La guerra dei consolati tra USA e Cina

La chiusura del consolato generale cinese di Houston ha innescato una reazione a catena che ha avuto come unico effetto quello di deteriorare ulteriormente le relazioni bilaterali tra Cina e Stati Uniti. Ancora una volta, le politiche dell’amministrazione Trump nei confronti di Pechino si basano sulla menzogna e non potranno che risultare fallimentari.

La nuova guerra fredda multidimensionale tra Stati Uniti e Cina prosegue su nuovi livelli, fino a coinvolgere le rappresentanze diplomatiche dei due Paesi. Dopo la guerra commerciale e quella tecnologica, quella diplomatica rischia di creare un solco incolmabile tra le due superpotenze del XXI secolo, e la responsabilità di questa svolta negativa nella relazioni sinostatunitensi non può che ricadere sull’amministrazione di Donald Trump, che ne gli ultimi mesi ha fatto di tutto per deteriorare i rapporti con Pechino.

Come noto, Washington ha recentemente richiesto la chiusura del consolato generale cinese di Houston, in Texas: “Gli Stati Uniti hanno chiesto bruscamente che il consolato generale cinese a Houston cessi tutte le operazioni e gli eventi entro un limite di tempo. È una provocazione politica lanciata unilateralmente dalla parte americana, che viola gravemente il diritto internazionale, le norme di base che regolano le relazioni internazionali e l’accordo consolare bilaterale tra Cina e Stati Uniti”, ha reagito l’ambasciata cinese negli USA.

Gli Stati Uniti hanno sostenuto che la chiusura del consolato di Houston si sarebbe resa necessaria per via delle operazioni di “spionaggio” portate avanti dalla Cina attraverso la rappresentanza diplomatica in Texas. Le autorità cinesi, invece, affermano di aver rispettato in ogni momento la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche e la Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari. “Al contrario”, si legge ancora nella nota dell’ambasciata cinese, “gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni ingiustificate al personale diplomatico cinese negli scorsi mesi di ottobre e giugno”, rendendosi colpevoli di violazioni come l’apertura di buste ed il sequestro di merci destinate ai consolati cinesi.

In risposta alla mossa decisa unilateralmente dagli Stati Uniti, il ministro degli esteri Wang Yi ha informato l’Ambasciata degli Stati Uniti in Cina della sua decisione di revocare il consenso per l’istituzione e il funzionamento del consolato generale degli Stati Uniti a Chengdu, nella provincia del Sichuan (nord-ovest del Paese). “La mossa degli Stati Uniti ha violato gravemente il diritto internazionale, le norme di base delle relazioni internazionali e i termini della Convenzione consolare Cina-Stati Uniti. Ha gravemente danneggiato le relazioni Cina-Stati Uniti“, si legge nella nota rilansciata dal Ministero degli Esteri di Pechino. “La misura adottata dalla Cina è una risposta legittima e necessaria all’atto ingiustificato degli Stati Uniti. È conforme al diritto internazionale, alle norme di base delle relazioni internazionali e alle consuete pratiche diplomatiche“.

Sin dall’inizio della crisi diplomatica tra i due Paesi, il governo cinese ha sottolineato come il deteriorarsi delle relazioni bilaterali tra Cina e Stati Uniti sia da attribuire unicamente al comportamento dell’amministrazione statunitense. Al contrario, la Cina è pronta a fare un passo indietro nel momento in cui gli Stati Uniti decideranno di revocare la chiusura del consolato di Houston: “L’attuale situazione nelle relazioni Cina-USA non è ciò che la Cina desidera vedere, e gli Stati Uniti sono responsabili di tutto ciò. Chiediamo ancora una volta agli Stati Uniti di ritirare immediatamente la decisione sbagliata e creare le condizioni necessarie per riportare le relazioni bilaterali sulla buona strada”.

La stampa cinese ha anche fatto notare come siano in realtà gli Stati Uniti ad utilizzare le proprie rappresentanze diplomatiche per finalità di intelligence, formalmente vietate, in particolare per quanto riguarda il consolato di Hong Kong e Macao, con sede nella prima città. Washington dispone infatti di un personale di ben 1.100 unità presso il consolato di Hong Kong, un numero assolutamente spropositato, che era salito addirittura a 1.600 nel momento più acuto delle proteste che si sono verificate lo scorso anno presso il “porto profumato”. Nonostante Hong Kong sia un territorio autonomo sotto la sovranità cinese, invece, Pechino dispone solamente di duecento unità presso la propria rappresentanza.

Nell’agosto del 2019, durante i disordini di Hong Kong, Julie Eadeh, capo dell’unità politica del consolato americano di Hong Kong e Macao, ha incontrato i leader secessionisti, tra cui Joshua Wong, Nathan Law Kwun-chung e Martin Lee Chu-ming, dimostrando la doppia finalità del consolato statunitense di Hong Kong. Per il momento, tuttavia, il governo cinese ha deciso di chiudere unicamente il consolato statunitense di Chengdu, strategicamente importante in quanto competente per aree “critiche” come il Tibet e lo Xinjiang, anche se molti analisti politici del Paese asiatico hanno affermato che Pechino dovrebbe porre dei limiti numerici al personale delle rappresentanze diplomatiche straniere, per evitare che queste si trasformino in centri di intelligence.

Come se non bastasse, la tensione tra Cina e Stati Uniti è ulteriormente aumentata venerdì sera, quando le forze dell’ordine statunitensi sono entrate con la forza nei locali del consolato generale cinese a Houston. Tale operazione viola palesemente il diritto internazionale sulle basi diplomatiche e consolari, ed è stata condannata apertamente dal Ministero degli Esteri cinese, per bocca del portavoce Wang Wenbin.

Gli Stati Uniti stanno dunque proseguendo lungo la strada della tensione nelle relazioni con la Cina. Impossibilitati a mantenere il proprio ruolo di egemonia globale e fortemente colpiti dalla crisi sanitaria ed economica, sotto l’amministrazione Trump gli USA si sono lanciati in una serie di attacchi e calunnie contro il Paese che sta progressivamente prendendo il loro posto come prima potenza globale, come quando il presidente ha più volte attribuito alla Cina la colpa della disastrosa gestione della pandemia da covid-19 nel suo Paese. L’attuale politica statunitense sta ponendo definitivamente fine a quasi cinquant’anni di buoni rapporti tra i due Paesi, inaugurati nel 1972 con la visita di Richard Nixon in Cina.

Trump e Mike Pompeo hanno oramai definitivamente alzato il velo sulle loro ingerenze nella politica interna cinese, e l’attuale inquilino della Casa Bianca si è addirittura permesso di paventare un cambio alla guida del Partito Comunista Cinese. L’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della Cina è quello di un Paese con le spalle al muro, consapevole di essere in fase di declino e non più in grado di mantenere un ruolo egemone su scala planetaria. Allo stesso tempo, gli Usa mantengono il loro tradizionale atteggiamento imperialista e di ingerenza, pur non essendo in grado di incidere realmente sulla politica interna cinese. La Cina, invece, si propone come nuova guida mondiale in un contesto internazionale basato sulla pace, sulla cooperazione, sullo sviluppo e sul rispetto reciproco, favorendo il dialogo sullo scontro.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora.

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