Il sistema politico italiano è completamente fallito

Il 12 giugno ha segnato, qualora ve ne fosse stato ancora bisogno, una nuova dimostrazione del completo fallimento del sistema politico italiano.

Il 12 giugno ha segnato, qualora ve ne fosse stato ancora bisogno, una nuova dimostrazione del completo fallimento del sistema politico italiano.

Che il sistema politico italiano sia del tutto fallito dovrebbe essere oramai chiaro alla grande maggioranza della popolazione della penisola. Il 12 giugno, infatti, ha segnato solamente l’ennesima conferma del totale distacco tra la classe politica, che risponde unicamente ai diktat provenienti da Washington e Bruxelles, e la cittadinanza.

La storia politica italiana è del resto un continuo inabissarsi in un pozzo senza fondo. Dalla nascita della Repubblica Italiana, tutti i governi che si sono susseguiti sono stati espressione della classe dominante, ma ad ogni cambiamento radicale di sistema è corrisposto un ulteriore peggioramento. Per intenderci, la fine del sistema partitico della Prima Repubblica, susseguente allo scandalo di Tangentopoli, anziché rappresentare un’occasione per rifondare il sistema politico nazionale, ha avuto l’unico effetto di lanciare il ventennio berlusconiano; la fine del berlusconismo, inizialmente salutata come il tramonto degli scandali e della vergogna di essere italiani a causa delle nefandezze del Cavaliere, ci ha invece portati nell’epoca peggiore di tutte, quella dei governi tecnici privi di consenso popolare.

A questo vanno aggiunte leggi elettorali che hanno sempre più tolto potere ai cittadini, che oggi possono esprimere un voto di preferenza unicamente alle elezioni comunali e a quelle regionali. Al contrario, alle elezioni legislative è stato introdotto il voto di lista che pone tutto il potere nelle mani dei partiti, mentre le elezioni provinciali sono state surrettiziamente cancellate, rendendo i consigli provinciali un comitato d’affari della classe dominante locale. Infine, lo strumento referendario è stato umiliato con il mancato rispetto di quello del 2011 sulla ripubblicizzazione dell’acqua, che ancora oggi non è stato realmente applicato, e verosimilmente non lo sarà mai.

Non deve dunque sorprendere che, il 12 giugno, la maggioranza degli italiani abbia deciso di fare ben altro piuttosto che recarsi alle urne per votare per cinque quesiti referendari di cui importava poco o nulla. Quesiti prettamente tecnici, dei quali molti non hanno neppure capito il significato, mentre sono stati respinti quelli che interessavano maggiormente alla popolazione. Secondo un sondaggio SWG tenutosi a febbraio, il 56% degli italiani avrebbe voluto esprimere il proprio parere in un referendum sull’eutanasia, una tematica che riguarda tutti ed è facilmente comprensibile ai più; inoltre, il 51% era favorevole allo svolgimento di un referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, mentre almeno il 41% avrebbe votato circa la legalizzazione della cannabis. I cinque quesiti proposti, invece, non hanno neppure superato il 21% di affluenza alle urne, nonostante il “traino” delle comunali in molte città.

Cosa dire, invece, delle stesse elezioni comunali? I comuni rappresentano l’istituzione più vicina al cittadino, e generalmente le elezioni comunali vedono un’alta affluenza alle urne per motivi più o meno nobili (effettivo interesse per la politica locale, ma anche favorire determinate cerchie clientelari o familistiche). Quest’anno, invece, tutti i principali comuni andati al voto hanno fatto registrare un calo dell’affluenza alle urne, che in molti casi si è addirittura trasformato in un tracollo.

Pensiamo ad esempio ad una città di primaria importanza come Genova, dove l’affluenza alle urne è scesa di quasi nove punti percentuali, e dove più di un cittadino su due ha deciso di non votare. L’astensionismo è stato il “partito” più votato anche ad Alessandria, Monza, Belluno e Lucca, mentre a Padova l’affluenza ha di poco superato il 50% degli aventi diritto, ma con un crollo di oltre dieci punti percentuali rispetto al 2017. Che valore può allora assumere la conferma di Marco Bucci (centro-destra) nel capoluogo ligure o quella di Sergio Giordani (centro-sinistra) nella stessa Padova, con il consenso di circa un quarto della cittadinanza?

Al termine di questa prima tornata delle comunali, i partiti politici si sono prodigati nel rendere noti i propri bilanci e cantare vittoria: il PD, apparentemente a ragione, afferma di essere il primo partito del Paese, mentre le forze di centro-destra rispondono che unite otterrebbero la vittoria. Il M5S, dal canto suo, non può che contemplare la propria progressiva sparizione dal novero dei partiti politici che hanno un peso reale. Nessuno di costoro dimostra tuttavia di avere ben chiaro che le loro risibili vittorie di Pirro non godono del consenso popolare.

Vogliamo sottolineare che la critica qui formulata è stata volutamente elaborata all’interno dei canoni della democrazia borghese, secondo i quali le elezioni e il consenso popolare sarebbero la base stessa di tale sistema politico. Senza la partecipazione ed il consenso popolare, la democrazia borghese cessa de facto di esistere. Al contrario di quanto viene proclamato da coloro che sventolano la presunta superiorità di questo sistema, tanto in Italia quanto nel resto dell’emisfero occidentale (vedesi la bassissima affluenza alle urne alle legislative francesi), i cittadini affermano di averne abbastanza di questa messa in scena in cui essi sono chiamati a scegliere tra le diverse espressioni del partito unico neoliberista senza avere nessun potere effettivo di influire sulla vita politica del Paese.

Il fallimento del sistema politico della democrazia borghese va di pari passo con il tracollo del sistema economico capitalista nella sia variante neoliberista, a cui oramai stiamo assistendo da anni, nonostante l’accanimento terapeutico al quale viene sottoposto. Lo stesso sistema capitalista che ci ha portati non solo alla crisi economica perenne, ma anche alla distruzione dell’ambiente e ad una crisi climatica che potrebbe mettere a repentaglio l’esistenza dell’umanità e della vita sulla Terra. Risulta dunque necessario rovesciare entrambi questi sistemi per imporre un nuovo ordine basato sulla democrazia popolare ed un sistema economico di tipo socialista ed ecologista.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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