Recensione – “Da Gorbačëv a Putin – Geopolitica della Russia” di Aleksej Puškov

Da Gorbačëv a Putin – Geopolitica della Russia (Sandro Teti Editore, 2022) è il nuovo libro di Aleksej Puškov che rappresenta una guida fondamentale per capire la geopolitica e la mentalità russa, reso ancora più attuale e quasi profetico alla luce della crisi in corso in Ucraina.

Da Gorbačëv a Putin – Geopolitica della Russia (Sandro Teti Editore, 2022) è la traduzione italiana dell’ultima opera di Aleksej Puškov, già deputato della Duma di Stato tra il 2011 ed il 2016, e successivamente senatore della Federazione Russa fino al 2021. Durante il suo mandato alla camera bassa del parlamento moscovita, ha inoltre occupato l’incarico di presidente del Comitato Affari Esteri della Duma di Stato, mettendo a frutto la grande esperienza maturata nel corso degli anni, sia come giornalista che come stretto collaboratore dell’ultimo leader sovietico, Michail Gorbačëv.

Nella sua opera, Puškov ripercorre gli ultimi 35 anni di storia russa, partendo dal declino dell’Unione Sovietica fino ad arrivare ai mesi che hanno preceduto l’inizio dell’operazione militare speciale russa in Ucraina. Il libro analizza le figure più importanti che hanno caratterizzato questo periodo storico, partendo da Michail Gorbačëv fino a Vladimir Putin, senza dimenticare la presidenza di Boris El’cin. L’opera, nel suo complesso, “offre il punto di vista russo dei rapporti tra Mosca e il blocco transatlantico negli ultimi trent’anni”, come sottolineato nella prefazione a cura di Paolo De Nardis (p. 10), e permette una comprensione approfondita del pensiero politico russo contemporaneo.

Le prime pagine sono naturalmente dedicate alla figura di Michail Gorbačëv, l’uomo che, volente o nolente, contribuì a scavare la tomba all’Unione Sovietica. Puškov, che, come detto, ebbe modo di lavorare al suo fianco e di contribuire alla stesura dei discorsi del leader, ne dà un giudizio molto duro: “Gorbačëv non possedeva le competenze necessarie, né aveva una preparazione adeguata per gestire un ampio processo di riforma. Anzi, probabilmente, egli non si rendeva neanche conto della complessità dei compiti che lo attendevano. […] Fu un errore gravissimo affidare la massima carica del Partito a una figura che aveva un’esperienza politica modesta e, per giunta, possedeva un orizzonte intellettuale piuttosto limitato” (p. 21).

Incensato dalla stampa occidentale, che del resto non poteva che osannare il rottamatore dell’URSS, l’ultimo leader sovietico non gode oggi di una considerazione positiva in Russia: “La perestrojka fu condotta in un modo disastroso, che suscita ancora oggi accesi dibattiti nella società russa e desta aspre critiche nei confronti di Gorbačëv, un leader che non solo mandò in pezzi l’Urss, ma infranse anche la rete d’influenza internazionale di Mosca” (p. 34). L’impreparazione di Gorbačëv fece il gioco di due personaggi certamente più scaltri, ovvero Boris El’cin ed Eduard Ševardnadze, futuri presidenti di Russia e Georgia rispettivamente, che non esitarono a voltargli le spalle per il proprio tornaconto personale. 

Sebbene alcuni in Russia considerino Gorbačëv come un infiltrato occidentale che avrebbe volutamente portato alla fine dell’URSS, Puškov, come detto, propende per la tesi dell’incompetenza, tanto in politica interna, quanto in politica estera. Il leader sovietico fu infatti protagonista di un atteggiamento compiacente nei confronti degli Stati Uniti, come dimostrano gli accordi per la riunificazione della Germania, nei quali l’Unione Sovietica fece numerose concessioni senza chiedere nulla in cambio, tanto da sorprendere gli interlocutori statunitensi. 

Queste considerazioni sono di grande attualità, visto che, tra gli accordi presi da Gorbačëv, rientra anche quello sulla non espansione ad est della NATO. Il leader sovietico, dimostrando ancora una volta i propri limiti, non chiese di sottoscrivere un trattato, ma si limitò ad accettare la “buona parola” del presidente George H. W. Bush, che sarebbe stata disattesa pochi anni dopo dal suo successore, Bill Clinton. Secondo Puškov, il leader sovietico non capì la differenza di vedute in politica estera tra russi e anglosassoni: mentre per i primi un accordo tra gentiluomini rappresenta una garanzia, per gli anglosassoni “le opportunità concrete e i rapporti di forza hanno molta più importanza delle parole” e “la loro politica estera si basa esclusivamente su un freddo calcolo di convenienza” (p. 48).

Al momento della fine dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti furono attraversati da un momento di grande euforia. Washington aveva sconfitto l’unico vero ostacolo al suo progetto egemonico su scala globale, ed ora la Russia sarebbe potuta essere finalmente trasformata in una provincia periferica dell’impero, o almeno così si pensava in America settentrionale. Boris El’cin, primo presidente della Russia post-sovietica, non fece nulla per smentire questo assunto, dando vita alla cosiddetta “diplomazia della sottomissione volontaria”. La linea guida del nuovo corso era “l’aprioristico rifiuto di tutto ciò che era sovietico” (p. 62).

Il giudizio dell’autore su El’cin non è meno duro rispetto a quello formulato su Gorbačëv: “El’cin era un uomo grossolano, che spesso compì gesti sconsiderati, soprattutto in politica estera. Non aveva una preparazione adeguata sulle questioni internazionali e prendeva per vero tutto ciò che gli dicevano i  leader occidentali, che da parte loro si valevano dell’ipocrisia come di un normale strumento diplomatico” (p. 67). Come il suo predecessore, anche costui incontrò il favore della stampa occidentale, in quanto aveva a sua volta contribuito alla fine dell’URSS ed alla conversione della Russia all’economia di mercato, ma divenne anche lo zimbello di mezzo mondo per via della sua propensione all’abuso di alcool, contribuendo a denigrare ulteriormente l’immagine internazionale del Paese.

Il presidente russo fece di tutto per mostrarsi come un interlocutore valido per Washington e l’Occidente, ma non fu mai preso realmente sul serio. El’cin sperava che gli Stati Uniti avrebbero accettato di trattarlo da pari, ma in realtà la “diplomazia della sottomissione volontaria” si trasformò in un autogoal per la Russia, che andò a ledere il proprio interesse nazionale, facendo concessioni su concessioni, senza ottenere nessun vantaggio: “Se durante gli anni Novanta la Russia rimase una nazione debole, fu anche perché essa era governata da una classe dirigente immatura, disposta ad assecondare gli Usa in tutto e per tutto” (p. 68).

Non solo El’cin non ottenne quello che sperava, ma la sua presidenza rappresentò il punto più basso per il prestigio della Russia nella storia contemporanea. La liberalizzazione forzata dell’economia russa portò il Paese al collasso, Mosca aveva perso la sua influenza in politica estera e il Paese veniva visto alla stregua di una qualsiasi potenza minore, se non per il fatto che potesse ancora disporre dell’arma nucleare. Gli Stati Uniti ne approfittarono, lanciando l’espansione della NATO verso est e fomentando la dissoluzione della Jugoslavia, Paese amico della Russia, fino ai bombardamenti di Belgrado del 1999, sapendo che la Russia non avrebbe avuto la forza per reagire.

Il popolo russo, tuttavia, non si considerò mai sconfitto: “I russi continuavano a considerarsi vincitori della Seconda guerra mondiale, avevano risorse energetiche enormi e mantenevano molte delle prerogative dell’Urss, dal seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu, fino all’arsenale atomico” (pp. 76-77). Solamente comprendendo il trauma vissuto dal popolo russo nel corso di questo decennio di umiliazioni, quello degli anni ‘90, si può capire a fondo quello che avvenne in seguito.

Sebbene un primo cambiamento di rotta fosse stato tentato già sotto la presidenza El’cin, attraverso la nomina di Evgenij Primakov nel ruolo di ministro degli Esteri, sarà solamente con l’ascesa al potere di Vladimir Putin, prima come primo ministro e poi come presidente, che la Russia risolleverà le proprie sorti: “Putin aveva una percezione della storia recente molto chiara: il crollo dell’Urss era stato un evento disastroso, una «catastrofe geopolitica», come avrebbe detto successivamente. Viceversa, per El’cin era stato semplicemente un tassello della sua carriera politica, un’opportunità per sbarazzarsi di Gorbačëv e conquistare il potere” (p. 121).

Mentre El’cin agiva principalmente per il proprio tornaconto personale, ci dice l’autore, Putin considerava l’interesse nazionale come il parametro essenziale della sua concezione politica. Tuttavia, il nuovo leader russo non aveva preclusioni ideologiche nei confronti dell’Occidente, e cercò a lungo l’intesa con gli Stati Uniti, senza però accettare la subordinazione nei confronti di Washington. Al contrario di quanto sperato da Putin, gli Stati Uniti dimostrarono di non prendere in considerazione il punto di vista di Mosca, lanciando la seconda espansione della NATO nel 2001, e successivamente la guerra in Iraq, Paese che aveva buoni rapporti con Mosca, nel 2003.

A peggiorare ulteriormente la situazione, furono i piani statunitensi per l’inclusione nella NATO di tre ex repubbliche sovietiche: Moldavia, Georgia e Ucraina. L’autore ci spiega come Washington abbia fatto di tutto per influenzare i risultati elettorali e le politiche dei tre Paesi, il che portò Putin a cambiare la sua politica estera: “La sua speranza di trovare un’intesa con Washington, evidenziando gli interessi comuni, era miseramente fallita e un cambio di rotta divenne inevitabile” (p. 136).

Grazie alla nuova politica estera russa, in grado di rinverdire l’orgoglio nazionale, e al netto miglioramento delle condizioni economiche interne, Vladimir Putin accrebbe la propria popolarità. Pur senza puntare a riprendere il ruolo che fu dell’Unione Sovietica, la nuova Russia “era una nazione moderna che, in linea con la sua storia, desiderava esercitare un ruolo internazionale di primo piano. Putin seppe incarnare il desiderio di rivalsa della nazione, ripristinando l’immagine della Russia sia agli occhi dei suoi abitanti, che dell’opinione pubblica internazionale” (p. 143).

La “rinascita” russa non piacque affatto a Washington, che da quel momento iniziò a preparare lo scontro con Mosca, sapendo che prima o poi sarebbe avvenuto. In questo contesto, scoppiò la breve guerra russo-georgiana dell’agosto 2008. Quella che ancora oggi i media occidentali definiscono come una “aggressione russa”, fu in realtà un attacco della Georgia (appoggiata, almeno a parole, dagli Stati Uniti) alla repubblica indipendente dell’Ossezia del Sud, sostenuta da Mosca, ma che in realtà aveva dichiarato la propria indipendenza de facto già dal 1993. Fu la prima volta in cui la Russia post-sovietica respinse con la forza un attacco rivolto nei suoi confronti.

Senza lo scontro ideologico della Guerra Fredda, la nuova colpa della Russia era quella di opporsi al modello di mondo unipolare a egemonia statunitense promosso da Washington. Gli Stati Uniti non potevano infatti accettare alcun ostacolo al proprio piano imperialista di espansione infinita. Una breve distensione si registrò nel corso della prima prima parte della presidenza di Barack Obama, tuttavia l’attacco alla Libia del 2011 rappresentò la fine di questa fase per Mosca. 

Ma i veri terreni di scontro tra le due potenze furono la guerra in Siria e successivamente il colpo di Stato in Ucraina, ordito nel febbraio del 2014 contro il presidente filorusso Viktor Janukovyč. L’imperialismo statunitense andava infatti a toccare due Paesi fondamentali per gli interessi russi, e la reazione di Mosca non poteva che essere dura. Le potenze occidentali, in particolare, non rispettarono l’accordo per la permanenza di Janukovyč alla presidenza in vista delle elezioni anticipate: “Se Usa e Ue lo avessero rispettato, non ci sarebbero stati né la sollevazione del Donbass, né il referendum sulla Crimea che avrebbe continuato a fare parte dell’Ucraina” (p. 195). Né, aggiungiamo noi, la Russia sarebbe avrebbe avuto motivo per intervenire militarmente in Ucraina. 

Da Gorbačëv a Putin – Geopolitica della Russia sarebbe stato un interessante libro riservato agli specialisti di politica internazionale e di politica russa, ma le tempistiche della sua uscita lo rendono invece un manuale rivolto a tutti, utile per capire l’attualità e aprire i propri orizzonti verso il punto di vista russo. Di fronte alla propaganda occidentale che ci viene propinata quotidianamente dai mass media, questo libro offre una visione del tutto diversa dalla realtà, ricordandoci che quanto avviene oggi non ha avuto inizio nel febbraio di quest’anno, ma affonda le proprie radici in decenni di politiche statunitensi volte a sottomettere la Russia una volta per tutte: “Mosca rappresenta un ostacolo per l’espansione dell’Alleanza atlantica e, con la sua semplice esistenza di Stato sovrano e indipendente, impedisce che l’intero spazio europeo ed eurasiatico sia controllato da Washington […]. Opporsi all’ulteriore espansione della Nato è una scelta obbligata per il Cremlino. La leadership russa finora è stata molto moderata in proposito, almeno fino a che l’Alleanza non ha puntato a inglobare Ucraina e Crimea, dando a Washington il controllo strategico del Mar Nero. […] Nulla impediva all’Occidente di perseguire una politica saggia e moderata, in grado di prevenire ire e timori di Mosca. Invece, a Washington ha prevalso la logica dell’espansione illimitata: il blocco occidentale ha scelto di sfidare le esigenze di sicurezza russe e lo scontro è divenuto alla lunga inevitabile. La Russia non ambisce affatto a espandere la sua zona di influenza a danno degli Stati Uniti, essa non fa che reagire alla costante espansione politica e militare della Nato” (pp. 212-213).

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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