Slovenia: Janez Janša guida la UE, ma perde in patria

Il referendum sulle acque dello scorso 11 luglio ha assestato un duro colpo al governo di Janez Janša, proprio quando la Slovenia ha assunto la presidenza dell’Unione Europea.

Il 1° luglio la Slovenia ha iniziato il proprio semestre alla presidenza del Consiglio dell’Unione Europea. La carica è stata assunta dal primo ministro Janez Janša, leader del Partito Democratico Sloveno (Slovenska Demokratska Stranka, SDS) e capo del governo di Lubiana dal marzo dello scorso anno, tornato al potere in seguito alle dimissioni di Marjan Šarec dopo aver già ricoperto questo ruolo per due mandati in precedenza.

Rispetto al passato, il nuovo mandato di Janša è stato caratterizzato da uno spostamento delle sue posizioni verso destra: il primo ministro sloveno è stato l’unico leader mondiale ad essersi congratulato con Donald Trump per la sua presunta rielezione alla presidenza degli Stati Uniti, nonostante i numeri indicassero la vittoria di Joe Biden, inoltre ha stretto legami molto saldi con due principali governi di estrema destra nell’ambito dell’Unione Europea, quello ungherese di Viktor Orbán e quello polacco di Mateusz Morawiecki (il prestanome di Jarosław Kaczyński).

Sebbene vincitore delle elezioni del 2018 con il 24,92% delle preferenze, il partito SDS ha perso numerosi consensi da allora, e a dimostrarlo ci ha pensato il referendum sulle acque per il quale gli sloveni sono stati chiamati alle urne lo scorso 11 luglio. Andando con ordine, nel marzo di quest’anno, il parlamento sloveno ha approvato una legge che avrebbe consentito la costruzione di hotel e centri commerciali nelle zone costiere e sulle rive di fiumi e laghi, con gravi ricadute sugli ecosistemi acquatici e sulla qualità dell’acqua potabile. Le organizzazioni hanno risposto raccogliendo oltre 52.000 firme per indire un referendum, superando ampiamente le 40.000 firme richieste dalla legge in un Paese di meno di 1,7 milioni di elettori.

I partiti di governo – SDS, Nuova Slovenia – Partito Popolare Cristiano (Nova Slovenija – Krščanska Ljudska Stranka, NSi) e il Partito del Centro Moderno (Stranka Modernega Centra, SMC) – si sono naturalmente opposti al referendum, difendendo il contenuto della legge. I partiti dell’opposizione, invece, hanno sostenuto i referendum, appoggiati dalle organizzazioni ambientaliste e da numerose associazioni della società civile. 

Nonostante la grande mobilitazione, il timore era che l’affluenza alle urne avrebbe potuto mancare il quorum del 20%, visto che storicamente i referendum sono sempre poco partecipati in Slovenia. Nel 2018, ad esempio, un referendum sulla linea ferroviaria Divača-Koper fallì con una partecipazione inferiore al 16%. Al contrario, il referendum sulle acque ha visto la partecipazione del 46,15% degli aventi diritto, un numero più che sufficiente per convalidarne il risultato, ed uno schiacciante 86.60% dei votanti si è espresso per bocciare la legge del governo Janša.

I media sloveni non hanno potuto far altro che prendere atto del risultato storico ottenuto dal referendum, il secondo più partecipato nei trent’anni di indipendenza della Slovenia dopo quello del 2007, che però si era tenuto in concomitanza con le elezioni presidenziali. Un tale risultato è stato interpretato anche come una pesante sconfitta del governo in carica, che evidentemente non si trova in sintonia con la popolazione. Anche Igor Zorčič, membro del partito SMC e presidente dell’Assemblea Nazionale, ha dovuto ammettere che il risultato dimostra uno scarso sostegno nei confronti dell’esecutivo. Ad uscirne ringalluzzita è invece l’opposizione, a partire dai Socialdemocratici (Socialni Demokrati, SD), la cui leader, Tanja Fajon, ha proposto lo svolgimento di un voto di sfiducia nei confronti del governo.

Il governo di Janša è stato fortemente criticato anche per le sue politiche liberiste di privatizzazione, in particolare per quanto riguarda il settore della sanità: “Il governo di Janez Janša e i lobbisti ​​di NSi sono determinati a smembrare la salute pubblica e a risolvere il problema delle code accorciandole solo a quei pazienti che potranno permettersi costosi servizi d’élite!”, si legge sul sito di Levica (“Sinistra”), il partito della sinistra radicale slovena. “Il governo, con le sue politiche antisociali, ci sta portando passo dopo passo verso l’americanizzazione della sanità pubblica. Da un lato, costosi servizi d’élite per chi se li può permettere. Dall’altro servizi con attese ancora più lunghe e cessazione dei servizi per tutti gli altri”.

I tentativi di far passare una legge di questo tipo da parte del governo in carica sono apparsi ancor più fuori luogo in un contesto come quello della pandemia, che ha fatto emergere tutta l’importanza di avere un servizio sanitario pubblico ben funzionante e finanziato in maniera adeguata: “L’accesso alle cure è un diritto umano fondamentale che non deve essere compromesso in nessuna crisi maggiore o minore del capitalismo”, afferma Levica. “Qualsiasi liberalizzazione e privatizzazione del sistema significherebbe una riduzione dei diritti e un aumento delle disuguaglianze nella società. Sebbene ora sarebbero necessarie azioni decisive per assicurare la salute pubblica e rafforzarla, il governo di Janez Janša ignora i problemi di salute pubblica e li aumenta non intervenendo”.

La sinistra slovena ha pesantemente attaccato Janša anche sulla riforma fiscale di stampo liberista proposta dal suo governo. Secondo Levica, i tagli delle tasse proposti dall’esecutivo andrebbero unicamente a vantaggio delle classi più abbienti, colpendo invece la classe lavoratrice: “Con i 900 milioni di euro che il governo di Janša spenderà in agevolazioni fiscali per i ricchi, si potrebbero costruire circa 10.000 appartamenti pubblici senza fini di lucro, circa 15 cliniche o circa 150 nuove case di riposo per anziani. Tali progetti non sono solo più appropriati dal punto di vista della sicurezza sociale per tutti, ma sono anche una migliore misura anticrisi”. “La riforma fiscale del governo non è quindi solo fuorviante da un punto di vista sociale, ma significa anche una risposta fiscale economicamente fuori luogo all’attuale crisi economica”, conclude il comunicato.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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