Kenya: disordini dopo la vittoria di William Ruto alle presidenziali

Le elezioni presidenziali in Kenya hanno evidenziato la forte spaccatura presente nel Paese tra i sostenitori di William Ruto e quelli di Raila Odinga.

Il 9 agosto si sono svolte le elezioni presidenziali in Kenya, che hanno segnato la fine della presidenza di Uhuru Kenyatta, in carica dal 2013, e impossibilitato a ripresentarsi per il limite dei due mandati previsto dalla Costituzione. La sfida per la massima carica ha dunque visto di fronte William Ruto, vicepresidente uscente e, almeno in teoria, rappresentante del governo in carica, e l’ex leader dell’opposizione, Raila Odinga, che ha occupato l’incarico di primo ministro (2008-2013) ai tempi della presidenza di Mwai Kibaki. Paradossalmente, tuttavia, il presidente uscente Kenyatta ha dato il proprio sostegno alla candidatura di Odinga, viste le tensioni emerse tra lui e Ruto nel corso dell’ultima legislatura dopo lo “storico” patto Kenyatta-Odinga.

Secondo i risultati ufficiali, William Ruto, leader del partito United Democratic Alliance (UDA) e della coalizione Kenya Kwanza (KK), sarebbe risultato vincitore al primo turno, avendo ottenuto la maggioranza assoluta dei voti, con il 50,49% dei consensi, superando inoltre la barriera dei sette milioni di schede a suo favore. Il distacco tra i due contendenti, tuttavia, è stato di poco più di 200.000 voti, visto che Odinga, candidato per il partito Azimio la Umoja–One Kenya Coalition Party, ha ottenuto il 48,85% delle preferenze. Sono invece rimasti ampiamente sotto il punto percentuale gli altri due candidati alla presidenza, George Wajackoyah e David Waihiga.

I risultati di queste presidenziali mostrano una netta spaccatura all’interno del Paese africano, degenerata in scontri e disordini dopo l’annuncio della vittoria di Ruto. Inoltre, Odinga sarebbe pronto a presentare un ricorso per far invalidare il risultato elettorale, sostenuto anche da quattro membri della commissione elettorale: “Raila Odinga e il suo partito hanno sette giorni per presentare una petizione alla Corte Suprema“, ha spiegato l’analista politico Javas Bigambo, intervistato da Al Jazeera. Nel caso in cui il ricorso dovesse essere accolto, verrebbero organizzate nuove elezioni entro 60 giorni. Questo avvenne già nel 2017, quando Odinga fece annullare i risultati delle elezioni vinte da Uhuru Kenyatta, salvo poi raggiungere un accordo con il suo rivale a lasciargli via libera per la presidenza.

Molti temono che, nel frattempo, le violenze e gli scontri possano ulteriormente aggravarsi come avvenuto in occasione delle elezioni del 2007, quando Kibaki sconfisse lo stesso Odinga per un margine di voti molto simile a quello con cui è stato dichiarato vincitore Ruto, e il bilancio finale fu di 1.200 morti.

Dirigerò un governo trasparente, aperto e democratico e lavorerò con l’opposizione nella misura in cui rappresenteranno una misura di controllo sulla mia amministrazione“, ha detto Ruto nel suo discorso di vittoria. Odinga, al contrario, ha attaccato Ruto affermando che il risultato delle elezioni sarebbe nullo: “Il nostro punto di vista è che le cifre annunciate dal [presidente della commissione elettorale Wafula] Chebukati sono nulle e devono essere annullate dal tribunale“, ha dichiarato colui che concorreva per la quinta volta alle elezioni presidenziali.

Secondo gli analisti, Ruto avrebbe ottenuto la vittoria in quanto non ha posto il tema etnico al centro della propria campagna elettorale, rivolgendosi indistintamente agli elettori di tutto il Paese. Al contrario, si è presentato come rappresentante delle classi meno agiate, provenendo da un passato di povertà rispetto agli altri principali uomini politici kenioti, tutti eredi di “dinastie politiche”. Odinga, che a lungo si era presentato come oppositore della dinastia Kenyatta, è a sua volta divenuto un membro dell’establishment dopo l’accordo raggiunto nel 2017, lasciando al vicepresidente Ruto l’impellenza di rappresentare la vera opposizione al presidente.

A tal proposito, va ricordato che i padri di Kenyatta e Odinga, Jomo Kenyatta e Jaramogi Odinga, furono rispettivamente il primo presidente e il primo vicepresidente del Paese dopo l’indipendenza. Il loro partito, denominato Kenya African National Union (KANU), era composto principalmente da elementi originari dei gruppi etnici Kikuyu e Luo, le tribù da cui provenivano i due uomini, rendendo la discriminante etnica come uno dei fattori decisivi nella politica keniota nei decenni passati. Tuttavia, nel 1966, solamente tre anni dopo l’indipendenza, sorsero forti divergenze tra i due, e Odinga si dimise dalla vicepresidenza, divenendo il primo oppositore di Kenyatta.

William Ruto, al contrario, nacque in un villaggio relativamente povero da una famiglia di etnia Kalenjin e, secondo le sue stesse parole, da ragazzo vendeva “pollo e noccioline per le strade”. Tuttavia, è riuscito a farsi strada nella politica nazionale dominata dalle etnia Kikuyu e Luo, occupando importanti incarichi fino a raggiungere la vicepresidenza, divenendo anche presidente ad interim per tre giorni nel 2014, mentre Kenyatta era imputato in un processo.

Ruto si è identificato con le persone che vanno al supermercato e non hanno soldi per comprare quello che stanno guardando“, ha detto ad Al Jazeera Edward Kisiangani, professore di studi politici alla Kenyatta University e consulente di Ruto. “Raila Odinga era un progetto statale di un presidente debole che ha rovinato la nostra economia“, ha aggiunto. “Ruto è arrivato con un progetto economico che prometteva di portare un cambiamento nella vita di molti. La gente ha visto quel progetto come un percorso verso la prosperità economica”.

Nel corso della presidenza di Uhuru Kenyatta, in effetti, il debito pubblico del Kenya è aumentato di ben quattro volte, mentre la disoccupazione ha raggiunto livelli record. Tuttavia, non va dimenticato che lo stesso Ruto ha a lungo sostenuto il governo di Kenyatta, e che anche lui è stato accusato di corruzione e crimini contro l’umanità.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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