La Serbia compie un passo verso l’UE?

L’esito del referendum costituzionale di domenica 16 gennaio potrebbe aver segnato un passo decisivo per l’ingresso della Serbia nell’UE. Per la gioia di coloro che puntano a trasformare il Paese in una preziosa fonte di litio.

Domenica 16 gennaio si è tenuto in Serbia un referendum costituzionale in cui si chiedeva alla popolazione di approvare il cambiamento della Costituzione del Paese, già approvato dal parlamento di Belgrado lo scorso 7 giugno. In particolare, la nuova carta costituzionale dovrebbe presentare importanti modifiche alle prerogative del potere giudiziario, con il fine dichiarato di allinearsi alle esigenze dell’Unione Europea e rimuovere il principale ostacolo all’ingresso della Serbia nell’UE. Se in precedenza i giudici e i pubblici ministeri venivano nominati dal parlamento, con la riforma i primi saranno nominati da un consiglio dei giudici, mentre per la seconda carica verrà istituito un concorso pubblico.

Per preparare il terreno all’approvazione della riforma costituzionale, nel dicembre del 2021, il governo ha frettolosamente approvato una legge per rimuovere il quorum del 50%, precedentemente considerato necessario per validare l’esito referendario. Questo significa che il referendum di domenica verrà considerato valido nonostante vi abbia partecipato meno di un terzo degli aventi diritto, per la precisione il 30,63%.

Come annunciato dal presidente Aleksandar Vučić, il 61,84% dei votanti si è espresso in favore della modifica costituzionale. “Mi congratulo con il popolo serbo che ha votato per le modifiche alla Costituzione“, ha detto il presidente. “La Serbia ha inviato un segnale positivo al mondo“. “Credo che saremo in grado, nel periodo che ci attende, di fare passi per un’ulteriore democratizzazione e indipendenza della magistratura“, ha proseguito Vučić. 

Come prevedibile, l’esito del referendum è stato accolto con giubilo dal mondo occidentale a guida statunitense, che in questo modo cerca di assicurarsi i servigi di un altro Paese dell’Europa orientale nel suo processo espansionistico verso est operato attraverso l’UE e la NATO. “Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Stati Uniti e Unione europea accolgono con favore il referendum nazionale della Serbia del 16 gennaio sulle modifiche costituzionali come un passo fondamentale per rafforzare l’indipendenza della magistratura e per rafforzare la trasparenza e l’efficacia delle istituzioni dello stato di diritto del Paese”, si legge in un comunicato congiunto rilasciato dalle potenze sopra elencate. “Riteniamo che queste riforme rappresentino un passo avanti verso l’allineamento della Serbia agli standard europei e sosterranno il processo di adesione della Serbia all’UE”, si legge nel documento.

In questo modo, le potenze imperialiste occidentali sperano di attirare a sé uno dei Paesi maggiormente legati alla Russia nell’ambito dell’Europa orientale. Tuttavia, vi sono anche altri interessi legati all’eventuale ingresso della Serbia nell’UE. Secondo alcune fonti, come il quotidiano serbo Blic, l’UE spera di sfruttare la regione serba occidentale di Jadar, che prende il nome dall’omonimo fiume, come fonte per l’estrazione di litio, etichettando quest’area come “zona sacrificale”. Il litio, come noto, è un elemento fondamentale per le batterie dei dispositivi elettronici, ma anche delle auto elettriche: il progetto è dunque quello di finanziare l’economia verde in Europa occidentale a scapito dell’ecologia di questa regione serba. L’ingresso della Serbia nell’UE, chiaramente, permetterebbe la rimozione di qualsiasi barriera all’importazione di questo prezioso elemento, facilitando ulteriormente l’operazione.

Oltre alla stampa serba, anche l’ONG Corporate Watch, con sede a Londra, ha denunciato questo progetto criminale: “In linea con l’agenda del trasporto verde dell’Unione Europea che promuove i veicoli elettrici, la regione serba di Jadar, come altre in Europa e nelle Americhe, è stata effettivamente contrassegnata come una ‘zona sacrificale’ per l’industria energetica“, afferma l’organizzazione ambientalista. 

Sotto la lente d’ingrandimento è caduta la Rio Tinto Group, una multinazionale anglo-australiana che è la terza azienda più grande del mondo nel settore dell’estrazione mineraria, e che ha effettuato diverse missioni esplorative presso i giacimenti di Jadar. I vertici della corporation hanno tentato di smentire le voci, ma, il 15 novembre, il portale N1 con sede a Belgrado ha pubblicato dei documenti nei quali si prova che l’azienda ha avuto contatti con le autorità dell’UE e con il governo tedesco circa lo sfruttamento dei giacimenti di litio in Serbia. All’interno di questi documenti si legge anche che la Rio Tinto ha informato la Commissione Europea di avere il sostegno politico del presidente serbo Aleksandar Vučić per il progetto.

Dopo la pubblicazione di queste carte, la Comissione Europea non ha potuto far altro che ammettere il proprio interesse per il litio serbo, commentando che “il progetto Jadar è un’ottima opportunità per lo sviluppo socio-economico della Serbia purché rispetti i più elevati standard ambientali”. Naturalmente non avrebbero potuto affermare nulla di diverso, ma sappiamo che queste dichiarazioni non assicurano nulla, e i fatti ci dicono che la realtà è ben diversa.

La questione ha attirato l’attenzione anche della grande stampa internazionale. Il The Guardian britannico ha pubblicato a novembre un lungo articolo sul progetto, citando una valutazione di un esperto secondo cui l’estrazione di litio comporterà un pesante tributo ambientale, generando 57 milioni di tonnellate di rifiuti nel corso del ciclo di sfruttamento della miniera. “Tali miniere sono per lo più aperte nei deserti proprio a causa dell’effetto dannoso sull’ambiente e sulla biodiversità“, ha dichiarato alla testata Dragana Đorđević, ricercatore dell’Università di Belgrado in ingegneria ambientale. “I bacini dei fiumi Drina e Sava, le cui risorse idriche riforniscono circa 2,5 milioni di persone, sono in pericolo”, ha affermato.

La Rio Tinto, del resto, non è nuova a scandali di questo tipo. In Australia, la società ha deliberatamente fatto saltare in aria un’antica grotta, uno dei siti di ricerca archeologica più significativi del Paese, nella quale erano stati trovati reperti risalenti a 46.000 anni fa. In Papua Nuova Guinea, la multinazionale ha sfruttato per anni la miniera di rame e oro di Panguna, scaricando 1 miliardo di tonnellate di rifiuti minerari nel delta del fiume Kawerong-Jaba, e causando in questo modo gravissimi danni ambientali.

La questione della miniera di Jadar ha provocato numerose proteste in Serbia, con i manifestanti che hanno bloccato le autostrade per alcuni giorni. Il risultato del referendum, tuttavia, mostra che la maggioranza della popolazione non è ancora cosciente delle conseguenze che potrebbe subire nel caso di un ingresso del Paese nell’UE.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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