È (ri)nato l’Emirato Islamico dell’Afghanistan

La fuga degli statunitensi contrasta con la prontezza diplomatica di Russia e Cina, i cui governi si erano ben preparati all’avvicendamento de facto tra la vecchia Repubblica Islamica dell’Afghanistan ed il nuovo Stato guidato dai talebani. 

Lo scorso 15 agosto, il ministero degli Affari Interni della Repubblica Islamica dell’Afghanistan annunciava l’ingresso delle milizie talebane nella capitale Kabul, proprio mentre i soldati statunitensi e il personale delle ambasciate occidentali lasciavano il Paese in fretta e furia. Il governo del presidente Ashraf Ghani ha compreso immediatamente la gravità della situazione, ed il ministro Abdul Sattar Mirzakwal ha parlato di “transizione pacifica del potere”.

Il 15 agosto ha dunque segnato la fine della Repubblica Islamica, che ha lasciato il posto al nuovo Emirato Islamico dell’Afghanistan, la continuazione dello Stato che tra il 1996 ed il 2001 era stato guidato dal mullah Mohammed Omar, prima dell’inizio dell’invasione statunitense. Questa volta a guidare lo Stato talebano è Hibatullah Akhundzada, comandante supremo dal 2016. Il 16 agosto, i talebani hanno innalzato il proprio vessillo sul palazzo presidenziale di Kabul: un drappo bianco sul quale campeggia la shahādah, il motto che testimonia la fede musulmana. Come noto, il presidente Ashraf Ghani è invece fuggito dal Paese portando con sé quante più ricchezze possibili, ed ora si troverebbe negli Emirati Arabi Uniti.

La fuga degli statunitensi e dei loro vassalli occidentali dall’Afghanistan ha lasciato la patata bollente di questa crisi geopolitica nelle mani delle potenze circostanti: la Russia, che non confina con l’Afghanistan, ma che ha grandi interessi nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale; la Cina, che condivide pochi chilometri di confine nella regione dello Xinjiang; e l’Iran, che ospita il maggior numero di profughi afghani. A pensar male, si potrebbe considerare che Washington sperasse di creare scompiglio nella regione, piantando una spina nel fianco di questi tre Paesi. In realtà, Mosca, Pechino e Tehrān stanno dimostrando capacità politiche e diplomatiche molto maggiori rispetto agli Stati Uniti, che sembrano conoscere solamente il linguaggio delle bombe.

Il rappresentante speciale del presidente russo per l’Afghanistan, Zamir Kabulov, è stato il primo a contattare telefonicamente i rappresentanti del movimento talebano, affermando di sperare di stabilire relazioni amichevoli tra Mosca e la nuova leadership afghana. “Non abbiamo fretta per quanto riguarda il riconoscimento. Aspetteremo e osserveremo come si comporterà il regime“, ha affermato Kabulov circa l’eventuale riconoscimento del nuovo Stato. Lo stesso rappresentante russo afferma che “non vediamo alcuna minaccia diretta ai nostri alleati in Asia centrale. Non ci sono fatti che dimostrino il contrario“. La Russia ha in effetti dimostrato un’abilità diplomatica ben superiore a quella delle potenze occidentali, facendosi trovare pronta in questi momenti critici: “Abbiamo da tempo costruito legami e contatti con il movimento talebano“, ha detto Kabulov. “Il fatto che abbiamo gettato le basi per una conversazione con le nuove autorità afghane in anticipo è un risultato della politica estera russa, di cui trarremo pieno vantaggio per garantire gli interessi a lungo termine della Russia“.

Non dimentichiamo che la Russia e le altre ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale hanno a disposizione, in caso di necessità, anche il meccanismo dell’Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva. I principali timori riguardano l’area di confine tra Afghanistan e Tagikistan, anche se per il momento la situazione sembra del tutto pacifica: “L’Organizzazione continua ad attribuire priorità nella sua attività ai metodi politici e diplomatici”, ha affermato il segretario Stanislav Zas. “Se la situazione si aggrava e emerge una minaccia alla sicurezza della Repubblica del Tagikistan, saranno prese tutte le misure collettive necessarie previste dai documenti statutari per fornire assistenza l’alleato”. “Attualmente, le forze di sicurezza tagike stanno controllando completamente la situazione al confine e non c’è bisogno di coinvolgere i meccanismi dell’Organizzazione”, ha concluso.

L’ambasciatore russo a Kabul, Dmitrij Žernov, ha inoltre confermato che la sede diplomatica continuerà a funzionare regolarmente: “Abbiamo adottato un importante pacchetto di misure per migliorare la nostra sicurezza e al momento non ci sono minacce immediate al nostro personale o alle nostre strutture. Continueremo a lavorare qui con calma e come al solito”. Nei giorni successivi, l’ambasciatore ha anche incontrato di persona alcuni rappresentanti della leadership talebana.

Marija Zacharova, portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, ha puntato il dito contro le responsabilità degli Stati Uniti: “Cosa sta succedendo lì a Kabul in termini di diritti umani secondo la Casa Bianca, sentite qualcosa? Normalmente stampano dichiarazioni sui Paesi 24 ore su 24, senza pause pranzo. Chiedono di porre fine alle sofferenze, prendono misure urgenti contro i responsabili delle illegalità, minacciano sanzioni e fanno riferimento a “dati di massa e dei social media””.

Come il governo russo, anche quello cinese è pronto a trattare con il movimento talebano. “Abbiamo preso nota della dichiarazione del movimento talebano e speriamo che la guerra in Afghanistan sia finalmente finita“, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese Hua Chunying. “Speriamo di vedere l’istituzione di un governo islamico tollerante con rappresentanti del movimento talebano che garantisca la sicurezza di tutti i civili e dei diplomatici stranieri“, ha aggiunto il rappresentante diplomatico. “Bisogna porre fine a tutte le manifestazioni di terrorismo“.

In un secondo comunicato diffuso dall’agenzia stampa Xinhua, lo stesso Hua ha aggiunto che “la Cina rispetta il diritto del popolo afghano di determinare autonomamente il proprio destino ed è pronta a sviluppare relazioni di buon vicinato, amichevoli e di cooperazione con l’Afghanistan, e svolgere un ruolo costruttivo nella pace e nella ricostruzione dell’Afghanistan”.

Il rapido sviluppo della situazione in Afghanistan è stato anche al centro dei colloqui telefonici tra i ministri degli Esteri di Russia e Cina, rispettivamente Sergej Lavrov e Wang Yi. “I ministri hanno scambiato opinioni sulle possibilità di un più stretto coordinamento della politica estera, anche all’interno delle Nazioni Unite, e sul seguito degli ultimi sviluppi in Afghanistan e il loro impatto sulla situazione nella regione“, si legge nel comunicato rilasciato dal ministero moscovita. 

La situazione in Afghanistan è cambiata drasticamente. […] Nel nuovo ambiente, Cina e Russia dovrebbero rafforzare i legami strategici e la cooperazione“, sono invece le parole di Wang Yi, riportate dal ministero degli Esteri cinese. “In primo luogo, per proteggere gli interessi legali della Repubblica Popolare Cinese e della Federazione Russa in Afghanistan, per entrare in contatto con la situazione senza indugi, per fornire sostegno reciproco, per promuovere la garanzia che i talebani si assumano la responsabilità, forniscano adeguatamente la sicurezza dei cittadini, delle istituzioni e delle organizzazioni della Federazione Russa e della Repubblica Popolare Cinese in Afghanistan“, ha osservato Wang. Secondo il massimo rappresentante diplomatico di Pechino, Cina e Russia dovrebbero convincere il gruppo militante radicale talebano ad attenersi a una politica estera pacifica e amichevole, nonché a una politica moderata e riservata nell’area religiosa: “È necessario incoraggiare i talebani a perseguire una politica moderata e riservata nel campo della religione, lavorare con tutte le parti per formare una struttura politica aperta e inclusiva, aderire a una politica estera pacifica e amichevole, coesistere pacificamente in particolare con i paesi vicini, per facilitare la ripresa e lo sviluppo dell’Afghanistan”.

Stando agli ultimi sviluppi, appare chiaro come Russia e Cina stiano occupando lo spazio diplomatico lasciato vacante dagli Stati Uniti, che in questo modo potrebbero aver consegnato il cuore del continente asiatico ai loro rivali. In ciò si inserisce anche l’Iran, il cui nuovo presidente Ebrahim Raisi, ha recentemente tenuto una conversazione telefonica con Vladimir Putin sulla tematica afghana, sancendo una sempre più stretta collaborazione trilaterale tra Cina, Russia ed Iran.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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