Catalogna: “pareggio” tra socialisti e sinistra indipendentista

Le elezioni catalane si sono risolte con un sostanziale pareggio tra Partito dei Socialisti e Sinistra Repubblicana: seguiranno lunghe contrattazioni per decidere la composizione del nuovo governo, che potrebbe vedere la formazione di una coalizione tra tutte le forze indipendentiste.

Oltre 5,6 milioni di catalani sono stati chiamati alle urne domenica 14 dicembre per eleggere i 135 deputati del parlamento di Barcellona, nonostante la pandemia che continua ad imperversare in tutta la Spagna. Il Paese iberico, infatti, figura al settimo posto nella triste classifica di quelli più colpiti dal Covid-19, con oltre tre milioni di casi registrati, mentre si piazza in decima posizione per quanto riguarda il numero dei morti, che sta per superare quota 65.000. Per questo motivo, non deve sorprendere il crollo registrato nella partecipazione a questa tornata elettorale: a recarsi alle urne è stato solamente il 53.56% degli aventi diritto, mentre solamente quattro anni fa questo dato aveva raggiunto un picco del 79.09%.

Secondo i dati pubblicati con il 99.79% delle schede scrutinate, i due principali partiti che si contendevano la vittoria hanno chiuso con un sostanziale pareggio. Stiamo parlando del Partito dei Socialisti di Catalogna (Partit dels Socialistes de Catalunya, PSC–PSOE) e della Sinistra Repubblicana di Catalogna (Esquerra Republicana de Catalunya, ERC), entrambi in grado di conquistare 33 seggi nell’emiciclo di Barcellona. In realtà, i socialisti hanno conquistato qualche voto in più, chiudendo con il 23,02% dei consensi contro il 21,31% fatto registrare dalla formazione indipendentista di sinistra.

Il pareggio nel numero dei seggi può comunque essere considerato come una vittoria parziale da parte dei socialisti, che mantengono il controllo del governo centrale di Madrid con Pedro Sánchez. Rispetto a quattro anni fa, infatti, i socialisti hanno ottenuto oltre nove punti percentuali in più, raddoppiando la propria rappresentanza in parlamento, visto che nel 2017 avevano eletto solamente 17 deputati. ERC, invece, ha ottenuto praticamente lo stesso riscontro delle precedenti elezioni, guadagnando solamente un seggio e perdendo così la palma di partito più votato di Catalogna.

Con un emiciclo di 135 scranni, entrambe le forze politiche dovranno andare alla ricerca di alleati per formare un governo. ERC e le altre organizzazioni indipendentiste catalane hanno già fatto sapere di non essere disponibili a trattare con i socialisti; anzi, hanno affermato che faranno di tutto per impedire al PSC di salire al potere in Catalogna. Carles Puigdemont, ex presidente della comunità autonoma, ha affermato di recente che un’ascesa al potere dei socialisti farebbe riavvolgere il nastro del processo indipendentista che la Catalogna ha intrapreso negli ultimi anni.

ERC, il partito guidato da Oriol Junqueras, potrebbe trovare un’importante sponda nel partito fondato proprio da Puigdemont nel 2018 dall’unione di diverse forze indipendentiste, Uniti per la Catalogna (Junts per Catalunya). Junts, che ha partecipato per la prima volta alle elezioni come partito e non come cartello elettorale, si è classificato al terzo posto con il 20,06% dei voti, eleggendo 32 deputati, che potrebbero fare comodo alla causa indipendentista se uniti ai 33 di ERC. In questo modo, le forze indipendentiste raggiungerebbero i 65 seggi, con la necessità di ottenerne almeno altri tre per raggiungere la maggioranza assoluta.

Sarebbe a questo punto necessario coinvolgere anche le liste Candidatura di Unità Popolare (Candidatura d’Unitat Popular, CUP) e Guanyem Catalunya (letteralmente, Vinciamo Catalogna), che hanno formato una coalizione in grado di raggiungere il 6,68% dei consensi e di eleggere nove candidati. Se, dunque, le tre liste indipendentiste dovessero trovare un accordo, queste otterrebbero una maggioranza che potrebbe proseguire il lavoro svolto dai governi di Carles Puigdemont e Quim Torra negli ultimi anni.

Dall’altro lato, invece, troviamo le principali forze che si oppongo alle spinte indipendentiste, in particolare l’estrema destra spagnola di Vox, che si è presentata per la prima volta alle elezioni catalane, ottenendo il 7.69% delle preferenze ed eleggendo undici rappresentanti. In forte calo, invece, la lista Ciudadanos, passata da 36 ad appena sei seggi con il 5,57% dei consensi, un crollo di quasi venti punti percentuali rispetto al 2017. Lo schieramento di destra è completato dal Partito Popolare di Catalogna (Partit Popular de Catalunya, PP), che in questa comunità autonoma è ridotto al ruolo di comprimario, con tre seggi e solamente il 3,85% dei consensi.

Resta da determinare la posizione della lista di sinistra En Comú Podem (ECP), la sezione catalana di Podemos, guidata dal sindaco di Barcellona, Ada Colau. A livello nazionale, Podemos non può essere considerato come un partito favorevole all’indipendentismo, ma si è certamente dimostrato più disponibile ad ascoltare le istanze locali rispetto agli altri principali partiti spagnoli.

Da sottolineare, infine, il crollo del Partito Democratico Europeo Catalano (Partit Demòcrata Europeu Català, PDeCAT), che perde tutti i suoi quattordici seggi ed esce mestamente dal parlamento di Barcellona, fermandosi solamente al 2,72%. Il PDeCAT ha pagato duramente lo scotto delle faide interne che hanno portato alla fuoriuscita di Carles Puigdemont, che evidentemente ha portato con sé anche la maggior parte degli elettori di quello che può essere considerato come il centro-destra nello spettro delle forze indipendentiste.

Se le dichiarazioni della campagna elettorale verranno rispettate, l’unica opzione per la formazione di un governo sarebbe dunque quella di una coalizione formata dalle tre liste indipendentiste, che potrebbe in questo modo raggiungere la maggioranza assoluta di 74 seggi su 135. Al contrario, se queste forze non riusciranno a trovare un accordo, potrebbe aprirsi una crisi politica con conseguente ripetizione della tornata elettorale tra qualche mese.

CLICCA QUI PER LA PAGINA FACEBOOK

Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte e del link originale.

About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.