Coronavirus: l’America del Sud è il nuovo epicentro mondiale

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il continente sudamericano, ed in particolare il Brasile, rappresenta il nuovo epicentro mondiale della pandemia da nuovo coronavirus. Il Venezuela resta il Paese che sta affrontando l’emergenza nel modo più efficace.

Il Sud America è diventato un nuovo epicentro della malattia. Stiamo assistendo ad un aumento del numero di casi in molti paesi del Sud America“, ha dichiarato, nella giornata di venerdì, il responsabile dell’emergenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Michael Ryan, in una teleconferenza dalla sede di Ginevra (Svizzera). Dopo l’Asia, l’Europa e l’America del Nord, ora è l’America Meridionale che sta vivendo le fasi più critiche della pandemia.

Ryan ha espresso preoccupazione soprattutto per quanto sta accadendo in Brasile, che oramai è divenuto il terzo Paese più colpito al mondo dopo gli Stati Uniti e la Russia. Il negazionismo del presidente Jair Bolsonaro ha provocato nelle ultime settimane diversi casi di dimissioni da parte di membri del governo, ma soprattutto ha contributo a rendere particolarmente grave il bilancio del Brasile, con oltre 332.000 casi positivi ed oltre 21.000 morti. Questi numeri sono preoccupanti soprattutto per via del loro andamento crescente, con il numero di decessi che è raddoppiato nell’arco di sei giorni.

Sebbene le città più grandi, soprattutto San Paolo, facciano registrare i numeri più elevati in termini assoluti, in percentuale gli indici di contagio sono molto più elevati nelle aree amazzoniche, dove vivono le popolazioni indigene, con una media di 450 positivi per 100.000 abitanti. Il dramma delle popolazioni indigene, private dell’assistenza sanitaria di base, si sta rivelando un’emergenza nell’emergenza per molti Paesi del continente. Come anticipato, lo stato di San Paolo guida la classifica del numero di positività, davanti a Ceará, Rio de Janeiro, Amazonas e Pernambuco.

Il governo di Jair Bolsonaro non può che essere considerato complice di questi numeri elevati. Il presidente di estrema destra si è opposto alla proposta di decretare una quarantena a livello nazionale, sostenuta invece dai ministri della sanità Luiz Henrique Mandetta e Nelson Teich, entrambi costretti alle dimissioni. L’obiettivo prioritario di Bolsonaro resta quello di non interrompere il funzionamento dell’economia nazionale, anche a costo della vita dei cittadini. Solamente alcuni governatori degli stati federati hanno deciso di mettere in pratica misure di contenimento dell’epidemia.

In ambito sudamericano, il secondo Paese più colpito è il Perù, con 111.000 casi positivi e 3.200 decessi: il governo di Lima è stato fortemente criticato per non pubblicare dati sull’origine etnica delle vittime, al fine di nascondere la particolare incidenza che l’epidemia starebbe avendo tra le popolazioni indigene. Il problema, come detto, sta perentoriamente emergendo in tutto il continente, sia per quanto riguarda le popolazioni amazzoniche che per quelle andine. Nell’infausta classifica seguono il Cile, con 61.000 casi ma solamente 630 morti, e l’Ecuador, che ad oggi conta 35.000 casi ed oltre 3.000 morti. I numeri dell’Ecuador, come abbiamo avuto modo di sottolineare in altre occasioni, sono però di gran lunga sottostimati rispetto a quanto sta accadendo in questi giorni nel Paese, con le strade della città di Guayaquil disseminate di cadaveri.

In generale, i governi neoliberisti dell’America Meridionale stanno mostrando tutti i propri limiti nella gestione dell’epidemia, dando la precedenza all’andamento dell’economia e facendo pagare il prezzo delle proprie scelte alla popolazione, ed in particolare alle fasce più deboli, ovvero alle popolazioni indigene ed alla classe lavoratrice. A peggiorare la situazione, naturalmente, vi è anche la preponderanza del settore privato in ambito sanitario, con l’assistenza medica che è stata trasformata in un business accessibile solamente alle classi sociali più agiate, escludendone invece la maggioranza dei cittadini.

Al contrario, i governi progressisti stanno dimostrando di essere in grado di organizzare la risposta all’emergenza in maniera più efficace rispetto ai Paesi limitrofi. Con i suoi 45 milioni di abitanti, l’Argentina ha una popolazione superiore a quella del Perù, del Cile o dell’Ecuador, ma le misure attuate dal presidente Alberto Fernández sono riuscite a limitare il bilancio del Paese a 10.600 casi e 433 morti. Il governo di Buenos Aires si è fino ad ora dimostrato in grado di gestire la situazione meglio dei Paesi limitrofi, nonostante debba fare i conti allo stesso tempo con le problematiche legate al debito estero.

Meglio di tutti, però, se la sta cavando il Venezuela: il Paese guidato da Nicolás Maduro non ha ancora raggiunto i 1.000 casi positivi, e fino ad ora ha registrato solamente dieci morti. Numeri eccezionali, se si considera che al contempo il governo di Caracas deve affrontare le sanzioni economiche internazionali imposte da Washington ed i tentativi di colpo di stato fomentati da Colombia e Stati Uniti. La serietà con la quale la Repubblica Bolivariana ha affrontato l’emergenza si evince anche dal fatto che in Venezuela sono stati effettuati 735.000, lo stesso numero del Brasile, ma su una popolazione meno numerosa di 7.5 volte.

Tale situazione ha permesso a Maduro di iniziare la pianificazione per un primo allentamento delle misure di emergenza prese nel Paese, anche se la situazione resterà sotto monitoraggio nelle prossime settimane. Il capo di stato ha annunciato che nei prossimi giorni renderà pubblico il nuovo piano che prevede una flessibilizzazione della quarantena, mentre verranno mantenuti controlli molto stringenti alle frontiere. Secondo i sondaggi, il 74% dei venezuelani approva l’operato del governo per rispondere alla pandemia e l’84% è favorevole al mantenimento di una quarantena più flessibile. In questo momento, il maggior pericolo di contagio per il Venezuela viene dalle migliaia di cittadini residenti in altri Paesi sudamericani, soprattutto Brasile e Colombia, che stanno tornando in patria per sfuggire all’epidemia, ma che potrebbero divenire causa di nuovi focolai.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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