Israele rinuncia al governo pur di opprimere i palestinesi

Dopo un solo anno di governo, Naftali Bennett ha alzato bandiera bianca al solo fine di estendere le norme di “emergenza” in Cisgiordania. In molti temono il ritorno al potere di Benjamin Netanyahu.

La nascita del governo di Naftali Bennett nel giugno del 2021 sembrava aver posto fine alla crisi politica di Israele, i cui cittadini erano andati al voto per quattro volte nell’arco di due anni e mezzo a causa dell’impossibilità di formare un governo stabile. Il governo Bennett era nato con il principale obiettivo di porre fine al dominio politico di Benjamin Netanyahu, che, nonostante le difficoltà e i guai giudiziari, era al potere ininterrottamente da ben dodici anni.

Il collante anti-Netanyahu ha però permesso al governo Bennett di sopravvivere solamente un anno. Il primo ministro e il suo vice e principale alleato, Yair Lapid, hanno infatti annunciato la dissoluzione della Knesset, il parlamento unicamerale del Paese mediorientale, con le nuove elezioni che dovrebbero svolgersi il prossimo 25 ottobre. Nel frattempo, Lapid dovrebbe assumere la carica di primo ministro ad interim, al fine di traghettare il Paese verso la scadenza elettorale.

Ma qual è il vero motivo della fine del governo Bennett? Il primo ministro ha dovuto fare i conti con l’impossibilità di far passare alla Knesset una legge per prorogare le norme di sicurezza d’emergenza per la Cisgiordania oltre il 30 giugno. Il procuratore generale Gali Baharav-Miara, infatti, ha riferito al primo ministro che questa legge emergenziale non poteva essere estesa oltre la data di scadenza. Bennett, allora, ha optato per sacrificare il proprio governo e sciogliere la Knesset indicendo nuove elezioni, mossa che permette l’estensione automatica delle norme di sicurezza israeliane alla Cisgiordania, ovvero sulle colonie illegali che Israele continua a costruire in territorio palestinese contro ogni norma di diritto internazionale.

Bennett ha affermato di aver indetto le elezioni “per prevenire il caos e danneggiare la sicurezza israeliana”, mentre altri membri del suo governo, come il ministro della Giustizia Gideon Sa’ar, hanno accusato i sostenitori della coalizione contrari al disegno di legge antipalestinese di irresponsabilità. In molti, in particolare, temono che le nuove elezioni possano favorire il ritorno al potere di Netanyahu, ma evidentemente questo timore non è stato sufficiente a far desistere Bennett. Del resto, l’oppressione dei palestinesi è ciò che mette d’accordo tutte le principali forze politiche israeliane.

Addirittura, alcuni analisti affermano che Netanyahu potrebbe tentare un colpo di mano formando un nuovo governo in seno all’attuale Knesset, qualora alcuni membri della maggioranza uscente decidessero di cambiare schieramento. L’ex primo ministro non ha mancato l’occasione per attaccare l’esecutivo di Bennett, definendolo il “peggiore governo nella storia dello Stato di Israele“. Netanyahu ha anche tutto l’interesse nel fermare la cosiddetta “legge sull’imputato” proposta dal governo dimissionario, che lo riguarderebbe direttamente, visto che attualmente “Bibi” è coinvolto in diversi procedimenti giudiziari.

Nel frattempo, come detto, l’oppressione del popolo palestinese sembra essere sempre in cima alla lista delle preoccupazioni dei politici israeliani. Il premier uscente Bennett ha infatti rivolto le sue minacce a Gaza: “Siamo in un periodo di instabilità politica, ma la stabilità della sicurezza che abbiamo creato deve rimanere“, ha affermato. “Non consiglierei a nessuno dall’altra parte di provare a sfidare la stabilità della sicurezza di Israele“.

Il primo ministro, secondo quanto riportato dalla stampa israeliana, ha elogiato il lavoro di sicurezza del suo governo nell’ultimo anno, dicendo che “abbiamo appena concluso l’anno più pacifico per i residenti nel sud di Israele negli iltimi quindici anni“. Bennett dimentica tuttavia di dire che le politiche del suo governo nei confronti dei palestinesi sono state tanto oppressive quanto quelle implementate da Netanyahu, e che gli ultimi mesi hanno registrato numeri record per quanto riguarda i morti e gli incarcerati tra la popolazione palestinese.

Il governo Bennett ha fatto di tutto per far passare le leggi che permetterebbero all’entità sionista di proclamare la propria sovranità sugli insediamenti illegali in Cisgiordania, ed ha fallito unicamente perché l’opposizione ha deciso di votare contro, non per una differenza di vedute, ma solamente per provocare la fine del governo in carica. Lo stesso primo ministro ha annunciato anche che voterà contro la legge che potrebbe impedire a Netanyahu di diventare nuovamente primo ministro, nonostante questa sia stata proposta da membri della sua coalizione, dimostrando come l’opposizione tra i due leader sia unicamente di facciata.

Ricordiamo ancora una volta che l’ex premier Netanyahu è attualmente sotto processo con l’accusa di corruzione, frode e violazione della fiducia. Nel corso dell’anno di governo, Bennett si era speso per bloccare il disegno di legge proposto dai suoi sostenitori che impedirebbe a qualsiasi membro della Knesset accusato di un crimine che include una condanna minima di tre anni di diventare primo ministro.

Il ministro della Giustizia Gideon Sa’ar, invece, ha annunciato che presenterà un disegno di legge per limitare il periodo di tempo in cui uno può servire come primo ministro a otto anni. Anche se le restrizioni del disegno di legge non si applicherebbero retroattivamente, il disegno di legge è considerato come un metodo per limitare il potere di Netanyahu, che è rimasto al potere per un totale di quindici anni, di cui dodici consecutivi, un record assoluto nella storia dell’entità sionista.

Quello che resta evidente è l’interesse comune di tutte le principali forze politiche israeliane, ovvero quello di violare continuamente il diritto all’esistenza stessa del popolo palestinese. Le forzature effettuate per estendere la sovranità israeliana sui territori palestinesi occupati ne è la dimostrazione tangibile, e questa politica non verrà modificata indipendentemente dalle formazioni che parteciperanno al prossimo governo.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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