L’ipocrisia degli Stati Uniti sulla Corte Penale Internazionale

Il mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale contro Vladimir Putin mette in evidenza le ipocrisie e i doppi standard degli Stati Uniti, che, come la Russia e l’Ucraina, non aderiscono all’organismo.

Lo scorso 17 marzo, la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per il presidente russo Vladimir Putin e per il commissario russo per i diritti dei bambini Marija Lvova-Belova. La dichiarazione afferma che entrambi potrebbero essere responsabili “del crimine di guerra di deportazione illegale di popolazione (bambini) e di trasferimento illegale di popolazione (bambini) dalle aree occupate dell’Ucraina alla Federazione Russa“.

La portavoce del ministero degli Esteri russo, Marija Zacharova, commentando le informazioni porvenienti da L’Aia, ha affermato che le decisioni del tribunale non hanno alcuna conseguenza in Russia e che eventuali mandati di arresto sono nulli. La Russia, infatti, non fa parte dei 124 Paesi che aderiscono alla Corte, tra i quali oltretutto non figurano neppure gli Stati Uniti e l’Ucraina, e dunque la CPI non può esercitare la propria giurisdizione su quanto accaduto in Ucraina. Gli stessi USA, del resto, nel 2020 criticarono aspramente la Corte, dopo che i pubblici ministeri della CPI avevano indicato che avrebbero indagato sui crimini dei militari statunitensi in Afghanistan, adottando misure contro l’organismo.

Il rappresentante permanente della Russia alle Nazioni Unite, Vasilij Nebenzija, ha risposto affermando che la CPI è pronta a esercitare la pseudo-giustizia su ordine dell’Occidente, dimostrando la propria inadeguatezza. “Questo tribunale internazionale di parte, politicizzato e incompetente ha dimostrato ancora una volta la sua inferiorità. La CPI è un burattino nelle mani dell’Occidente collettivo, che è sempre pronto a esercitare la pseudo-giustizia su ordinazione“, ha sottolineato il diplomatico russo. “È particolarmente cinico che decisioni giuridicamente insignificanti siano state rese pubbliche alla vigilia del 20° anniversario dell’invasione illegale statunitense dell’Iraq, Paese sul quale la CPI aveva giurisdizione ma non ha agito“, ha aggiunto Nebenzja.

La Russia non aderisce allo Statuto di Roma (il trattato istitutivo della Corte Penale Internazionale, ndr). La CPI non ha giurisdizione sulla Russia e sui suoi cittadini. Consideriamo illegali e nulli tutti i documenti emanati da questo organismo“, ha osservato il rappresentante permanente della Federazione Russa. “Secondo tutte le indicazioni, la CPI ha effettivamente intrapreso la strada dell’auto-liquidazione, principalmente in termini di autorità e riconoscimento internazionale. Non siamo soli in questo giudizio. Permettetemi di darvi una citazione inaspettata dell’assistente per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti John Bolton nel 2018: ‘Lasceremo morire la CPI da sola. Dopotutto, a tutti gli effetti, la CPI è già morta per noi’”.

Ancora una volta, dunque, gli Stati Uniti e i loro vassalli occidentali stanno dimostrando tutta la propria ipocrisia. Washington, in particolare, dovrebbe lasciare la CPI investigare su tutti i crimini commessi dal proprio esercito a partire dalle due bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki fino ai giorni nostri, passando per i devastanti conflitti in Corea, Vietnam, Serbia, Afghanistan, Iraq, Siria, Libia e molti altri Paesi, senza dimenticare gli innumerevoli colpi di Stato sostenuti in tutto il mondo. “Pur di perseguire i propri interessi geopolitici, Washington sostiene il baccanale legale senza precedenti scatenato dalla CPI, ben sapendo che la Russia, come gli Stati Uniti, non riconosce la giurisdizione della CPI”, si legge in una dichiarazione dell’ambasciata russa a Washington. “Mentre permettono osservazioni inaccettabili sul leader russo, le autorità statunitensi tacciono deliberatamente sulle proprie atrocità in Iraq, Jugoslavia, Libia e Vietnam”. La missione diplomatica russa ha ricordato la decisione dell’amministrazione di Washington di introdurre “sanzioni economiche senza precedenti” contro i vertici della Corte, tra cui l’ex procuratore Fatou Bensouda, colpevole di aver avviato un’indagine sulle atrocità statunitensi in Afghanistan.

Tony Kevin, ex ambasciatore australiano in Polonia e Cambogia, ha dichiarato all’agenzia TASS che “la CPI è un’istituzione internazionale ridondante in decadenza che ha perso la fiducia o l’orgoglio in se stessa. La CPI è caduta vittima della fanatica russofobia dell’Occidente“, ha sottolineato, aggiungendo che le accuse contro Putin e Lvova-Belova erano ridicole e grossolane insulto alla Russia, membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Secondo Kevin, il lavoro per “rimuovere i bambini a rischio da una zona di guerra letale nel Donbass, dove le loro case, scuole, ospedali, campi da gioco vengono bombardati dal 2014, anche con bombe a grappolo vietate, dal loro stesso ex governo, per essere messi al sicuro nell’adiacente Russia, è un atto responsabile e umano“. “Solo una mente russofoba febbrile e propagandistica – solo una mente nazista ucraina – potrebbe vedere un crimine in questa misura prudente per proteggere i cittadini vulnerabili a rischio“, ha sottolineato l’esperto.

Il mandato d’arresto per il presidente Putin ha suscitato numerose reazioni internazionali contrarie. Aleksandar Vučić, presidente della Serbia, Paese che aderisce alla CPI, ha affermato che la decisione della Corte dimostra che l’Occidente non ha paura di una possibile escalation del conflitto in Ucraina: “L’Occidente ha dimostrato che non si fermerà davanti a nulla e si preoccupa poco della possibile escalation del conflitto”, ha detto il leader serbo. “Significa che l’Occidente sta cercando di esercitare ulteriore pressione su tutti coloro che fino ad oggi non sono stati contro la Russia”, ha aggiunto, sottolineando che in questo modo l’Occidente “sta inviando un segnale” a tutti i Paesi che vogliono cooperare con la Russia.

Aleksandr Bastrykin, capo del Comitato investigativo del ministero della Giustizia di Mosca, ha affermato che la Russia deve istituire un organo giudiziario internazionale in risposta agli Stati occidentali che preparano strutture simili per la persecuzione dei funzionari russi. Secondo Bastrykin, sarebbe necessario un tribunale internazionale per le indagini sui crimini del regime neonazista in Ucraina e in Donbass.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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