a sostegno del MFDC, ha portato alla ripresa della lotta armata a bassa intensità.

Nel marzo di quest’anno, l’esercito senegalese ha lanciato un’operazione contro i ribelli, affermando che i militanti del MFDC si dedicherebbero anche a pratiche illegali come la coltivazione della cannabis. Gli scontri hanno causato lo sfollamento di oltre 6.000 abitanti dei villaggi sia in Senegal che in Gambia. L’intensificarsi degli scontri armati non ha certo portato giovamento al governo di Macky Sall, che ne ha pagato lo scotto in occasione delle elezioni legislative del 31 luglio.

Nella precedente legislatura, infatti, Sall poteva contare su una solida maggioranza composta da 125 parlamentari sui 165 seggi dell’emiciclo di Dakar. Tuttavia, la rappresentanza del suo partito, l’APR (Alliance pour la République), è scesa a soli 82 scranni, un numero che non permette il raggiungimento della maggioranza assoluta per un solo seggio. L’APR resta il primo partito del Paese, ma vede l’ascesa di una nuova forza di opposizione, composta dal partito YAW (Yewwi Askan Wi), fondato nello scorso settembre da Ousmane Sonko, e da Wallu Sénégal, la formazione dell’ex presidente Abdoulaye Wade, in carica tra il 2000 ed il 2012, che nel complesso hanno ottenuto 80 seggi. Da notare anche che i due principali partiti di opposizione hanno ottenuto la maggioranza dei voti nella capitale Dakar. Gli ultimi tre scranni sono andati ad altrettante forze minori.

Sebbene una situazione di questo tipo sia comune in molti Paesi, il Senegal non ha mai avuto un’Assemblea Nazionale senza una maggioranza assoluta e un presidente senegalese non ha mai governato senza che il suo partito detenesse la maggioranza. Sall dovrà dunque scendere a compromessi nel tentativo di ottenere almeno un voto favorevole da parte delle forze di opposizione, o addirittura dovrà fare i conti con un parlamento di orientamento politico opposto al suo.

Questo risultato certo non risulta incoraggiante in vista delle presidenziali del 2024, alle quali Sall potrebbe presentarsi grazie alla riforma costituzionale che egli stesso ha fatto approvare. Sulla carta, Sall ha proposto una riforma che limita i poteri presidenziali, riducendo la durata del mandato da 7 a 5 anni, ma allo stesso tempo questa gli concederebbe di presentarsi per un terzo mandato consecutivo, cosa non permessa dalla legge precedente. Tuttavia, va detto che il suo oppositore Abdoulaye Wade, che oggi critica aspramente il presidente in carica, utilizzò a sua volta un escamotage di questo tipo per presentarsi per un terzo mandato nel 2012, venendo sconfitto dallo stesso Sall.

Per il momento, il presidente Macky Sall non ha ancora ufficializzato la sua candidatura per un terzo mandato nel 2024. Sebbene la riforma costituzionale glielo consenta, il capo di Stato tenterà nei prossimi due anni di tastare il clima politico del Paese, e potrebbe anche farsi da parte per evitare ulteriori scontri tra i suoi sostenitori e gli oppositori. Proteste violente avevano già avuto luogo il mese scorso, quando il Consiglio Costituzionale aveva escluso alcuni esponenti di spicco dell’opposizione dalla corsa per le legislative.

Il clima di alta tensione politica tra governo e opposizione, unito all’intensificarsi della lotta separatista nella regione della Casamance, rischia di mettere definitivamente a nudo le debolezze del sistema senegalese, che nel passato, come detto, è stato spesso indicato come esempio di stabilità per il continente africano. In realtà, questa stabilità è stata spesso garantita dal pugno duro con il quale hanno governato i suoi presidenti, a partire da Léopold Sédar Senghor, leader incontrastato del Paese dall’indipendenza del 1960 fino al 1980. 

Nella sua storia indipendente, il Senegal è uno dei pochi Paesi africani a non aver mai visto un colpo di Stato, ma allo stesso tempo è stato tra quelli che ha mantenuto i legami più stretti con l’ex potenza colonizzatrice, la Francia, divenendo successivamente un partner anche degli Stati Uniti. Come al solito, del resto, l’influenza delle potenze straniere resta un fattore spesso determinante per la politica dei Paesi africani. Per tali ragioni, le potenze occidentali hanno tutto l’interesse a scongiurare una crisi politica in Senegal, e potrebbero intervenire per convincere Macky Sall a rinunciare al terzo mandato.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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