Repubblica Ceca: il Partito Comunista paga le sue scelte scellerate

Dopo aver offerto il proprio sostegno al governo conservatore di Andrej Babiš, il Partito Comunista è rimasto escluso per la prima volta dal parlamento di Praga. Il nuovo primo ministro sarà, con ogni probabilità, Petr Fiala.

Il primo ministro conservatore Andrej Babiš brinda con il leader comunista Vojtěch Filip.

Dalle prime elezioni pluripartitiche tenutesi in Repubblica Ceca nel 1990, il Partito Comunista di Boemia e Moravia (Komunistická strana Čech a Moravy, KSČM) aveva sempre ottenuto una cospicua rappresentanza alla Camera dei Deputati di Praga. Già nel 2017, a dire il vero, i comunisti cechi avevano subito importanti perdite dal punto di vista elettorale, passando da 33 a 15 deputati. Tuttavia, la vera condanna per il KSČM è arrivata quando il leader Vojtěch Filip ha deciso di offrire un sostegno esterno al governo di Andrej Babiš, primo ministro e capo del partito conservatore Azione dei Cittadini Insoddisfatti (Akce Nespokojených Občanů, ANO 2011).

Queste decisioni hanno reso poco credibile la campagna elettorale del Partito Comunista, che ha lanciato lo slogan: “L’unico partito di sinistra è il KSČM”. Vojtěch Filip ha puntato il dito contro la campagna anticomunista che va avanti in Repubblica Ceca dal 2008, quando il Senato tentò addirittura di mettere fuori legge il KSČM, accusandolo di essere anticostituzionale. Questo è sicuramente un elemento presente nel Paese, anche attraverso la censura della stampa, tuttavia Filip – che non a caso ha annunciato le proprie dimissioni dalla segreteria del Partito – dovrebbe guardare soprattutto agli errori della sua leadership per trovare le cause del tracollo elettorale.

Il nuovo parlamento ceco, per la prima volta senza comunisti sin dal secondo dopoguerra, sarà composto unicamente da quattro forze politiche. Se ANO 2011 del premier uscente Babiš resta la prima formazione in termini di seggi, con 72 deputati eletti, il suo 27,13% viene superato di poco dal 27,70% della coalizione Insieme (SPOLU), guidata dal leader dell’opposizione Petr Fiala. Con i suoi 71 seggi, SPOLU dovrebbe formare il nuovo governo insieme alla lista liberal-progressista Pirati e Sindaci (Piráti a Starostové), che ha ottenuto un importante risultato con il 15,61% delle preferenze e 37 seggi conquistati. Completa il quadro delle forze parlamentari il partito di estrema destra Libertà e Democrazia Diretta (Svoboda a přímá demokracie, SPD), che elegge venti deputati con il 9,56% dei consensi.

Tornando ai comunisti, il risultato finale del KSČM parla di un assai deludente 3,60%, troppo distante dalla soglia di sbarramento fissata al 5%. I comunisti vengono superati anche da altre forze, come i centristi di Giuramento (Přísaha), che arrivano al 4,68%, e l’altro grande sconfitto di queste elezioni, il Partito Social Democratico Ceco (Česká Strana Sociálně Demokratická, ČSSD), che a sua volta perde tutti i suoi quindici scranni e si ferma al 4,65%: una vera tragedia anche per il partito politico più antico del Paese, fondato addirittura nel 1893.

In seguito alla pubblicazione dei risultati, la coalizione insieme di Petr Fiala ha firmato un memorandum d’intesa con la lista Pirati e Sindaci per la formazione di un nuovo governo. Le due compagini dispongono di un totale di 108 seggi, decisamente sufficiente per raggiungere la maggioranza all’interno dell’emiciclo nel quale seggono 200 deputati. Il presidente Miloš Zeman dovrebbe ora incaricare Fiala della formazione del nuovo esecutivo.

Non dimentichiamo che queste elezioni sono arrivate proprio pochi giorni dopo lo scandalo dei cosiddetti Pandora Papers, nei quali compariva anche il nome di Andrej Babiš, ricco uomo d’affari e proprietario del conglomerato Agrofert di aziende alimentari: secondo il rapporto, il primo ministro ceco avrebbe trasferito segretamente 22 milioni di dollari attraverso società offshore per acquistare una proprietà in Costa Azzurra nel 2009, prima di entrare in politica.. Questo elemento ha certamente avuto un peso importante, favorendo quei partiti che hanno sempre palesato la propria avversione nei confronti del primo ministro. L’opposizione ha anche accusato il governo uscente di aver gestito male la pandemia: secondo i dati della Johns Hopkins University, la Repubblica Ceca ha registrato 1,7 milioni di casi e oltre 30.000 decessi riconducibili al Covid-19, dato che le attribuisce il settimo tasso di mortalità pro capite più alto in tutto il mondo.

Nonostante sembri tutto definito, il colpo di scena potrebbe arrivare proprio dal presidente Miloš Zeman, che in passato non ha nascosto il proprio sostegno nei confronti di Andrej Babiš. Il capo di Stato ha infatti annunciato di voler conferire l’incarico della formazione del governo solamente al leader del partito più grande, che dal punto di vista del numero di seggi resta ANO 2011. Babiš, tuttavia, non ha nessuna possibilità di formare un governo, visto che il suo nemico giurato Fiala non gli consentirà mai di raggiungere la maggioranza. L’impressione, dunque, è che i dibattiti per la formazione del nuovo esecutivo dovrebbero dilungarsi un po’, ma alla fine Fiala dovrebbe ottenere l’incarico di premier.

Ciò che è fondamentale è che secondo la Costituzione della Repubblica Ceca, il governo deve avere la maggioranza nella camera bassa”, ha fatto notare Fiala nel corso di una conferenza stampa. “Ci aspettiamo che tutti rispettino le consuetudini costituzionali, la volontà degli elettori, e giungano presto alla conclusione che chi ha la maggioranza dei voti e la volontà di formare un governo avrà la possibilità di crearlo”, ha aggiunto.

L’ascesa di Fiala al governo potrebbe segnare un grande cambiamento nella politica ceca, con il Paese che potrebbe allontanarsi dalle posizioni dei governi di Paesi vicini come la Polonia e l’Ungheria, anche se pure all’interno della coalizione Insieme non mancano le componenti euroscettiche. In fin dei conti, le elezioni ceche si sono ridotte ad una sfida interna a diverse anime del centro-destra, mentre tanto il centro-sinistra socialdemocratico quanto la sinistra comunista sono rimaste escluse dal parlamento a causa della loro incapacità di dare vita ad una valida alternativa.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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