Lo scontro tra USA e Cina ai tempi del coronavirus

L’epidemia di coronavirus, che ha oramai raggiunto tutti i continenti, sta acuendo lo scontro tra le due superpotenze del terzo millennio, mettendo in risalto le differenze tra due modelli politici contrapposti. E se il virus provenisse in realtà dagli Stati Uniti?

Alle prime avvisaglie dell’epidemia da nuovo coronavirus in quel di Wuhan, alcuni importanti esponenti di rilievo del governo statunitense erano addirittura pronti ad esultare, affermando apertamente che l’emergenza avrebbe fiaccato l’economia del rivale asiatico e favorito quella a stelle e strisce. Oggi, mentre la Cina ha quasi del tutto arginato l’emergenza, come sottolinea la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), secondo la quale il 70% dei malati cinesi sono oramai guariti, sono l’Europa ed il Nord America a dover affrontare una situazione che potrebbe rivelarsi ancora peggiore, a causa dei sistemi sanitari in gran parte o del tutto privatizzati, fiaccati dalle politiche di austerità, nonché di sistemi politici che nascondono la propria efficienza dietro la scusa di una presunta “democrazia”. A dimostrazione dei progressi effettuati dalla Cina, soprattutto nella provincia dello Hubei, quella di Wuhan, i sedici ospedali temporanei eretti per l’emergenza sono tutti stati dismessi entro martedì scorso ed il presidente Xi Jinping ha potuto dichiarare la vittoria del Paese sull’epidemia (leggi qui).

Dall’altra parte dell’Oceano Pacifico, oramai epicentro del mondo in sostituzione dell’Oceano Atlantico, il numero di casi sta rapidamente aumentando, nonostante gli Stati Uniti siano uno dei Paesi che ha effettuato meno tamponi rispetto alla propria popolazione (2.513 casi confermati su circa 9.000 test, secondo gli ultimi dati disponibili, con cinquanta decessi). A preoccupare è soprattutto la presenza di casi positivi in ben 42 stati più Washington D.C., fatto che dimostra una diffusione su scala nazionale dell’epidemia e rende di fatto impossibile l’isolamento di alcune aree specifiche, come ha invece fatto la Cina. Il sospetto, poi, è che lo scarso numero di tamponi nasconda numeri molto più grandi, sia tra i positivi che tra i morti.

Secondo l’esperto di relazioni sinoamericane Curtis Stone, “il governo degli Stati Uniti ha avuto molto tempo per prepararsi, ma la risposta è stata decisamente imbarazzante”. In un articolo pubblicato sul Quotidiano del Popolo (Rénmín Rìbào), Stone accusa il presidente Donald Trump ed il governo statunitense di aver minimizzato troppo a lungo i rischi corsi dai propri concittadini, additando la Cina come responsabile dell’epidemia ed utilizzando l’emergenza come pretesto per dare vita ad una campagna mediatica di denigrazione nei confronti del Celeste Impero, ignorando invece le indicazioni dell’OMS.

Lo stesso Curtis riporta anche le parole di Kurt Campbell, ex Assistente Sottosegretario di Stato per gli affari dell’Asia orientale e del Pacifico ai tempi della presidenza di Barack Obama. Campbell ha affermato che “le misure draconiane prese dai cinesi ci hanno concesso un po’ di tempo, ma non sono sicuro che abbiamo usato quel tempo in modo efficace”.

Il governo cinese ha messo al primo posto la vita e la salute delle persone nel tentativo di prevenire e controllare l’epidemia e riuscire a riunire l’intero sistema per questo scopo è un vantaggio del sistema cinese. Paesi diversi hanno sistemi diversi e il modo in cui rispondere a un’epidemia sarà diverso per ciascun Paese, ma mettere l’ideologia o l’agenda politica al di sopra della vita e della salute delle persone è irresponsabile”, attacca Curtis.

A dimostrazione di quanto afferma Curtis, basta osservare non solamente l’atteggiamento del governo statunitense, ma anche quello della stampa nordamericana ed occidentale in generale, che ha accusato la Cina di prendere misure che “comportano un costo elevato per i mezzi di sussistenza e le libertà personali delle persone”, mentre cambia completamente atteggiamento nel descrivere le decisioni prese dal governo italiano, lodato per il modo in cui “si sforza di contenere l’epidemia di coronavirus più grave in Europa”, nonostante la palese affinità, almeno teorica, di molti provvedimenti. Entrambi gli articoli figli di questo doppio standard sono stati pubblicati dal New York Times lo scorso 8 marzo, rendendo la contraddizione ancora più palese.

Il clima che si respira in Cina, lungi dall’essere di oppressione, è invece di grande collaborazione tra cittadini e governo, con rarissimi episodi di insubordinazione. Ad affermarlo è stato anche Bruce Aylward, team leader della missione congiunta OMS-Cina sul COVID-19, le cui parole sono curiosamente state riportate dallo stesso New York Times, il 4 marzo: “I giornalisti dicono: ‘Beh, agiscono solo per paura del governo’, come se fosse un malvagio regime di sputafuoco che mangia i bambini. Ho parlato con molte persone al di fuori del sistema – negli hotel, sui treni, nelle strade di notte. Sono mobilitati, come in una guerra, ed è la paura del virus che li sta guidando. Si vedono davvero come in prima linea nel proteggere il resto della Cina. E il mondo”.

Il sacrificio cinese ha certamente permesso all’epidemia di espandersi in maniera meno incontrollata, risparmiando statistiche peggiori alle altre province del Paese ed al resto del mondo. Ora che l’emergenza sembra rientrata, il governo di Pechino si sta anche prodigando nell’inviare aiuti ai Paesi più colpiti, come l’Italia. Secondo il suo sito ufficiale, la Croce Rossa Italiana ha ricevuto dalla Cina “ben nove bancali con ventilatori, materiali respiratori, elettrocardiografi, decine di migliaia di mascherine e altri dispositivi sanitari”, oltre ad un team di nove esperti che portano con sé l’esperienza accumulata in patria. “I nove esperti, sei uomini e tre donne capitanati dal vicepresidente della Croce Rossa Cinese, Sun Shuopeng, e da un illustre professore di rianimazione cardiopolmonare, Liang Zongan, sono rianimatori, pediatri, infermieri e figure che hanno gestito l’emergenza Coronavirus in Cina”, si legge ancora sul sito. Come sottolineato da Francesco Rocca, Presidente della Croce Rossa Italiana e della Federazione Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, il materiale arrivato dalla Cina è arrivato quasi interamente a titolo gratuito, mentre i ventilatori, prodotti da un’azienda privata cinese, verranno pagati a prezzi decisamente modici rispetto a quelli di mercato.

Anche la vicina Corea del Sud, con i suoi oltre ottomila casi di positivià, sta ricevendo tutta l’assistenza di Pechino. Il 9 marzo, l’ambasciata cinese a Seoul ha annunciato che la Cina avrebbe esportato mascherine per aiutare il Paese ad affrontare l’emergenza. Il primo lotto è stato inviato a destinazione martedì, includendo maschere chirurgiche e N95 per un totale di cinque milioni di pezzi. In precedenza, il governo cinese aveva già donato oltre un milione di mascherine e diecimila tute protettive alla Corea del Sud.

Ancora, il governo cinese ha inviato esperti della Croce Rossa Cinese in Iran e Iraq per aiutare le autorità ed i medici locali a contenere la malattia, ed ha offerto forniture mediche come kit per test dell’acido nucleico e mascherine al Giappone. “L’assistenza della Cina si differenzia in base alle condizioni nazionali dei destinatari“, ha dichiarato Jin Canrong, professore della Renmin University in un’intervista al Quotidiano del Popolo. Il professore ha spiegato che la Cina ha donato materiali a Paesi sviluppati come il Giappone e la Corea del Sud, poiché godono di tecnologie mediche avanzate e mancano solo di scorte temporanee, mentre per l’Iran la Cina non ha solo donato materiali medici, ma ha anche inviato esperti, offrendo un piano di trattamento del COVID-19 in lingua persiana.

In questa fase di emergenza, la Cina si dimostra ancora una volta all’avanguardia nel settore della solidarietà internazionale nei confronti degli altri Paesi, contrapponendosi ai modelli imperialisti e neocoloniali utilizzati generalmente dagli Stati Uniti e dalle altre potenze occidentali per rapportarsi con gli Stati degli altri continenti. Certo, in questo modo la Cina può sicuramente trarne vantaggio al fine di migliorare il proprio appeal internazionale e stringere relazioni più solide con altri governi, ma ciò non avviene con la forza della coercizione, bensì con quella della cooperazione, una differenza che molti commentatori ancora non riescono a cogliere quando paragonano la politica estera cinese a quella statunitense.

Intanto, il 13 marzo, una rivelazione shock ha lanciato un dubbio, che se verificato sarebbe quanto meno ironico: e se il nuovo coronavirus non fosse originario dalla Cina? E se venisse invece dagli Stati Uniti? Non stiamo parlando di teorie del complotto, ma di una possibile spiegazione che ancora deve andare incontro alle verifiche del caso, ma che potrebbe essere sostenuta da solide basi scientifiche.

È stato il portavoce del ministero degli esteri cinese, Zhao Lijian, a lanciare l’idea secondo cui le forze armate statunitensi potrebbero aver portato il COVID-19 a Wuhan. Zhao ha postato sul proprio account Twitter un video che mostra Robert Redfield, il direttore del Centro statunitense per il controllo e la prevenzione delle malattie, affermare che negli Stati Uniti potrebbero esserci stati morti per coronavirus ben prima dell’inizio dell’epidemia in Cina, e che questi sarebbero stati scambiati per morti da comune influenza stagionale. “Quanti dei 34 milioni di infezioni e 20.000 morti durante l’ultima stagione influenzale degli Stati Uniti erano in realtà correlati al COVID-19?”, ha chiesto Zhao Lijian.

Alcuni hanno dunque ricordato che, lo scorso ottobre, proprio la città di Wuhan ha ospitato l’evento sportivo dei Giochi Mondiali Militari, ai quali hanno partecipato numerosi rappresentanti delle forze armate statunitensi (172 in qualità di atleti, molti di più se si considera l’intera delegazione). Secondo alcuni scienziati, i primi casi di incubazione del virus a Wuhan potrebbero risalire proprio al mese di ottobre. Alla luce di queste considerazioni, le affermazioni di Zhao, secondo il quale “potrebbe essere stato l’esercito americano a portare l’epidemia a Wuhan”, non danno vita ad una teoria del complotto, ma ad una possibile scoperta dell’origine del nuovo coronavirus negli Stati Uniti, e non in Cina. Questo significherebbe che il virus sarebbe passato inosservato per mesi negli USA, scambiato per una manifestazione dell’influenza stagionale, e dunque renderebbe ulteriore merito ai cinesi, in grado di individuarlo e di isolarlo nel corso di poche settimane.

Per ora, resta solamente un’ipotesi.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora.

There are 2 comments

  1. Coronavirus: le figuracce di Donald Trump e lo studio che inchioda gli USA | World Politics Blog

    […] Ricercatori indipendenti cinesi e giapponesi hanno concluso che il virus sarebbe giunto in Cina solamente in un secondo momento. Raccogliendo campioni in dodici Paesi di quattro continenti, le autorità cinesi hanno identificato diverse varietà e mutazioni nel genoma del nuovo coronavirus, anticipando l’inizio dell’epidemia a novembre, alla conclusione dei Giochi Mondiali Militari ospitati dalla città di Wuhan, che hanno visto la partecipazione di un importante contingente statunitense (clicca qui). […]

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