Benin: secondo mandato presidenziale per Patrice Talon

Con un vero e proprio plebiscito, Patrice Talon ha ottenuto la vittoria alle elezioni presidenziali in Benin.

Le elezioni presidenziali dell’11 aprile in Benin hanno premiato, come da pronostico, il capo di Stato uscente, Patrice Talon, che ottiene in questo modo il suo secondo mandato alla guida del Paese dopo quello conquistato nel 2016. Candidatosi come indipendente, Talon ha conquistato il successo al primo turno, grazie ad uno schiacciante 86,36% di preferenze, a fronte di un’affluenza alle urne pari al 50,17%.

I suoi avversari non hanno potuto far molto per intralciare il presidente uscente: Alassane Soumanou, candidato per il partito Forces Cauris pour un Bénin émergent (FCBE), guidato dall’ex presidente Thomas Yayi Boni, non è andato oltre l’11,30%, mentre il terzo ed ultimo candidato, Corentin Kohoue, ha ottenuto il 2,35% dei consensi.

Nel suo messaggio di ringraziamenti dopo la vittoria, il presidente Talon ha inviato un importante segnale di voler aprire maggiormente il mondo politico alla componente femminile, citando Chabi Talata, attuale vicepresidente del parlamento del Paese africano, considerata come la donna politica più in vista del Benin: “Vorrei inviare un messaggio di orgoglio in particolare a Madame Chabi Talata, che durante queste campagne ha saputo rivelare al Benin nel suo insieme che abbiamo sbagliato a mettere da parte per un lungo tempo la nostra metà, la metà di ciascuno, la metà dell’intero Benin. Vorrei indirizzarle le mie congratulazioni, la mia ammirazione e dire che i prossimi cinque anni la disveleranno ancora più, e disvelando in questo modo le donne beninesi. Questa è la mia speranza”.

Il nostro sviluppo non dipende da chi ci guarda da lontano, da chi non capisce quello che facciamo o da chi si offende della nostra dignità”, ha proseguito Talon, riferendosi alle critiche provenienti soprattutto dalla stampa occidentale. “I beninesi sono rispettabili, hanno dignità e sanno dove stanno andando”, ha aggiunto. “Esorto i nostri concittadini a lavorare insieme per lo sviluppo comune. Da parte mia, darò il meglio di me, di più. Mi sforzerò di correggere i miei difetti, di migliorarmi”.

Questo voto è per me un segnale di sostegno al nostro sforzo comune, un segnale che insieme possiamo andare ancora oltre“, ha ancora detto Talon in un collegamento in diretta tramite i social media. “Negli ultimi cinque anni abbiamo intrapreso riforme difficili che hanno messo alla prova tutti“, ha affermato.

Certamente le critiche mosse dalla stampa occidentale ai danni di Talon derivano soprattutto dal fatto che la sua elezione ha posto fine al dominio delle forze che avevano governato il Paese sotto la presidenza di Yayi Boni. Talon ha tentato di imporre una linea meno dipendente dalle potenze occidentali e soprattutto dall’ex potenza coloniale francese: nel dicembre 2019, ha addirittura espulso dal Paese l’ambasciatore UE, il tedesco Oliver Nette, accusato di ingerenze in questioni di politica interna. L’attuale capo di Stato ha poi proposto alcune importanti riforme all’interno del Benin, come l’abolizione della carica di primo ministro. Inoltre, il presidente aveva proposto anche di limitare il numero di mandati presidenziali ad uno in luogo dei due attuali, ma tale riforma non ha ricevuto i consensi necessari da parte dell’organo legislativo.

Tuttavia, la presidenza di Talon è stata caratterizzata anche da un’intensificazione delle riforme economiche di stampo liberista che avevano avuto inizio sotto il suo predecessore. Altre critiche hanno riguardato lo svolgimento delle elezioni legislative del 2019, che hanno visto la partecipazione unicamente di partiti favorevoli all’attuale capo di Stato, l’Union Progressiste e il Bloc Républicain, escludendo le forze di opposizione. In quell’occasione, il boicottaggio indetto dall’opposizione aveva portato ad un record negativo di partecipazione nella storia del Paese, con solamente il 23% degli elettori che si è recato alle urne.

Precedentemente denominato Dahomey, il Benin ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1960, con il nome di Repubblica del Dahomey. Nel 1975, Mathieu Kérékou cambiò il nome del Paese in Repubblica Popolare del Benin, fondando un Paese socialista a partito unico, il Partito della Rivoluzione Popolare del Benin (Parti de la Révolution Populaire du Bénin, PRPB). Nel 1990, il PRPB decise di rinunciare al marxismo-leninismo e, nel 1991, le elezioni pluripartitiche vennero vinte dal liberale Nicéphore Soglo. Kérékou vinse nuovamente le presidenziali nel 1996, sotto i colori socialdemocratici del Fronte d’Azione per il Rinnovamento e lo Sviluppo (Front d’action pour le renouveau et le développement, FARD-Alafia), prima di cedere la presidenza al già citato Thomas Boni Yayi, nel 2006.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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