Libano: il Partito Comunista sostiene le proteste popolari

Proseguono, dopo oltre tre mesi, le proteste popolari che hanno sconvolto il Libano, portando anche ad un avvicendamento alla guida del governo di Beirut. Il Partito Comunista continua a sostenere le masse lavoratrici per un cambiamento radicale della politica libanese.

Pochi giorni fa, dopo oltre tre mesi di proteste, il Libano ha visto un cambiamento al vertice del proprio governo. A prenderne le redini è stato il sunnita Hassan Diab, ex ministro dell’istruzione, nominato in dicembre dal presidente Michel Aoun, ma entrato in carica solamente il 21 gennaio, dopo le lunghe contrattazioni con le forze politiche del parlamento di Beirut. Diab sostituisce il controverso Saʿd Hariri, che era rimasto in carica per tre anni.

Il varo del nuovo governo, secondo il presidente Aoun, avrebbe dovuto placare le proteste popolari che imperversano da ottobre in tutto il Paese. Il premier Diab ha tentato di dare dei segnali di cambiamento, nominato tutti ministri nuovi rispetto al precedente esecutivo, con anche una folta rappresentanza femminile, pari ad un quarto della squadra di governo, un record per il Libano. Diab ha ottenuto anche il sostegno di Hezbollah (più correttamente Ḥizb Allāh, ovvero “Partito di Dio”), la formazione islamista filo-iraniana, che ha potuto nominare due ministri.

Nonostante i segnali, il cambiamento di governo non è servito a placare la furia delle masse popolari, che hanno continuato ad organizzare manifestazioni di protesta, l’ultima delle quali svoltasi nella giornata di ieri. I cittadini che sono scesi in piazza per oltre cento giorni hanno potuto contare anche sul sostegno del Partito Comunista Libanese (Hizbu-sh-shuy’uī-l-lubnānī; in francese: Parti Communiste Libanais – PCL), fondato nel 1924. IL PCL ha già attaccato il nuovo governo guidato da Diab: secondo i comunisti libanesi, si tratterebbe infatti di un mero cambiamento di facciata, mentre il nuovo esecutivo ha già mostrato il suo vero volto proseguendo con la politica di repressione delle manifestazioni, esattamente come aveva fatto in precedenza il premier Hariri.

Dal 17 ottobre 2019, le donne e gli uomini libanesi si trovano a confrontarsi risolutamente con la coalizione politica ed economica autoritaria che governa da più di tre decenni e che cerca di rovesciare e tenere la classe politica con tutti i suoi pilastri basati la corruzione, le minacce, il settarismo e la dipendenza all’estero“, si legge sul sito del PCL.

In questi cento giorni, le donne e gli uomini libanesi e libanesi hanno raggiunto molti risultati, il più importante dei quali è che la paura si è spostata dal cuore del popolo alla mente dei capi delle sette che hanno paura della fine dei propri privilegi e della propria leadership“.

Scendendo in strada in tutte le regioni e a Beirut, il popolo ha sottratto legittimità dal potere, così il governo del deficit e il suo documento “riformista” che voleva svendere il Paese ed aprire le porte alle istituzioni finanziarie internazionali sono stati rimossi. Inoltre, è stato impedito al parlamento di riunirsi, costringendolo ad astenersi dall’adottare un pacchetto di leggi che miravano a garantire la copertura legale per la corruzione ed il clientelismo del potere politico“.

Per un centinaio di giorni, il popolo ha rotto l’egemonia delle milizie del potere dominante dalla fine della guerra civile e ha riconquistato le piazze pubbliche. Ciò ha minato il sistema che è stato prodotto dai partiti settari in tutto il Paese. Il movimento ha affermato che l’unico vero conflitto oggi è quello contro un’autorità che non si preoccupa della sofferenza delle persone, né delle persone libere che richiedono uno stato di diritto e un’economia giusta“.

La gente è consapevole che il costo della ritirata è maggiore del costo della fermezza, che affrontare questo sistema settario è difficile e duro, ma combatterà per un Paese degno dei suoi sogni!“.

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