Il Regno Unito ha i giorni contati?

Le spinte centrifughe, soprattutto provenienti da Scozia e Irlanda del Nord, mettono a serio rischio l’esistenza del Regno Unito, che potrebbe subire un processo di smembramento nei prossimi anni. 

Il 6 maggio, milioni di cittadini britannici sono stati chiamati alle urne per delle elezioni che si sono tenute in un clima politico tutt’altro che tranquillo. La Brexit e le spinte centrifughe provenienti da Scozia e Irlanda del Nord hanno caratterizzato il dibattito negli ultimi mesi, e queste tematiche sembrano destinate a tenere banco ancora a lungo, come dimostrano i risultati delle elezioni scozzesi.

Partiamo proprio dalla parte settentrionale dell’isola di Gran Bretagna. Come noto, nel 2014 la Scozia aveva già organizzato un referendum per l’indipendenza da Londra, ma allora il 55,30% dei cittadini si era espresso per la permanenza all’interno del Regno Unito. Da allora, però, le spinte indipendentiste si sono accentuate, e la Brexit, voluta dalla maggioranza degli inglesi ma non dagli scozzesi, ha ulteriormente acuito il conflitto tra il governo centrale e quello locale guidato da Nicola Sturgeon. La leader dello Scottish National Party (SNP) ha più volte affermato che la Brexit costituisce un cambiamento tale da giustificare lo svolgimento di un nuovo referendum, che molto probabilmente avrebbe un esito favorevole per la linea indipendentista.

La formazione della premier Sturgeon ha confermato la propria maggioranza, ottenendo il 47,7% nei collegi elettorali ed il 40% su base regionale, eleggendo 64 deputati sui 129 seggi che compongono il parlamento scozzese. Lo SNP ha dunque conquistato uno scranno in più rispetto alla precedente legislatura, e governerà con il sostegno del partito ecologista (e indipendentista) Scottish Greens, che ha ottenuto il suo miglior risultato di sempre, eleggendo otto parlamentari con l’8,1% delle preferenze regionali. Le due formazioni indipendentiste hanno dunque ottenuto la maggioranza assoluta sia dei seggi che dei voti, un dato che assume un significato ulteriore se si considera anche l’affluenza alle urne, pari al 63%, la più alta nella storia per questo tipo di elezione.

SNP e Greens spingeranno certamente per lo svolgimento di un nuovo referendum per l’indipendenza, e le forze unioniste (ovvero favorevoli alla permanenza della Scozia nel Regno Unito) potranno fare poco per evitarlo. Tra queste, solo i conservatori dello Scottish Conservative & Unionist Party, guidati da Douglas Scott, hanno mantenuto gli stessi seggi della passata legislatura (31), con il 23,5% delle preferenze. In calo, invece, sia i laburisti dello Scottish Labour Party (17,9%), che passano da ventiquattro a ventidue seggi, che gli Scottish Liberal Democrats (5,1%), in grado di eleggere quattro deputati.

Alle spinte centrifughe dello Scozia fanno eco quelle provenienti dall’Irlanda del Nord, anche se le sei contee britanniche dell’Ulster non sono andate al voto il 6 maggio. Ad ogni modo, la spinta per la riunificazione dell’Irlanda sta convincendo sempre più persone sia a Dublino che a Belfast, e, nonostante gli accordi raggiunti per evitare l’esistenza di una barriera doganale sull’isola, la Brexit ha fornito ulteriore combustibile al fuoco della riunificazione. Da questo punto di vista, il successo degli indipendentisti scozzesi rafforza a sua volta il movimento per la riunificazione dell’Irlanda, visto che i due sono accomunati dalla stessa avversione per Londra.

Il premier inglese Boris Johnson può quanto meno consolarsi con i risultati ottenuti dai conservatori in patria. I tories hanno infatti ottenuto una vittoria su tutti i fronti nelle elezioni locali svoltesi in Inghilterra, un successo simboleggiato dalle elezioni suppletive per la House of Commons di Hartlepool, dove per la prima volta dall’istituzione di questo collegio elettorale, nel 1974, i Tories hanno sconfitto i laburisti, ed in maniera assai netta, visto che Jill Mortimer (51,9%) ha nettamente staccato Paul Williams (37,7%). 

Nel complesso, i conservatori hanno ottenuto il 36% dei consensi, con un incremento di otto punti percentuali rispetto alle elezioni locali del 2019, mentre il Labour Party di Keir Starmer si è assestato sul 29%. Un distacco netto tra le due forze politiche tradizionali della politica inglese, considerando che due anni fa, sotto la guida di Jeremy Corbyn, i laburisti avevano ottenuto praticamente un pareggio contro i Tories dell’allora primo ministro Theresa May. Il terzo posto spetta invece ai Liberal Democrats di Ed Davey, che si confermano terzo incomodo dell’ormai defunto bipartitismo con il 17%.

I laburisti, che sicuramente hanno pagato la spinta moderata imposta da Starmer dopo la radicalizzazione voluta da Corbyn, possono consolarsi con la conferma di Sadiq Khan nel ruolo di sindaco di Londra. Khan ha infatti ottenuto il 40% dei voti contro il 35,3% di Shaun Bailey e, secondo molti, potrebbe essere un futuro leader del centro-sinistra inglese – del resto, prima di lui, il sindaco della capitale era stato proprio l’attuale primo ministro Boris Johnson. I laburisti, in generale, tengono bene nelle grandi città, mantenendo anche il controllo di Liverpool con la vittoria di Joanne Anderson, della contea metropolitana di Manchester con Andy Burnham e di Bristol, con Marvin Rees. I conservatori, invece, sono sempre più forti nelle aree rurali e impoverite, proprio in quelle che un tempo erano le roccaforti rosse della working class laburista.

Molto migliore la situazione dei laburisti in Galles, dove il Welsh Labour (Llafur Cymru in gallese) si conferma la prima forza della nazione costitutiva. Dall’istituzione del ruolo di primo ministro del Galles, del resto, questo ruolo è stato ricoperto sempre da un esponente laburista, come nel caso di Mark Drakeford, che dopo essere stato nominato nel 2018 è stato confermato in questo ruolo. Il Labour ha rafforzato la propria posizione, raggiungendo il 39,9% (+5% rispetto alle precedenti elezioni) nei collegi elettorali ed il 36,2% (+4%) su base regionale, ed eleggendo dunque trenta deputati sui 60 seggi del Senedd Cymru, l’emiciclo di Cardiff. 

I laburisti dovrebbero confermare la propria collaborazione con i Welsh Liberal Democrats, che hanno ottenuto un solo seggio su base regionale (4,3%), nonostante abbiano perso il collegio che li aveva premiati nel 2016. Il seggio dei liberaldemocratici resta comunque sufficiente al raggiungimento della maggioranza assoluta di 31 su 60.

Seppur all’opposizione, i Welsh Conservatives ottengono comunque il loro miglior risultato di sempre, eleggendo sedici deputati, cinque in più della precedente legislatura. Il successo dei conservatori si spiega anche con il crollo dell’estrema destra, visto che lo United Kingdom Independence Party (UKIP) ha perso tutti i suoi sette seggi, passando dal 13% del 2016 a percentuali da prefisso telefonico.

La spinta indipendentista in Galles dimostra ancora una volta di non essere forte come quella di Scozia ed Irlanda del Nord. I nazionalisti di sinistra di Plaid Cymru – the Party of Wales si mantengono stabili attorno al 20% dei consensi, e riescono anche ad eleggere un parlamentare in più, passando da dodici a tredici rappresentanti, ma restano l’unica forza indipendentista in un emiciclo che resta decisamente a favore dell’unione con Londra. 

Nei prossimi anni, comunque, la geografia politica delle isole britanniche potrebbe subire un forte scossone: del resto, l’esistenza stessa del Regno Unito nella sua forma attuale è un retaggio delle prime spinte imperialiste inglesi, che nel loro momento culminante avrebbero portato Londra a costruire un impero su scala planetaria. Naturalmente, Londra farà di tutto pur di mantenere il controllo su tutti i territori del Regno Unito, e potrebbe addirittura concedere ulteriori poteri delegati alle nazioni costitutive, maggiori rispetto a quelli ceduti con la devolution del 1998. Seguendo le tendenze attuali, invece, fra non molti anni potremmo ritrovarci con un Regno Unito di Inghilterra e Galles, una Scozia indipendente ed una Repubblica d’Irlanda unificata.

CLICCA QUI PER LA PAGINA FACEBOOK

Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte e del link originale.

About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

There is one comment

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.