La Palestina non sia merce di scambio

Il recente avvicinamento tra Israele ed Emirati Arabi Uniti per la normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi è stato giustamente respinto dalla Palestina, in quanto l’accordo usa i palestinesi come merce di scambio lasciando impunite le politiche criminali del governo israeliano, oltre a rispondere ai piani imperialistici statunitensi in Medio Oriente.

Questa volta c’è stato pieno accordo nelle dichiarazioni provenienti dai due principali movimenti politici palestinesi, Ḥamās (acronomo di Ḥarakat al-Muqāwama al-Islāmiyya, ovvero Movimento Islamico di Resistenza) e al-Fatḥ (“la Conquista”, impropriamente chiamato Fatah dalla stampa occidentale). Entrambi hanno infatti espresso il rifiuto dell’accordo raggiunto tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, con il benestare degli Stati Uniti, che prevede la normalizzazione delle loro relazioni diplomatiche in cambio della sospensione dell’annessione israeliana della Cisgiordania.

Il documento afferma che le delegazioni israeliana ed emiratina si incontreranno “nelle prossime settimane per firmare accordi bilaterali su investimenti, turismo, voli diretti, sicurezza, telecomunicazioni, tecnologia, energia, salute, cultura, ambiente, istituzione di ambasciate reciproche e altri settori. per reciproco vantaggio“. Nel testo si afferma anche che, oltre all’instaurazione di relazioni diplomatiche con gli Emirati Arabi Uniti, Israele accetta di sospendere la dichiarazione di sovranità sui territori della Cisgiordania per “concentrarsi sul rafforzamento dei legami con i paesi musulmani vicini“. Se portato a termine, si tratterebbe del terzo accordo di pace raggiunto da Israele con uno stato arabo dal 1948, dopo l’Egitto nel 1979 e la Giordania nel 1994.

Questo annuncio è una ricompensa per i crimini dell’occupazione israeliana, la normalizzazione è una pugnalata alle spalle per il nostro popolo“, ha dichiarato il portavoce di Ḥamās, Fawzi Barhoum. Gli ha fatto eco il membro del Comitato centrale di al-Fatḥ, Abbas Zaki, che ha detto ai media internazionali che l’accordo dimostra “l’assoluta dipendenza dai nemici della nazione araba“. A suo parere, il passo equivale alla “totale eliminazione di tutte le decisioni dei vertici nazionali arabi” e all’abbandono del “dovere nazionale, religioso e umanitario” nei confronti dei palestinesi.

Anche il presidente palestinese Mahmūd Abbās ha affermato di considerare l’accordo come un “tradimento” da parte del governo emiratino. “La leadership palestinese respinge e denuncia il sorprendente annuncio trilaterale di Emirati Arabi Uniti, Israele e Stati Uniti“, si legge in un comunicato diffuso dalla Presidenza palestinese tramite il suo portavoce, Nabil Abu Rudeineh.

Nella giornata di venerdì, centinaia di palestinesi hanno preso parte ad una manifestazione nella città di Nāblus per protestare contro l’accordo. Le proteste si sono poi allargate alle città di Gerusalemme ed Al Khalil (Hebron), dove i manifestanti si sono scontrati con la polizia israeliana ed hanno dato fuoco alle immagini dei tre fautori dell’accordo: il premier israeliano Benjamin Netanyahu, lo sceicco Mohammed Bin Zayed degli Emirati Arabi Uniti ed il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Non c’è dubbio, che dietro alla dichiarazione di facciata della sospensione dei progetti di annessione della Cisgiordania, vi sia ben altro. A spingere per il raggiungimento dell’accordo sono stati certamente gli USA, che in questo modo sperano di dare il via ad un processo di avvicinamento tra il governo israeliano ed i Paesi arabi alleati di Washington, con l’obiettivo finale di giungere ad un accordo tra Israele ed Arabia Saudita in chiave anti-iraniana. I movimenti di resistenza palestinesi hanno denunciato che il sionismo non ha fermato i suoi piani espansionistici, in cui continua a violare i diritti dei palestinesi, così che un processo di riconciliazione non è possibile nelle attuali circostanze. Lo stesso Netanyahu ha dichiarato che Israele non rinuncerà definitivamente all’annessione della Cisgiordania, e che l’accordo prevede solamente un congelamento del piano di espansione sionista. Israele, del resto, continua con le sue azioni militari illegali ai danni della Striscia di Gaza: l’ultima incursione risale a mercoledì scorso, alla vigilia dell’accordo con Abu Dhabi.

Comprendendo come l’accordo tra Israele ed Emirati Arabi risponda unicamente alle esigenze dell’imperialismo statunitense, e non alla causa palestinese né a quella della riappacificazione della regione mediorientale, il Ministero degli Esteri della Repubblica Islamica dell’Iran ha fatto sapere che l’accordo rappresenta un accoltellamento alla spalle del popolo palestinese e musulmano, e che porterà al rafforzamento dell’unità contro i sionisti e i regimi reazionari nella regione dell’Asia occidentale.

Anche il governo della Turchia ha condannato gli Emirati Arabi Uniti per aver danneggiato la causa palestinese con la sua decisione di normalizzare completamente le relazioni diplomatiche con Israele. Secondo Ankara, l’accordo viola il piano di pace arabo sviluppato nel 2002 dalla Lega Araba sotto la guida dell’Arabia Saudita e sostenuto dall’Organizzazione per la Cooperazione Islamica. Inoltre, il governo turco afferma che Israele e gli Emirati Arabi Uniti ignorano i diritti del popolo palestinese, nascondendosi dietro la presunta sospensione temporanea del piano di annettere i territori della Cisgiordania occupati alla giurisdizione israeliana.

Gli Emirati Arabi Uniti, che stanno cercando di fare calcoli segreti in combutta con il piano degli Stati Uniti, che è già nato morto e non ha validità, ignorano così la volontà della Palestina. La leadership degli Emirati Arabi Uniti non ha l’autorità di negoziare con Israele per conto della Palestina e di fare concessioni su questioni vitali per la Palestina, contro il consenso del popolo e dell’amministrazione palestinese“, si legge nella nota del Ministero degli Esteri turco. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha persino minacciato di ritirare il proprio ambasciatore ad Abu Dhabi, considerando che l’accordo con Israele minaccia la sovranità e la stabilità della Palestina.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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